Per la nazionalizzazione dell’ex Ilva

In questi giorni si stanno delineando in modo più chiaro i contorni della vicenda dell’ILVA di Taranto.

Com’è noto, la fabbrica è stata data in gestione, non venduta, alla società Arcelor-Mittal, la quale invece si sta comportando come se ne fosse la proprietaria.

La Mittal ha già fermato una delle due “linee di agglomerazione”, l’area dove vengono preparati i materiali, tra cui i minerali ferrosi, per gli altiforni che producono la ghisa. Il minerale e le altre materie prime non vengono più scaricate. La produzione di Ilva, già portata da Mittal a 4,5 milioni di tonnellate l’anno rispetto alle 6 previste nel piano industriale, è stata ulteriormente ridotta. Di fatto lo stabilimento è fermo al 70 per cento. Tre altiforni lavorano a ritmi “ridottissimi”. Le due acciaierie funzionano alternativamente e solo 3 su 5 delle colate continue sono in funzione. Il sequestro della gru che ha causato la morte dell’operaio Massaro è stato sollevato da Mittal come causa di “sopraggiunta onerosità”. Ma questa scusa non regge perché il tribunale di Taranto aveva concesso la facoltà d’uso in continuità di sequestro. La gru però è caduta colpendo anche le altre due attive e quindi al momento non ce n’è una funzionante e la multinazionale non ne ha ordinata una nuova.

In questo, la Mittal, attraverso l’AD Lucia Morselli, ha minacciato di attuare il “piano di fermata”, che prevede lo spegnimento degli impianti a partire dall’area a caldo: l’altoforno 2 entro il 13 dicembre; l’altoforno 4 entro fine dicembre; l’altoforno 1 entro metà gennaio; agglomerato, cokerie e centrale termoelettrica si fermeranno subito. Già dal 26 novembre sarà chiuso il treno a caldo “per mancanza di ordini”. Argomento contestato dai sindacati che invece denunciano il fatto che gli ordini vengono smistati negli altri siti della multinazionale. Morselli anche qui ha motivato la decisione con l’eliminazione dello scudo penale decisa a fine ottobre e il fatto che il 13 dicembre scade il termine concesso dal tribunale di Taranto per mettere in sicurezza l’Afo2. Secondo Mittal, anche gli altri due Afo sono insicuri e vanno fermati.

A questo punto i commissari depositano al tribunale di Milano il ricorso d’urgenza contro il recesso dal contratto avviato da Mittal, che al momento è solo affittuario degli impianti. Nel ricorso si parla di un “preordinato illecito”, in quanto: la multinazionale “1) ha interrotto qualsiasi ordine ed acquisto di materie prime; 2) ha rifiutato i nuovi ordini dei clienti; 3) ha interrotto i rapporti con i subfornitori; 4) ha interrotto l’avanzamento del Piano Ambientale e sta interrompendo la manutenzione degli impianti (da mesi eseguita – ora si comprende perché – con modalità non corrette e poco diligenti)”. “Una situazione purtroppo non nuova per Arcelor-Mittal: la vicenda, spiace dirlo, sta infatti assumendo un inquietante parallelismo con la strategia che ha posto in essere alcuni anni fa rispetto a quello che avrebbe dovuto essere il rilancio del siderurgico di Hunedoara in Romania”. Arcelor Mittal “non ha neppure eseguito il programma di manutenzione degli altiforni concordato nell’ambito del contratto” e “molte delle attività programmate per il periodo novembre 2018-aprile 2019 non erano state eseguite o erano state effettuate solo in parte”. “a partire dal giugno 2019 Arcelor Mittal ha deciso di fare ricorso a frequenti fermate degli impianti (in particolare, dei tre altiforni, ne è stato fermato uno, a rotazione, per 24-48 ore in modo da averne sempre due in produzione)”, operazione che “ha ridotto notevolmente la vita tecnica dei tre altiforni”. Un danno che prefigura, in piccolo, quello di uno spegnimento prolungato: “Un riavviamento (…) innescherebbe un processo graduale di riscaldamento dei mattoni refrattari precedentemente raffreddati foriero di gravissimi rischi non solo dal punto di vista tecnico ma, anche, sul piano della sicurezza del personale preposto e dell’impatto ambientale”.

I commissari parlano anche di “materie prime comprate a prezzi esorbitanti e poi scomparse, tonnellate di prodotti finiti svenduti a prezzi ridicoli e l’accusa di aver danneggiato l’economia nazionale con lo spegnimento degli impianti dell’Ilva.” “fatti e comportamenti, inerenti al rapporto contrattuale con Arcelor-Mittal, lesivi dell’economia nazionale”. Spegnere gli impianti di uno stabilimento ritenuto strategico (per legge) per l’economia nazionale significa distruggere e danneggiare l’economia di tutta l’Italia, un reato punibile penalmente.

Così Arcelor-Mittal restituirebbe la fabbrica di Taranto in condizioni che richiederebbero non solo molto tempo per riattivare la produzione, ma anche una spesa che finirebbe per annullare gli investimenti statali dal 2012.

Intanto è allarme per l’indotto: le aziende denunciano i mancati pagamenti e crediti per 50 milioni, molte sono già ricorse alla cassa integrazione.

È dell’ultimo giorno la notizia che ora la Arcelor-Mittal sarebbe disposta a sedersi ad un tavolo di trattative, ma com’è ovvio, verranno con la pistola puntata alla testa. Del resto, riflettiamo, anche se dovessero perdere in una lite giudiziaria e pagare forse qualche penale – chissà quando e quanto – non sarà comunque vantaggioso per l’Arcelor-Mittal aver fatto fuori il più grande concorrente europeo, soprattutto in questi momenti di grossa crisi di sovrapproduzione?

Tutto ciò era imprevedibile? Arcelor-Mittal sta chiudendo impianti in Usa, Sud Africa e Polonia. Nel 2001 Mittal Steel aveva chiuso un’acciaieria in Irlanda licenziando 400 lavoratori. Dublino fece causa ma perse l’azione legale. Per le elezioni politiche britanniche del 2001 Mittal finanziò con 125mila sterline il Partito laburista, chiedendo poi l’appoggio del premier Tony Blair per l’acquisto dell’industria siderurgica di Stato della Romania; cosa che Blair avrebbe fatto, suggerendo che la vendita a Mittal avrebbe potuto aiutare la Romania a entrare nell’Unione Europea. La fabbrica romena poco dopo chiuderà. E si potrebbe continuare.

Questi sono i trascorsi accertati di questa multinazionale a cui il governo ha affidato il risanamento dell’ILVA.

Da un’intervista al ministro Patuanelli al Sole 24 Ore di domenica 17 novembre si legge: “se parliamo di esuberi non c’è alcuna intenzione del governo di rivedere il contratto. Se parliamo di un accompagnamento momentaneo ad una fase di contrazione del mercato, il governo è pronto a fornire tutte le soluzioni. Non è questo il caso, ce lo ha detto chiaro e tondo Mittal: per loro la produzione a 4 milioni di tonnellate e i 5mila esuberi sono strutturali, non legati al mercato.”

La posizione di Confindustria è espressa chiaramente dalle parole del Sole 24 Ore “si capisce che, con Arcelor o senza, si possa andare avanti senza rivedere il piano industriale e iniziative economiche parallele, da portare avanti nel territorio, potrebbero nel lungo termine consentire almeno un parziale assorbimento occupazionale dopo l’utilizzo temporaneo della cassa integrazione. Il futuro sarà molto probabilmente quello di una piccola Ilva, non in grado di mantenere 10.700 lavoratori, come emerso dall’intervista in cui il ministro Patuanelli ha parlato di permanenza dell’area a caldo così com’è solo nel breve termine. Un ridimensionamento al quale l’esecutivo accompagnerebbe un più generale piano nazionale per la siderurgia, per rivedere la mappa della produzione, come fu fatto nel secondo dopoguerra.”

Del resto anche settori sindacali non osteggiano questa prospettiva. “Se per i 5.000 in uscita ci fossero ammortizzatori e ricollocazione, per esempio nelle bonifiche dell’amianto, potrebbe essere una soluzione accettabile”, dice Pasquale Di Bari, della Uilm, primo sindacato all’ex Ilva.

Parte a questo punto l’aggressione mediatica concentrica alla difesa del diritto alla salute con le “lamentele” sul fatto che queste azioni giuridiche porteranno a “far scappare gli investitori” dall’Italia, terrorizzati dalla “debordante” azione della magistratura.

Sul sito de Il Sole 24 ore, il 17 novembre scorso è stato pubblicato un articolo dal titolo “Investimenti in Italia frenati dai rischi legali”. La firma è dell’ex Ministro dell’Economia del primo governo Conte, Giovanni Tria. Il senso dell’articolo scritto dall’ex ministro gialloverde è riassunto abbastanza fedelmente dal sommario: “Un nuovo governo legittimamente muta la propria politica e effettua scelte diverse per nuovi progetti, ma non blocca ciò che è stato avviato”.

La deindustrializzazione del nostro Paese ha una storia antica. Basterebbe citare la chimica, l’elettronica. Oggi il capitalismo monopolistico italiano punta su settori completamente diversi: il trasporto dell’energia, sfruttando la particolare collocazione geografica della Penisola, la produzione di armi subordinata a più grandi progetti USA e EU. Ridurre il tutto alla semplificazione dei “rischi legali” che frenano gli investimenti significa voler nascondere il sole con un dito. Austerità, regole di bilancio europee, privatizzazioni che mascherano svendite di interi rami industriali, svalutazione dei salari: tutto ciò evidentemente incide poco per Tria al cospetto dei “terribili” rischi legali. Ma il messaggio è chiaro: non disturbate il manovratore, anzi il benefico investitore al quale dobbiamo fare ponti d’oro sempre e comunque.

La seconda questione è più politico-istituzionale: i governi italiani, che si susseguono nei lustri e nei decenni, “non potendo bloccare ciò che è stato avviato”, palesano quindi una finta alternanza corrispondente ai risultati delle elezioni politiche, unico appiglio per continuare a sostenere la parvenza almeno formalmente “democratica”. L’unica responsabilità di questi governi sembrerebbe essere nei confronti dei capitali investiti. Esteri o italiani, privati o pubblici. Riguardo l’origine dei capitali investiti cambierebbe evidentemente ben poco per l’analisi complessiva. Basterebbero pochi esempi: dall’esempio storico della progressiva dismissione del gruppo FIAT agli ultimi esempi di Mahle e Ex Ilva, alle famigerate “cordate” per Alitalia. Di certo cambierebbe assolutamente nulla per i lavoratori impiegati nel processo di riproduzione di quei capitali investiti.

In questo contesto appare ridicola l’accusa al governo dei “sovranisti” alla Salvini di “fare scappare” gli investitori esteri. Strani sovranisti che desiderano solo dimostrare di essere più bravi a lustrare le scarpe allo “straniero”! In verità il problema di italiano o straniero ovviamente non c’entra nulla. Il problema è di chi si fanno gli interessi: dei padroni o dei lavoratori.

Un altro argomento che va rintuzzato è quello per cui i privati sarebbero più bravi e quindi solo essi possono rappresentare la salvezza di un’azienda. Dice il ministro dell’economia attuale, Gualtieri, che la nazionalizzazione è una “pericolosa illusione”. Ora, perché i privati sarebbero più bravi? Anche ammesso che non si fosse affidato tutto ad Arcelor-Mittal (non mettiamo aggettivi perché gli unici che ci vengono in mente sono da querela), un altro “imprenditore” sarebbe più bravo? Avrebbe più soldi dello Stato italiano? No. Avrebbe più competenze aziendali? No. Sarebbe costretto a fare profitti? Sì. Avrebbe un orizzonte di investimento più lungo? No. Dovrebbe rispettare i vincoli di legge in modo più concessivo? No. E allora? Si cita il caso Alitalia, che invece è proprio la dimostrazione che è stata la svendita ai privati con continue iniezioni di soldi pubblici che ha affossato quell’azienda.[1]

La vicenda ILVA ci dà la misura di quanto queste posizioni siano del tutto false, contrarie all’interesse non solo dei lavoratori e degli abitanti non solo di quei territori, ma anche di tutt’Italia. Si chiuderà l’ILVA, o si ridimensionerà radicalmente secondo gli interessi del grande padronato[2], non si risanerà il territorio e resterà per sempre il deserto e la devastazione industriale ed economica.

Invece proprio il caso Alitalia, ma anche quello di Termini Imerese e innumerevoli altri, dovrebbe insegnare ai lavoratori che le proposte al ribasso della borghesia non devono mai essere accettate. Certo, si capisce che per il lavoratore che oggi si sente franare sotto i piedi il terreno, soluzioni che gli assicurano, almeno nel breve periodo, la sopravvivenza pur fuori dalla fabbrica, sono una prospettiva irrinunciabile. Ma vediamolo dal punto di vista della classe. Agli operai dell’Alitalia si proposero scivoli e agevolazioni a vita e poi il governo di turno li ha assottigliati sempre di più. A Termini stanno scadendo i termini della cassa integrazione e di mese in mese i lavoratori devono lottare per vedersela rinnovata. Questo è il destino che vogliamo per la più grande acciaieria d’Europa?

Il sospetto è legittimo che il governo italiano abbia lavorato fin dall’inizio per “il re di Prussia”, che fosse fin da subito nelle intenzioni di chiudere un settore ormai scomodo per il capitalismo italiano, un settore che può fare profitti solo inquinando e avvelenando i cittadini e gli operai, che può stare a galla solo con una produzione troppo grossa ormai per quanto la concorrenza internazionale concede.

Qui misuriamo tutto il male del capitalismo. Il ricatto tra salute e lavoro. Il lavoro che comunque verrà tolto a fronte della riduzione dei lavoratori che dovranno mendicare periodicamente il sostegno al reddito e non la difesa dell’occupazione. Chi oggi parla di piani di sviluppo territoriale, di una nuova politica turistica, di coltivazioni di mitili, evidentemente ha in mente un Italia che campa di settori economici marginali, mentre il nucleo duro della produzione viene concentrato in settori altamente capitalizzati con una manodopera altamente specializzata e soprattutto limitata numericamente. Insomma, è ancora una volta dimostrato che la produzione capitalista, basandosi sul massimo profitto, è incompatibile con i bisogni dell’intera collettività.

Per questo la parola d’ordine di nazionalizzazione è “pericolosa” ma per i padroni e tutti i loro servi.

Essa all’interno del sistema capitalistico trova forti ostacoli. Non solo perché i governi borghesi che si alternano sono servi degli interessi dei grandi monopoli che hanno tutt’altro interesse, ma perché le regole europee sui sostegni di stato, i vincoli di bilancio e non ultimo la concorrenza internazionale basata su regole di mercato inflessibili sbarrano la strada. Quindi è giusto che non solo gli operai e gli abitanti di Taranto, ma anche tutti i lavoratori italiani, capiscano chi è il nemico che gli ruba il futuro e la salute tutti i giorni.

Ma una soluzione c’è. Non le finte nazionalizzazioni del capitale, fatte solo per scaricare i debiti dei padroni sulle spalle della collettività, ossia ancora una volta dei lavoratori. Non la nazionalizzazione “temporanea” finalizzata a ristrutturare a spese dello stato e poi rimetterla nuovamente sul mercato, a tutto beneficio di chi poi se la comprerà a prezzi da saldo.

Ma la nazionalizzazione definitiva, senza indennizzo, con affidamento ai lavoratori. Questa è la strada che, oltre ad essere l’unica soluzione per non chiudere una fabbrica strategica che da sola vale (valeva?) il 2 percento del PIL italiano, è l’unica via d’uscita per continuare ad avere lavoratori che hanno i loro diritti e il loro salario e non mendicanti di reddito. L’unica soluzione per avviare davvero un risanamento ambientale che solo cospicui investimenti pubblici posso assicurare, magari finanziati con gli espropri di chi ha fatto affari finora del tesoro portato all’estero dai Riva, e non con le sovvenzioni europee[3].

La soluzione è rompere questi vincoli, che soprattutto sono stati collocati nella testa dei lavoratori da anni e anni di tradimenti di chi doveva invece dare loro la prospettiva del rovesciamento di questa società.

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[1] http://www.lariscossa.com/2019/05/21/alitalia-un-esempio-capitalismo-predone/

[2] Tra le richieste di ArcelorMittal altri 6.700 esuberi (che si aggiungono ai precedenti 5.000 esuberi più 1.700 in cassa integrazione all’amministrazione straordinaria) sugli attuali 10.600 dipendenti (erano 14.300 nel 2017). Inoltre rimane la richiesta dello scudo penale, la riduzione del canone di affitto del gruppo e l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti nella società franco-indiana.

[3] Tra il 2008 e 2015 i grandi gruppi dell’acciaio, del cemento, della chimica e del petrolio hanno ottenuto 25 miliardi di euro di incassi aggiuntivi come “effetto collaterale” del sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione. Si veda al proposito un’inchiesta di Fq MillenniuM, in uscita sabato 16 novembre, anticipato dal Fatto quotidiano.

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