MES. La commedia degli equivoci

«La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dellosservatore superficiale come causa della crisi. Il successivo dissesto della produzione non appare come conseguenza necessaria della sua stessa precedente esuberanza, ma come semplice contraccolpo del crollo della speculazione» (K.Marx-F.Engels, Neue Rheinische Zeitung, maggioottobre 1850.) 

Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi. Le armi con cui la borghesia ha abbattuto il feudalesimo si rivolgono ora contro la borghesia stessa. 

… la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovrapproduzione, le crisi, la rovina inevitabile dei piccoli borghesi e dei piccoli contadini, la miseria del proletariato, lanarchia della produzione, le stridenti sproporzioni nella distribuzione della ricchezza, la guerra industriale di sterminio fra le nazioni, il dissolversi degli antichi costumi, degli antichi rapporti di famiglia, delle antiche nazionalità. (Karl Marx – Friedrich Engels Manifesto del Partito Comunista, Londra, febbraio 1848.) 

Il borghese radicale (oltre a guardare con un occhio alla soppressione di tutte le altre tasse) prosegue di qui teoricamente verso la negazione della proprietà fondiaria privata che egli vorrebbe rendere di proprietà comune della classe borghese, del capitale, nella forma di proprietà statale. Tuttavia nella prassi manca il coraggio, perché l’assalto ad una forma di proprietà – una forma della proprietà privata sulle condizioni di lavoro – diventerebbe molto pericoloso per l’altra forma. (K. Marx, Teorie sul plusvalore, Parte II) 

1. Il teatro

Nel teatro pirandelliano tutti i personaggi hanno contemporaneamente torto e ragione. Questo sembra accadere a proposito della diatriba che si è scatenata sul MES. Hanno ragione quando svelano le magagne degli avversari, torto quando si difendono dalle accuse. 

I più sfegatati sostenitori della riforma (e dellUE) sostengono che le norme rappresentano solo unassicurazione contro eventi avversi – la ristrutturazione del debito e la crisi di liquidità – ed anzi le riforme semplificano lapplicazione di queste norme. Che ne semplifichino lapplicazione è vero, bisogna capire quanto e chi favoriscono queste norme. Comunque, chi si fa unassicurazione è perché si vuole garantire rispetto a eventi che potrebbero realmente accadere e non rispetto a eventi puramente teorici. Quindi questi eventi si stanno addensando davvero sulle nostre teste. Bisogna capire se è una tempesta naturale o provocata ad arte e per favorire chi.  

La prima accusa la lancia il PD, dicendo che una parte molto significativa del lavoro è stata già discussa, negoziata e definita dal precedente governo, il Conte 1. Ciò è solo una parte della verità e in ogni caso non è rispettosa delle prerogative del Parlamento perché la versione finale deve essere portata in quella sede, discussa e approvata e non solo ratificata. 

La Lega alza i toni, usando parole grosse allindirizzo del premier. Da questo punto di vista le rimostranze della destra appaiono quantomeno tardive e strumentali. In ogni caso è ridicolo giocare a nascondino dicendo di non essere stati messi al corrente di quanto si stesse discutendo nelle segrete stanze europee e che il Parlamento è stato tenuto alloscuro. Per non fare la figura dellopportunista, si fa la figura dello scemo. 

Nel mezzo i Cinquestelle, che partecipavano al precedente governo e partecipano a questo e quindi non dovrebbero poter giocare al gioco dello scaricabarile, se ne escono col classico io non cero e se cero dormivo. 

2.Il prologo 

Il risparmio italiano ha subito nel 2015 un grave colpo in occasione del fallimento di 4 banche (Etruria, Marche, Chieti e Ferrara). 3,6 miliardi di euro furono a carico del resto del sistema bancario italiano, mentre 140 mila risparmiatori persero 430 milioni di euro. In quella occasione fu applicata per la prima volta una forma di ristrutturazione che è completamente a carico dei risparmiatori (bail-in). Di essi, solo una parte attende ancora di avere un ristoro parziale. Ciò provocò un contenzioso anche giudiziario con la Commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, riconfermata nella nuova Commissione, che aveva imposto questo tipo di ristrutturazione con lacquiescenza prona del governo Gentiloni, oggi membro della nuova Commissione von der Leyen.  

Oggi invece sembra che la situazione delle banche italiane volga generalmente al bello. In particolare, lenorme quantità di titoli spazzatura (non performing loan) è scesa dal massimo del 17% nel 2015 allattuale 8%, ampiamente sostenibile quindi. Inoltre cè un altro meccanismo che bisogna capire bene, perché è il punto nodale della questione che seguirà. I titoli di stato vengono emessi con la garanzia, come dice il termine stesso, dello stato che li emette. Ma ci sono due problemi dietro.  

Il primo è il fatto che, almeno teoricamente, lo stato potrebbe dichiararsi parzialmente o totalmente insolvente come ogni altro debitore (ristrutturazione del debito). Ciò darebbe luogo a una procedura di taglio (haircut) del valore del capitale. Ciò è avvenuto in epoca recente solo per la Grecia. Ma cè un altro problema più grosso proprio perché non si presenta solo come fatto eccezionale, quello della valutazione a bilancio dei titoli. Se il titolo di stato viene conservato fino a scadenza, a meno della citata ristrutturazione, il valore è quello che cè scritto (valore di facciata), ma se viene venduto prima della scadenza, bisogna trovare qualcuno che lo compri e quindi entra nel mercato come ogni altro titolo. Ora, se vengono emessi titoli nuovi che hanno un rendimento inferiore, quelli precedenti valgono di più, proprio perché i nuovi sono più appetibili; al contrario, se i nuovi titoli hanno rendimenti superiori quelli vecchi valgono di meno, perché per venderli si devono deprezzare. È come per ogni altro prodotto: quando esce la nuova versione di unauto, migliore della precedente allo stesso prezzo, quelle già in circolazione subiscono un deprezzamento. I titoli italiani sono stati venduti a rendimenti sempre più bassi negli ultimi anni e quindi chi aveva quelli vecchi ne ha giovato. Addirittura ormai in tutti i paesi dellarea euro i titoli si sono così deprezzati da essere arrivati a rendimenti negativi: alla fine ti danno meno di quanto li hai comprati. Ma perché uno dovrebbe comprare a queste condizioni? È una scommessa nella previsione di ulteriori ribassi, sperando che alla fine qualcun altro resti col cerino acceso in mano. Ormai i conti correnti a vista straripano di denaro, perché il piccolo risparmiatore non sa proprio dove metterli. Quanto potrà durare la permanenza in questo territorio negativo? Si aspetta lo tsunami che arriverà quando si uscirà dal territorio negativo col rialzo dei tassi e i morti e feriti che ne deriverà.  

Unaltra complicazione emerge dal fatto che i nuovi criteri approvati dallEuropa per valutare lo stato di salute delle banche impongono di scrivere a bilancio non il valore nominale dei titoli di stato ma quello corrente. Quindi il bilancio delle banche, appesantiti dai titoli di stato (441 miliardi, pari al 9% degli attivi), è esposto alle fluttuazioni del mercato di questi titoli. Un paradosso: detenere titoli di stato, anziché stabilizzare il bilancio lo rende volatile, una massa di denaro che può sbilanciare la valutazione delle banche in caso di crollo della loro valutazione. Al momento, visto che i rendimenti dei titoli sono in discesa, le banche ne hanno giovato. Infatti proprio in questi giorni (5 dicembre) si ha notizia che lagenzia di rating Moodys ha alzato la sua valutazione delle banche italiane. Ma per il futuro si è molto preoccupati. 

Problema completamente diverso hanno le banche tedesche, le più fragili oggi a causa del fatto che sono rimpinzati di titoli spazzatura. Deutsche Bank e Commerzbank hanno parametri completamente fuori controllo perché nel passato hanno fatto a privati prestiti andati in malora. Deutsche Bank, che ha a bilancio prodotti finanziari spazzatura per un valore nominale di 24 miliardi di euro, nonostante i tagli dovuti soprattutto alla riduzione del personale che vedrà altri 18mila licenziamenti, ha comunicato una perdita tra luglio e settembre di 832 milioni di euro, dopo le perdite da oltre 3 miliardi del secondo trimestre. Il titolo Commerzbank vale il 7% in meno rispetto a solo due mesi fa. 

Invece la situazione del debito pubblico di quel paese è più che rosea. Il debito pubblico è di 1.914 miliardi, pari al 62% del PIL, in forte calo rispetto ai quasi 2.034 miliardi di fine marzo 2016 con una riduzione del 5,9%. Di conseguenza, i titoli di stato sono tutti emessi con tassi negativi, a riprova della fiducia dei risparmiatori in merito alla loro solvibilità. Ciò è soprattutto dovuto al fatto che la bilancia commerciale e finanziaria tedesca è da anni sbilanciata in senso positivo: si esporta molti di più di quello che si importa e ciò corrisponde a un forte flusso di capitali verso quel paese. Il tutto a scapito delle economie periferiche. Per esempio quasi tutto il nord Italia ormai è un sistema economico strettamente integrato a quello tedesco, mentre il sud ne è rimasto tagliato fuori. Ciò è anche la causa dello squilibrio interno italiano Nord/Sud che va peggiorando anno dopo anno. 

Il problema finanziario italiano invece è quello che si ha un alto debito pubblico: al 30 settembre 2019 pari a 2.439 miliardi di euro. Nel 2018 si assestava pari a 134,8% del PIL, oltre il doppio di quanto dovrebbe essere secondo i parametri obiettivo dellEuropa, ossia il 60%. Comunque se si facesse una valutazione congiunta debito_pubblico/credito_privato detenuto dalle banche, esso sarebbe ben sotto il 50%. Solo che questa operazione non si può fare, perché lo stato italiano il suo debito lo deve ottenere sul mercato, secondo quanto imposto dalla normativa europea. Inoltre anche laltro indice riguardante il deficit/PIL, ossia di quanto ci si indebita ogni anno in più rispetto al precedente, non sarebbe preoccupante. Infatti esso è intorno al 2% (ricordate la ridicola polemica del governo giallo-verde che riuscì a strappare uno 2,04% contrabbandandolo per un 2,4%), comunque largamente inferiore al 3% posto come limite di sicurezza. Ma cè di più. Se si guarda al deficit al netto degli interessi, si ha un avanzo primario; significa che il grande sforzo che si sta facendo non è per ridurre il debito, ma per pagarne gli interessi che ancora gravano, nonostante labbassamento dei tassi, a causa del forte residuo di emissioni effettuate negli anni passati a tassi molto alti. Il peso degli interessi è pari per il 2017 a 65,49 miliardi e in calo, ma sempre mostruoso per 2018 (64,9). Siamo intorno al 3% del PIL.  

Liberarsi di questo peso che impedisce di potere tornare a manovrare ampiamente con una politica economica di ampio respiro è il desiderio di tutti. Il problema però è duplice: chi paga e a chi gioverà. Il primo, la maggior parte di questo debito è direttamente o indirettamente (attraverso fondi di investimento e banche) in mano a piccoli risparmiatori italiani e quindi un taglio dei rendimenti colpirebbe il risparmio, portando a un contraccolpo difficilmente assorbibile da parte delle banche. Il secondo è: ma anche se si arrivasse a poter liberare risorse a spese del piccolo risparmio, esse dove andrebbero? La NATO reclama di raggiungere in breve tempo una spesa per la difesa pari almeno al 2% del PIL ed oggi siamo intorno all1%. Le grandi opere reclamano, voraci, sempre più soldi. È chiaro che una ristrutturazione fatta in nome e per conto del grande capitale monopolistico mai e poi mai potrebbe favorire i lavoratori. Nellepoca in cui la quantità di lavoro umano sostituito dalle macchine è sempre più forte, forse si potrebbero trovare risorse per distribuire basso reddito in modo da tenere artificialmente elevati i consumi senza che ciò aggravi la crisi di sovrapproduzione da cui è affetto costituzionalmente il capitalismo e in particolare quello europeo. Ma ciò significherebbe ancora una volta sostituire salario con elemosina, come abbiamo più volte affermato e sempre a spese delle tasse e questa volta anche del piccolo risparmio. 

Quindi gli attori di questa commedia sono tre: il grande capitale monopolistico, il medio capitale che arriva fino ai piccoli risparmiatori, i lavoratori. Naturalmente questi personaggi nella realtà non sono così tagliati con laccetta: vi sono tanti lavoratori che hanno risparmi in banca o in assicurazioni, vi sono tanti capitalisti che hanno tutto investito nella propria azienda e sono indebitati e ci sono i grandi gruppi di investimento tuttuno col grande monopolio. 

3.Lazione  

Nella formulazione originaria il pacchetto contiene tre azioni: il fondo salva-Stati o Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), una garanzia comune sui depositi (EDIS) e il bilancio comune dellEurozona. Ora Germania e Italia stanno tirando la corda sulle prime due misure, chi da un lato chi dallaltro. Vediamo. 

LItalia chiede la formulazione di una garanzia comune dei depositi, osteggiata da Berlino. I tedeschi, infatti, per dare il via libera al cosiddetto EDIS vogliono un diverso trattamento dei titoli di Stato in pancia alle banche (non più considerati privi di rischi). Cioè la garanzia comune deve essere accompagnata da una maggiore controllo di come potere applicare questa garanzia. Ti do una fidejussione più alta, ma in cambio della firma di un mutuo più esecutivo, in modo da prendermi più velocemente auto, casa, ecc.  

Tuttavia, non si capisce subito quale sia il nesso tra leventuale ristrutturazione del debito pubblico, qualora uno stato non sia in grado di fare fronte alle scadenze (MES), e la riduzione dei rischi nel settore bancario e la capacità delle banche di resistere a eventuali shock (EDIS). Ma ci riserviamo di scoprire la soluzione nel finale della commedia. 

In Grecia la ristrutturazione di titoli di stato su 200 miliardi di euro portò alla decurtazione del 53,5% e l’allungamento delle scadenze. Con questo haircut (taglio di capelli), Atene risparmiò 107 miliardi di euro, ma solo a scapito dei bond posseduti dagli investitori privati e non anche quelli da BCE, EFSF e FMI. Questo taglio però fu condizionato dai Memorandum della Troika: privatizzazioni, riduzioni di salari e pensioni che hanno stremato la Grecia. A pagare la ristrutturazione sono stati i risparmiatori e ad approfittarne sono stati i monopoli stranieri ma anche greci. L’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. Ora questo è l’unico caso di ristrutturazione verificatosi in Europa dal dopoguerra, mentre per Cipro, Portogallo, Irlanda e Spagna e la stessa Grecia, è intervenuto il MES a protezione della valutazione di quei titoli, agendo come prestatore di ultima istanza. Al momento si dice che non ci sia un rischio default per alcuna delle economie dell’area euro, soprattutto considerando che i tassi sono bassissimi per tutte e addirittura negativi per molte.  

Ma allora di cosa si parla? Mistero! Ma qualcosa si comincia a intravvedere.  

Nel preambolo si parla della possibilità, nel caso in cui il fondo conceda aiuti finanziari accompagnati da un programma di aggiustamento, di un coinvolgimento del settore privato (private sector involvement). Un giro di parole per dire che a pagare sarebbero i risparmiatori, né più né meno che comè avvenuto in Grecia. Ma allora, in certe circostanze, la ristrutturazione del debito pubblico potrebbe diventare una precondizione per avere accesso alle risorse del MES 

Ma cè di più. Il progetto di riforma del MES prevede una revisione degli strumenti finanziari precauzionali intesi a sostenere i paesi con fondamentali economici sani che potrebbero soffrire a causa di shock negativi che sfuggono al loro controllo. La gestione delle crisi passa dalla Commissione a un organismo tecnico (appunto il MES propriamente detto), con potere decisionale autonomo che risponde direttamente ai governi. Poco cambia, in quanto la stessa Commissione è designata dai governi, ma passa dallapprovazione del Parlamento. Quanto allo scudo penale di cui gode, in verità cera già nella precedente formulazione. Però, mentre la Commissione agisce sulla base di valutazioni politiche della sostenibilità del debito, in cui i vari governi possono far valere il peso politico ed economico della propria nazione, il MES adotta criteri più tecnici e meno discrezionali. Indipendentemente dalla sua composizione, i margini per trattare si riducono.  

Ora, ci si chiede, perché un paese forte economicamente, ma debole politicamente, come lItalia dovrebbe accettare di ridurre i propri margini di contrattazione e rischiare di trovarsi più facilmente nellangolo? Per i mercati anche solo la possibilità che i debiti pubblici giudicati troppo elevati siano ristrutturati equivale a parlare di default, con tutto quel che ne deriva. Inoltre si comincia a capire perché le banche strillano tanto al proposito. Anche una solo paventata ristrutturazione del debito porta a un incremento dei rendimenti delle nuove emissioni di debito pubblico, con conseguente crollo del valore dei titoli che esse hanno in pancia (come abbiamo già visto), trovandosi così di fronte a uno squilibrio di bilancio proprio nel momento in cui sembrava che si fosse usciti dal pericolo, con morti e feriti, ma comunque vivi. 

Circa lassistenza finanziaria precauzionale (ovvero lapertura di linee di credito a Paesi che ne fanno richiesta), sarebbero mantenute le due linee di credito vigenti (precauzionale e a condizioni rafforzate), ma si specificherebbe che esse potrebbero essere attivate a sostegno dei Paesi con una situazione economica e finanziaria solida – ma alle prese con uno shock avverso al di fuori del loro controllo – e con un debito pubblico considerato sostenibile e a seconda del rispetto o meno di determinati criteri (3% di deficit/Pil, 60% debito pubblico/Pil, eccetera). Per tali Paesi (Germania, Francia e paesi nordici), si richiederebbe la sola firma di una lettera di intenti (e non di un memorandum dintesa) con la quale essi si impegnano a continuare a soddisfare tali criteri (il cui rispetto dovrebbe essere valutato almeno ogni sei mesi). La linea di credito soggetta a condizioni rafforzate (ECCL), invece, sarebbe aperta ai membri del MES che non sono ammissibili alla PCCL (come l’Italia), a causa della non conformità rispetto ai suddetti criteri di ammissibilità (ma la cui situazione economica e finanziaria rimanga comunque forte e il cui debito pubblico sia considerato sostenibile). Il Paese richiedente dovrebbe firmare, in tal caso, un memorandum dintesa (MoU) impegnandosi a intervenire con le necessarie riforme nelle proprie aree di vulnerabilità, che sappiamo bene cosa significa: privatizzazioni e stretta sullo stato sociale. Insomma, ancora più rigidità nella verifica dellattuazione delle riforme e delle strette fiscali, come se non ce ne fosse abbastanza. In ogni caso non è ancora esplicitato cosa potrebbe rendere il debito pubblico sostenibile 

Sembrava che il mistero andasse a chiarirsi, ma invece diventa più fitto. La ragione non può che trovarsi altrove. Anche quindi, indizi che andranno al loro posto nel finale. 

Sulla seconda linea, i leader hanno stabilito che il sostegno comune contribuirà ad una gestione efficace e credibile delle crisi bancarie nellambito del meccanismo di risoluzione unico e sarà rimborsato attraverso i contributi del settore bancario europeo. Per garantire un quadro di risoluzione credibile per le banche, «laccordo sul sostegno comune deve assicurare che le risorse possano essere messe a disposizione rapidamente. Sono quindi essenziali tempi brevi per il processo decisionale (12/24 ore) e una procedura di votazione durgenza». Finora, era lo Stato che si indebitava con il MES per poi ricapitalizzare le sue banche. Ora non più: la ricapitalizzazione è diretta, con un meccanismo iper-semplificato che non prevede le severe condizionalità che si pongono fin dora per concedere aiuti agli Stati. Un MES più rigoroso e più veloce nelloperare come ha sempre fatto, ovvero come il braccio usuraio dellUnione Europea che, per sua stessa struttura, provoca le asimmetrie commerciali (rendendo le nazioni periferiche molto meno competitive con un cambio forte) che portano alle crisi di domanda interna e di bilancio. Quindi le banche che fanno parte di uno stato virtuoso potrebbero ricevere sostegno dal MES senza coinvolgere lo stato a cui appartengono. La via duscita perfetta per le banche tedesche. 

La struttura decisionale del MES sembra creata per mettere, se occorre, i piccoli in minoranza: ci sono solo amministratori tedeschi e francesi. Ma anche se ci fossero un paio di amministratori italiani e spagnoli essi potrebbero essere messi in minoranza dal voto a maggioranza qualificata (85% dei voti espressi), previsto dalla riforma se la Commissione europea e la BCE concludessero che la mancata adozione urgente di una decisione minacci la sostenibilità economica e finanziaria dellEurozona.  

Le clausole di azione collettiva (CAC) dal 2012 consentono ad una maggioranza qualificata di investitori in obbligazioni di modificare i termini e le condizioni di pagamento di un titolo di Stato, in maniera giuridicamente vincolante per tutti i detentori del titolo stesso, in modo da facilitare una ristrutturazione ordinata del debito in caso di default. Ciò, a detta dei sostenitori, dovrebbe difendere i piccoli risparmiatori che di solito, pur di rientrare almeno di parte del credito in caso di taglio del capitale prestato, sono disposti ad accettare condizioni più sfavorevoli di grandi investitori che invece possono aspettare e farsi rimborsare di più. Ciò si attua con una maggioranza qualificata del 85% e quindi lItalia, che detiene da sola quasi il 18% del fondo, ha in mano un diritto di veto. Ma tutto ciò varrebbe solo se si stesse parlando del default di uno stato.  

Le CAC consentono agli emittenti europei di: ridurre il valore nominale del titolo alla scadenza; allungare le scadenze dei titoli; cambiare la valuta di rimborso dei titoli alla scadenza; modificare ogni altra condizione sugli obblighi di pagamento da parte dellemittente. Queste clausole sarebbero riformate con lintroduzione, a partire dal 1° gennaio 2022, anche delle clausole dazione collettiva con approvazione a maggioranza unica (single limb CACs), introdotte a partire dal gennaio 2013 in tutta lUnione Europea, al fine di consentire più facilmente agli stati di ristrutturare il loro debito, in caso di necessità. Le single-limb CACs permettono di aggregare più titoli del debito pubblico e ristrutturarli con voto unico dei creditori e si applicano a tutti i titoli con durata maggiore di 1 anno emessi a partire dal 1° gennaio 2022.  

«La ristrutturazione preventiva del debito, se questo non è giudicato sostenibile dal MES, diviene di fatto una precondizione per accedere al soccorso dello stesso MES. Ma, se così stanno le cose, quale vantaggio dovrebbe avere il nostro paese dalla definizione di strumenti di assistenza che non paiono avere nessun elemento migliorativo rispetto a quanto già ordinariamente offerto, ad esempio, dal Fmi? E quale vantaggio cè nellaccettare che si trasmettano ai mercati puntuali criteri sulla base dei quali verificare la probabilità che un paese sia ammesso alla strumentazione buona piuttosto che a quella cattiva, prefigurandosi al contrario un serissimo rischio di speculazione al ribasso sui nostri titoli di Stato? Ma soprattutto, qual è la ragione che dovrebbe portare ad accettare strumenti di sostegno che sembrano pensati per penalizzare maggiormente proprio chi di quel sostegno potrebbe avere maggiore bisogno? Lo Stato italiano spende per interessi quasi il doppio di quanto non spenda per investimenti pubblici. Prioritaria è dunque lesigenza di ritornare su un sentiero di rientro del debito pubblico, come già è stato nel primo decennio di moneta unica. Deve però essere chiaro che la riforma del Mes non è un meccanismo facilitatore in tal senso. Al contrario, così come sono stati predisposti, gli strumenti di assistenza finanziaria sembrano perfetti per innescare una nuova crisi del debito, perseverando in tal modo nei gravi errori del 2011-12.» (Audizione di Vladimiro Giacché al Senato del 20 novembre)

Le banche e le assicurazioni italiane detengono complessivamente circa 700 miliardi di titoli di stato, un terzo del totale circolante. Ciò porterebbe a una maggioranza qualificata favorevole alla ristrutturazione, le cui condizioni verrebbero così subite anche dalla minoranza dei creditori ostile alle modifiche. Perché mai gli investitori istituzionali dovrebbero accettare di subire perdite? Essendo creditori di peso, otterrebbero quasi certamente contromisure a loro favorevoli, magari sul piano fiscale e regolamentare. Inoltre, trattasi di investitori di sistema, che avrebbero tutta la convenienza a mantenere stabile lItalia contro possibili scossoni finanziari devastanti. Potrebbero accettare una ristrutturazione solo dietro alla promessa del governo di imporre una patrimoniale a carico delle famiglie, la cui ricchezza è stimata in quasi 9.000 miliardi, immobili inclusi. Difficile, infatti, che i creditori accettino di essere espropriati di parte dei loro investimenti senza che prima mettano mano al portafogli proprio i contribuenti italiani, che nelle classifiche internazionali figurano tra i più benestanti al mondo. 

Come già detto, questo spiega lallarme delle banche e la minaccia di non acquistare più debito pubblico. 

Che il problema ci sia e pure bello grosso, viene fuori dalle ultime dichiarazioni del ministro Gualtieri che, costretto dalla bufera parlamentare che ne è venuta fuori svela alcuni particolari sulla trattativa. 

Così sintetizza il Corriere della sera del 6 dicembre a proposito delle dichiarazioni del ministro:

«… ridurre la nuova più facile risoluzione del debito pubblico (single limb CACS) vuol dire che i problemi ci sono. Gli aiuti del MES alle banche in difficoltà avverrebbero “senza l’introduzione di alcuna condizionalità”: le banche italiane con titoli di stato nazionali non verrebbero più svantaggiate rispetto a quelle tedesche, francesi e nordiche con maxi esposizioni di “attivi di livello 2 e 3” [derivati speculativi ad alto rischio] (EDIS). L’Italia la vorrebbe insieme alla riforma del MES. È stata invece ancora rinviata dall’Eurogruppo con tempi lunghi. Ma il parlamento può chiedere a Conte di rilanciarla all’Eurosummit. 

Il ministro dell’Economia aveva un mandato riassumibile così: via libera alla riforma solo in cambio di un accordo chiaro per arrivare alla garanzia comune dei depositi bancari, l’ultimo pilastro dell’Unione bancaria che però la Germania e il blocco nordico vogliono concedere solo in cambio della fine della valutazione risk free per i titoli di Stato in pancia alle banche, che sarebbe un colpo mortale per gli istituti italiani e il nostro debito pubblico. Insomma, la “famosa logica di pacchetto” sbandierata da palazzo Chigi e chiesta da Di Maio. 

Su questo piano, Gualtieri ha ottenuto ben poco. La road map sull’Unione bancaria è slittata sine die, perché – ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno – “non è ancora il momento politico per sostenerla”. Roma ha però dato il via libera di massima all’accordo, al vertice dei ministri delle finanze dell’eurozona del 20 gennaio solo perché vanno sistemati alcuni dettagli tecnico-giuridici, e poi sarà sancito con la firma dai leader europei entro marzo. 

Roma porta a casa alcune modifiche che riguardano gli addendum della riforma. Il primo è la cosiddetta sub aggregazione delle nuove CACS, le clausole che servono a gestire il default del debito pubblico: in sostanza, viene consentita una maggiore discrezionalità per escludere alcune tipologie di emissioni per tutelare i piccoli risparmiatori. Secondo Gualtieri, su richiesta dell’Italia, sono state evitate anche le condizionalità nel caso il MES venga utilizzato per finanziare il “fondo di risoluzione Ue” delle crisi bancarie. Secondo Gualtieri è stata anche eliminata la proposta tedesca sui titoli di Stato nelle banche, ma la certezza si avrà solo con la road map definita. E quella manca.» 

Sintetizziamo: il governo italiano vuole ottenere garanzie affinché quello che interessa a lui (che però non sono gli interessi dei lavoratori italiani!) sia introdotto insieme a quello che interessa la Germania & Co. Invece il gruppo nordeuropeo vuole introdurre separatamente i due provvedimenti, evidentemente perché, ottenuto il primo che a esso interessa, del secondo non se ne parli più, o si attui in una forma molto annacquata. Le banche nordiche vogliono risolvere i propri problemi scaricandoli sui risparmiatori, ma non rischiando di doversi ritrovare a pagare il conto anche per l’Italia. Vecchia storia, si va a mangiare insieme e poi si litiga su come dividere il conto.  

Perfetta commedia pirandelliana. I risparmiatori tedeschi temono che pagheranno il debito pubblico italiano e i risparmiatori italiani temono che pagheranno il debito privato tedesco. Hanno ragione tutti e due! Ma nel frattempo, preoccupati di non pagare per le malefatte del vicino, non si preoccupano che pagheranno per le malefatte del proprio padrone di casa. 

Nella commedia c’è sempre per un siparietto leggero di solito costituito da una coppia di personaggi buffi che creano un intermezzo comico dentro la tragedia. Di solito litigano tra loro, tra le risa del pubblico, ma in realtà mettono in luce una verità che emerge solo dall’ironia. In questa commedia i personaggi sono Salvini e Borghi che scatenano una polemica sul fatto che sia concepibile o no uscire dall’euro. Il pubblico dovrebbe solo ridere di fronte a un partito in cui il segretario viene contraddetto così palesemente dal proprio responsabile economico. Ma dovrebbe anche ridere del fatto che questa polemica si scatena solo quando sono all’opposizione, quando sono solo sparate a salve, e non quando sono al governo. 

Poi, come nei Sei personaggi di Pirandello, c’è il personaggio muto. E quello è Di Maio.  

4.Epilogo (del primo tempo) della commedia. 

Il conflitto Europa core / Europa periferica, espresso nel consiglio di amministrazione del MES, considerati gli allineamenti politici a favore e contro il nuovo meccanismo, riflette non più e non tanto un conflitto di nazionalità, ma il semplice fatto per il quale le classi capitaliste core stanno facendo convergere a sé, ideologicamente e come rapporti di forza, gli interessi anche delle classi capitalistiche degli altri paesi. E da qui una polarizzazione geografica del potere tecnico/politico. Siamo nel momento in cui la classe capitalistica e finanziaria europea periferica, dopo aver creduto di incrementare incondizionatamente il proprio profitto a discapito del lavoro attraverso l’apertura incondizionata dei mercati delle merci e dei capitali, si rende conto di trovarsi legata con un abbraccio mortale alle filiere delle grosse compagnie tedesche e (a causa della repressione della domanda interna dovuta allausterità) allexport continentale per sopravvivere. Ogni concessione agli aumenti sarebbe politicamente ed economicamente rischiosa, poiché favorirebbe la posizione dei lavoratori e ne aumenterebbe il potere negoziale. Da questo punto di vista l’accettazione del dominio della classe capitalista dell’Europa centrale appare il male minore. 

Il MES, inoltre, anche ragionando in maniera “socialdemocratica”, è lopposto del solidarismo internazionale, perché prende nazioni e popoli con esigenze e caratteristiche diverse e impone loro le stesse regole non prevedendo neanche sempre lunanimità, che sarebbe il minimo in questi casi. 

In buona sostanza. La borghesia europeista italiana sta facendo fronte comune con il resto dei monopoli europei. Questo potrebbe condurre ad azioni radicali. Se si parla di ristrutturazione del debito nessuno può credere che sia solo in via teorica. Si stanno predisponendo piani per vincolare irrevocabilmente lazione politica alle scelte europee. Questo potrebbe avvenire a scapito dei settori più bassi del capitalismo italiano e non solo. Il peso del debito pubblico italiano non è insostenibile, ma è una pietra al collo per manovre più decise da parte del grande capitalismo. La strada più diretta è scaricare in un sol colpo tutto il sovrappiù di debito sulle spalle del piccolo e medio risparmio, facendo pagare i piccoli e preservando i grandi. Ed è per questo che questi settori, attraverso le associazioni bancarie, stanno alzando le barricate. E con essi la proiezione politica sovranista italiana.  

Si distruggono i capitali più piccoli, si concentrano in quelli più grandi e si pongono le basi per una capacità dello stato borghese di operare su un livello molto più alto al servizio dei grandi monopoli. Anche attraverso unintegrazione che non fa sconti.  

È quello che ha fatto sempre il capitalismo. La crisi di sovrapproduzione induce una crisi finanziaria, anche se è questultima che noi vediamo scoppiare per prima e più virulentemente. Ma il capitalismo sa che la soluzione è nel sistema produttivo, anche se le risorse vanno trovate in quello finanziario. Ma anche lì, a partire dai pesci più piccoli.  

I grandi monopolisti odiano la ricchezza che è ancora grandemente accumulata nella periferia dellEuropa, in Italia soprattutto, che non riescono a mettere in circolo per i loro grandi progetti. Ma ciò non si può fare mettendo in discussione la sacralità della proprietà privata e del risparmio, ma attraverso l’azione dello stato borghese che costituisce lo strumento perfetto per espropriare i piccoli preservando i grossi. (si veda, quanto diceva Marx, nelle Teorie sul plusvalore, Parte II, a proposito della proprietà statale dei monopoli). 

In tutto questo, quale devessere la posizione dei lavoratori italiani? 

Primo, bisogna capire che non sono certo i lavoratori tedeschi ad avere interessi contrastanti con quelli degli europei periferici: anche i lavoratori tedeschi pagano per salvare le rendite dei banchieri loro connazionali. È piuttosto unideologia pervasiva lungo tutto il continente che tende a schiacciare i più deboli a favore della tutela di chi gode di maggiore potere negoziale e maggiore profitto dal mercato capitalistico integrato finanziario-produttivo. 

Secondo, nella lotta tra i settori borghesi non si deve parteggiare per questo o per quello, ma occorre comunque avere chiari i termini della commedia che si sta giocando. La ramificazione dei piccoli risparmiatori in Italia arriva a lambire anche il risparmio accumulato dai lavoratori nelle epoche passate. Così come le privatizzazioni sono state lassalto del grande capitale alla ricchezza pubblica accumulato col sudore dei lavoratori, oggi siamo allassalto alla piccola ricchezza privata. Non sono né le banche italiane, né i sovranisti a poter difendere questa categoria. Anzi, saranno i primi a tradirli, come hanno fatto con le truffe bancarie e chiudendo gli occhi sul MES, salvo a strillare quando i buoi sono già scappati. La filiera produttiva norditaliana è così integrata nel sistema tedesco che mai i padroni italiani dichiareranno “guerra” alla Germania, ossia al capitalismo tedesco. In realtà con questo c’è un rapporto di sudditanza/collaborazione, schiacciati tra la necessità di non indebolire i profitti del capitalismo tedesco, da cui proviene buona parte dei propri, e la necessità di ricavare quote maggiori, o comunque non calanti, per sé. Fino a quando l’economia “tira”, tutto bene, la torta è più grossa e profitti ce n’è per tutti; ma in tempi di vacche magre si acuiscono i contrasti. Questa è la base materiale della contraddizione insanabile dei “sovranisti”, espressione di una fascia subordinata di capitalismo che non potrà mai fare la guerra al grande padronato europeista, ma dovrà alla fine sempre accordarsi con esso, preferendolo all’alleanza con la classe operaia. Non è una storia nuova. La piccola e media borghesia ha perso il proprio ruolo storico progressivo, che Marx fino a un certo punto gli riconosce, con il tradimento della Comune di Parigi del 1871, quando i “patrioti” borghesi aprirono le porte al nemico pur di schiacciare la prima rivoluzione proletaria. La piccola e media borghesia non potrà mai più recuperare questo ruolo “nazionale” e potrà solo avviarsi a sparire, lei e i suoi servi, nello scontro tra il grande capitale monopolistico e il proletariato, unica classe questa che davvero può cambiare la storia. 

Terzo, così come non dobbiamo fare la guerra dei penultimi contro gli ultimi, dei bianchi contro i neri, di quelli che hanno ancora diritti acquisiti in anni di lotte contro i diseredati che premono per entrare in questa società altrettanto non dobbiamo favorire la guerra degli ultimi contro i penultimi, reclamare misure indiscriminate che non rappresentano lesproprio dei monopoli, ma anzi il loro rafforzamento. La patrimoniale e la lotta all’evasione condotta in nome e per conto dei padroni più grossi non potrà che portare a un ulteriore rafforzamento dei monopoli e nuovo sfruttamento a danno di tutti i lavoratori. 

Certo, altro sarebbe se al potere nel nostro paese ci fosse un vero governo popolare, guidato dalla classe operaia, che provvedesse all’esproprio dei monopoli, a partire da quelli più grandi, e delle banche. Altro che patrimoniale sarebbe! 

Tutto ciò chiama ancora più urgentemente alla lotta verso il necessario rovesciamento di questa società, unica soluzione nel nostro tempo. Per una società basata sulla pianificazione centralizzata, guidata dalla classe operaia e a favore di chi produce veramente la ricchezza, i lavoratori tutti. 

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