Incantatori di sardine: il Partito Democratico tra propaganda e realtà.

di Sabrina Cristallo (*)

Nell’era della comunicazione digitale, i social networks sono diventati la cassa di risonanza dei partiti e dei leader politici. Insinuarsi nella quotidianità delle masse attraverso il proprio diario propagandistico, costantemente aggiornato, è quanto di meglio la macchina mediatica borghese potesse ottenere.

Con la facilità di un click, il potenziale elettorato di uno o un altro partito è sottoposto continuamente a stimoli ben precisi, indotto a farsi un’opinione ed interagire su argomenti sapientemente selezionati a scapito, dunque, di altri scientemente omessi.

Così, facendo leva sull’immediatezza e la viralità del contenuto, i partiti e leader politici costruiscono attorno ad un dato fatto l’interpretazione a loro più congeniale per rafforzare o creare consenso e, in particolare, per difendere lo stato attuale dei rapporti di forza. Allo stesso modo, sfruttando la potenza comunicativa della rete, decidono volutamente su quali argomenti “scomodi” tacere, così da mantenerli nell’oblio.

In tal senso, il mezzo social è diventato un efficace strumento di supporto per la divulgazione massiva dell’ideologia borghese e dunque il consolidamento di quella “falsa coscienza” di marxiana memoria che serve a giustificare l’ordine sociale esistente, il quale, per sopravvivere, necessita di essere interiorizzato proprio da chi ne subisce il dominio.

Grazie alla sua provenienza, il Partito Democratico si annovera e viene percepito ancora oggi come un partito di sinistra. Ma la netta perdita di consenso che ha subito è strettamente legata alle politiche antipopolari che ha portato avanti per conto del capitale, dell’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale, come l’eliminazione dell’articolo 18, il Jobs Act, l’Alternanza scuola-lavoro, ecc..

Per camuffare le sua vera natura antipopolare e repressiva e mantenere una parvenza di “sinistra”, nonostante abbia smantellato in testa i diritti dei lavoratori e sia stato il precursore dei decreti sicurezza di Salvini, il Partito Democratico, oggi, adotta come strategia politica quella di identificarsi come “unico argine contro la deriva fascista, razzista e sessista”. Certo, sarebbe credibile se non l’avesse prima favorita e non sarà sicuramente il cambio di dirigenza a mutare la sua natura. Infatti, mentre in Europa fa il gioco sporco a vantaggio della grande borghesia sostenendo la risoluzione che equipara il comunismo al nazifascismo, in Italia si schiera per la costituzione di una commissione contro l’odio con la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz e liberata da quei comunisti che il PD adesso considera uguali ai nazisti. E’ evidente che qualcosa non torna.

Sebbene la lista sia tremendamente lunga, gli avvenimenti degli ultimi mesi ci offrono un quadro denso di possibilità per smascherare il perfetto allineamento del Partito Democratico con le destre e riconoscere dove finisce la propaganda e inizia la realtà.

Dal trentennale della caduta del Muro di Protezione Antifascista a Berlino all’esplosione delle condizioni del Sudamerica, l’ipocrisia e le contraddizioni in seno alla cosiddetta “sinistra” risultano agghiaccianti.

Osservandone semplicemente la propaganda sui social, vediamo il Partito Democratico celebrare la caduta del muro di Berlino offrendo dell’avvenimento una narrazione completamente destoricizzata, dove viene esaltata semplicisticamente la funzione divisiva di un muro che “separa le persone”. Si dicono dunque pronti per “abbattere tutti i muri”, salvo poi incontrare l’ex Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, che nella campagna elettorale del 1995 prometteva di alzare “barriere fisiche per contrastare l’immigrazione”, il famoso muro al confine col Messico. Un incontro tra cosiddetti Democratici, spacciato ed acclamato dal PD come “una speranza contro la cultura dell’odio”. Poco importa se tutti i governi USA supportano l’occupazione della Palestina da parte d’Israele che può contare su un vero e proprio muro dell’Apartheid che misura ben 730 chilometri. Secondo queste rivendicazioni, dovremmo sperare di trovare il Partito Democratico battersi per la demolizione delle decine e decine di muri costruiti nel mondo, come quello “de la verguenza” che dal 1985 divide i ricchi dai poveri nella città di Lima, Perù, oppure quello anti-migranti in Ungheria, fresco ancora di vernice.

Parlando di barriere, non possiamo non considerare la cortina di indifferenza che il Partito Democratico ha costruito intorno alla questione latinoamericana, dove tra politiche di “sangue e lacrime” e colpi di stato, imperversa la repressione dei popoli in lotta in Ecuador, Cile, Bolivia, Haiti.

Il Partito Democratico boccia all’europarlamento la richiesta di aprire un dibattito su quanto accade in Cile, dove il Presidente Piñera sta massacrando il popolo, proprio come ai tempi del fascista Pinochet. In più, la sua ex vicepresidentessa Marina Sereni, in visita diplomatica nei giorni scorsi in Cile in qualità di vicepresidente del ministero degli esteri, esprime una generica condanna delle violenze puntando il dito contro i manifestanti arrivando ad esprimere l’elogio dell'”economia sociale di mercato” cilena evidenziandola come “punto di riferimento importante” per il nostro paese e l’Europa in materia di pensioni, istruzione pubblica e sanità (di fatto privatizzate e inaccessibili alla maggioranza sociale). Ossia quella linea politica ed economica contro cui le classi popolari cilene si stanno rivoltando.

Il Partito Democratico non ha speso una sola parola, né un solo post, sul colpo di stato in Bolivia, dove si sta compiendo un vero e proprio massacro della popolazione indigena che pacificamente marciano per difendere i propri diritti conquistati, reclamando il Presidente legittimo Evo Morales e temendo per un ritorno alla segregazione razziale, oltre che al saccheggio delle risorse del paese.

Le decine di morti, le migliaia di feriti e le migliaia di arresti che si contano in questi paesi, non sembrano essere degni dell’attenzione di un partito che cerca consenso in Italia promuovendosi come un baluardo contro l’odio e il fascismo. Un silenzio assordante che corrisponde da un lato al totale appoggio a tutto ciò che si presenta come reazione alla lotta dei popoli oppressi che, attraverso la resistenza, minano alla sicurezza dei regimi liberali e le strategie imperialiste degli Stati Uniti; dall’altro, al tentativo di occultare il suo vero volto.

Quello di un antifascismo opportunista che utilizza strumentalmente gli episodi di intolleranza individuali ma resta in silenzio, complice, dinanzi all’oppressione di classe. Dei veri e propri incantatori di sardine.

 

(*) Lavoratrice precaria – Resp. Donne Partito Comunista, Toscana

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