Iraq, la missione militare italiana e la rivolta popolare: interessi imperialisti e interessi di classe.

Il grave ferimento di cinque militari delle forze speciali italiani in un attacco rivendicato dall’ISIS nella zona di Kifri, a circa 120 chilometri da Kirkuk nel nord dell’Iraq, ha riportato al centro dell’attenzione mediatica questa martoriata nazione e le missioni militari italiane all’estero. Ma, senza entrare sulle ricostruzioni alquanto parziali e nebulose del fatto, ciò che non emerge per nulla dal racconto mediatico è il quadro in cui si sviluppa l’intervento del contingente italiano in quell’area.

Si tratta della missione internazionale “Inherent Resolve” della coalizione anti-ISIS a guida USA che agisce nel nord dell’Iraq e coinvolge circa 1.100 soldati italiani, attraverso l’operazione “Prima Parthica”[1], spediti in un difficile e complesso scenario di guerra sotto la maschera “umanitaria” o di “lotta al terrorismo” che in realtà nasconde i reali interessi in gioco. Ufficialmente, come si legge dal sito del Ministero della Difesa[2], l’obiettivo manifesto di questa “Coalizione dei Volenterosi” a guida USA è quello di affiancare e supportare le truppe irachene contro l’ISIS, «rendere sicuri i confini, ristabilire la sovranità dello Stato, formare Forze Armate e di Polizia in grado di garantire la sicurezza della Nazione». Inoltre, si precisa, che le forze militari italiane forniscono anche «assetti e capacità di Training ed Assisting rivolti alle Forze Armate e di polizia irachene, ed in particolare nella base di Erbil (a pochi km dal luogo dell’attacco) sono in corso cicli di training a favore dei Peshmerga (forze curde di Barzani) ed a Baghdad presso cui sono in corso attività di Advising per le unità delle Forze Speciali».

Se riportiamo il tutto nel concreto mondo del reale, va notato prima di tutto come il mostro jihadista dell’ISIS è stato fomentato e alimentato dagli stessi USA ed altre centrali imperialiste UE e NATO allo scopo di destabilizzare la Siria (insieme a Israele, Turchia, petromonarchie del golfo) e questa importante e ricca area geostrategica, per poi successivamente costruire questo intervento militare nel 2014 allo scopo di mettere gli scarponi dei propri eserciti sul terreno e dispiegare i propri piani, mire e interessi in competizione con altri centri imperialisti e forti stati capitalisti regionali. L’area d’intervento – che rientra nella regione autonoma del Kurdistan iracheno e si estende fino al nord-est della Siria – infatti è ricca di giacimenti petroliferi, per una riversa stimata tra i 40 e 60 miliardi di barili, e giacimenti di gas naturale ancora inesplorati che fanno gola a diverse potenze e monopoli energetici, statunitensi, britannici, cinesi, russi, dall’Iran, a Israele (si stima che il 77% della sua importazione di petrolio dipenda da Kirkuk)  alla Turchia all’Arabia Saudita ecc.  Crocevia inoltre di importanti pipeline, esistenti e in progetto, proprio a Kirkuk risiede la più grande raffineria irachena, oggetto di contesa su gestione e ripartizione degli introiti tra il governo regionale curdo di Barzani (vicino a Turchia, USA e Israele) e le autorità federali irachene.

Come abbiamo già osservato in un precedente articolo[3], l’Iraq, dopo vari anni di occupazione imperialista a seguito della distruttiva invasione degli USA nel 2003, è rimasto impantanato tra guerra civile, corruzione dilagante, povertà diffusa, tensioni sociali e etnico-settarie (in particolare tra sunniti e sciiti). L’autodenominato Stato Islamico emerge in questo quadro manifestando il proprio progetto di costruzione del “califfato islamico” nella regione, prendendo il controllo nel 2014 di aree della Siria e di un terzo dell’Iraq con la conquista delle città di Falluja, Mosul e Tikrit. La lotta al terrorismo diviene così la copertura giusta per gli interventi delle grandi potenze nella regione, sfruttando lo sgomento e l’angoscia della scia di sangue degli attentati terroristici nelle città europee, con la creazione da parte degli USA della cosiddetta “coalizione internazionale anti-ISIS”, che vede il coinvolgimento dell’Italia e di altri paesi europei e arabi[4].

Al contempo, entrano prepotentemente in campo anche la Russia e l’Iran (così come anche in Siria) che forniscono supporto, aiuti militari e consulenti tecnici al governo iracheno, con la formazione anche dell’“Unità di mobilitazione popolare” che ha strenuamente combattuto al fianco dell’esercito iracheno, rafforzando i legami, non solo militari, e la sua influenza politico-diplomatica ed economica. Baghdad dipende oggi fortemente da Teheran anche in ambito energetico, importando circa 1.400 megawatt di elettricità e 28 milioni di metri cubi di gas per le sue centrali elettriche, che insieme costituiscono circa un terzo delle forniture di energia interna. Ciò ha fatto accumulare all’Iraq un debito di 2 miliardi di dollari verso l’Iran. Quest’ultimo, a sua volta, punta a sfruttare il mercato iracheno per compensare e aggirare almeno in parte l’effetto delle sanzioni americane, prendendo anche il controllo di importanti progetti di ricostruzione post-bellica e mirando, ovviamente sulla base dei propri interessi capitalistici e geopolitici, a porre l’Iraq sotto la sua orbita d’influenza scalzando del tutto o almeno in parte gli USA. L’influenza e l’ingerenza statunitense sull’Iraq rimane ancora notevole con migliaia di militari di stanza nel paese e accordi che subordinano il paese agli interessi di Washington che mira ad isolare Teheran. Anche la Russia è sempre più presente in Iraq attraverso una serie di accordi energetici attraverso i suoi due principali monopoli energetici, Rosneft e Gazprom.

Muovendosi da equilibrista tra Washington e Teheran, in questo quadro di instabilità e dispute l’Iraq, con una infrastruttura ancora distrutta dalla guerra imperialista statunitense del 2003 e da cui sono spariti circa 450 miliardi di dollari, subisce l’usurpazione della sua ricchezza petrolifera da parte dei monopoli stranieri ed è costretta a dipendere dall’estero, nonostante tutta la quantità di petrolio e di energia elettrica prodotta dalle sue dighe. Attualmente è il terzo esportatore mondiale di petrolio, ma la povertà colpisce il popolo iracheno, con un tasso di povertà incrementato negli ultimi anni ad oltre il 23% ed una disoccupazione che riguarda il 30% della popolazione, tra loro in maggior parte i giovani; i servizi pubblici sono di pessima qualità e sono inesistenti in molte aree, la maggioranza della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, la fornitura di elettricità è intermittente, la salute e l’istruzione peggiorano quotidianamente.

In questo scenario, è esplosa la sollevazione popolare delle masse impoverite irachene contro il governo di Mahdi, le politiche antipopolari, il carovita, le influenze straniere e le tremende condizioni di vita, iniziata ai primi di ottobre senza fermarsi fino ad oggi, con la repressione statale che ha causato, secondo diverse stime, circa 300 morti, decine di migliaia di feriti e migliaia di detenuti. Le forze di sicurezza sparano deliberatamente sulle folle in strada, come nel caso più eclatante del massacro al ponte Al-Ahrar nella capitale Baghdad, tra le città più coinvolte dalle proteste che si diffonde soprattutto nelle regioni del sud sciita.

L’avvicinamento all’Iran (sciita) da parte dell’Iraq dopo la caduta del sunnita Saddam Hussein nel 2003 e l’ascesa di un gruppo di potere sciita (seppur non monolitico), è osteggiato naturalmente in primis dagli USA che, mantenendo da un lato la propria presenza militare e dall’altro sfruttando il malcontento popolare, esercitano la propria ingerenza e pressione per influenzare e determinare gli eventi nel paese sulla base dei suoi interessi. Non a caso, nella giornata di lunedì è giunto l’invito della Casa Bianca[5] alle autorità irachene di iniziare un processo di cambiamento del sistema elettorale e tenere nuove elezioni con le dimissioni del primo ministro Adil Abdou Mahdi. Teheran a sua volta si muove sempre più comodamente nelle stanze del potere iracheno, confermando ad oggi il suo sostegno al governo con la promozione di riforme che vadano a calmare la piazza, vedendo nel cambio di governo un rischio di perdere la sua influenza e capacità di determinare gli eventi. La leadership iraniana esercita una profonda influenza sul blocco al-Binaa, composto principalmente da partiti religiosi sciiti e seconda forza in parlamento, di Hadi Al-Amiri a capo della milizia Badr legata al corpo militare iraniano delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, e molto vicino a Qassem Suleimani, il comandante della forza di Quds, un’unità di forza speciale attiva nelle operazioni estere. Proprio a quest’ultimo vengono attribuiti visite nelle ultime settimane in Iraq per convincere Amiri a confermare il sostegno al governo lasciando l’altro leader sciita al Sadr del blocco Islah, a capo della coalizione Sairun a cui partecipava anche il PC iracheno che ha ottenuto il maggior numero di seggi in parlamento alle ultime elezioni, che invece spinge per le dimissioni del governo dichiarandosi contro ogni ingerenza straniera e per il superamento delle divisioni settarie.

Il presidente della Repubblica, Saleh, ha dichiarato negli scorsi giorni che il premier Mahdi sarebbe pronto a dimettersi, qualora fosse pronta un’alternativa per giungere ad indire elezioni a seguito di una riforma elettorale.

I comunisti iracheni, attivi nella rivolta con decine di militanti uccisi, rivendicano la rottura con il sistema politico attuale basato sulla divisione settaria-religiosa, le dimissioni del governo e l’installazione di un governo di transizione basato sugli interessi del paese e del popolo, senza alcuna ingerenza straniera, per una democrazia con giustizia sociale.[6]

In tutto questo che ruolo svolgono i nostri soldati in Iraq? Sono partecipi e pienamente coinvolti – per volontà della borghesia italiana e dei suoi governi nel quadro dell’alleanza strategica-subordinata con gli USA – nello sviluppo dei piani imperialisti che non corrispondono di certo agli interessi dei popoli, pedine nelle dispute e conflitti d’interesse inter-imperialistici che si sviluppano per ridisegnare la regione più ampia del Medio Oriente e ripartire le zone d’influenza in base ai rapporti di forza che si determinano dal punto di vista economico, militare, politico-diplomatico per il saccheggio e controllo delle risorse naturali, rotte di trasporto di merci e energia, quote di mercato, cruciali punti geostrategici. Conflitti, interventi, dispute, ingerenze accordi e negoziazioni che si giocano sulla pelle dei popoli e nell’esclusivo interesse dei monopoli capitalistici[7] mentre si accumulano i fattori di rischio di una nuova conflagrazione mondiale.

Nei giorni in cui ricorre la retorica borghese sulle missioni militari “di pace”, “umanitarie”, di “addestramento”, nel combinato tra l’attacco subito a Kirkuk e l’anniversario della strage di Nassiriya, si sprecano le solite parole altisonanti provenire dai vertici statali in cui si arriva ad utilizzare la memoria dei caduti come vincolo morale per continuare ad esser attivi nei teatri di guerra [8] e accrescere il business delle spese militari; per noi comunisti è invece chiaro che questo vincolo siano esclusivamente gli interessi e profitti dei monopoli capitalistici (compresi quelli italiani) ottenuti spremendo fino all’ultimo goccia di sudore e sangue i popoli e i lavoratori. Per questi interessi imperialisti i nostri soldati vengono inviati in missione all’estero, per questo muoiono e vengono feriti… per questo si continua a versare il sangue dei popoli: non c’è alcun legame reale con la “libertà”, la “democrazia” e la “pace”.

Per i popoli e i lavoratori della regione medio-orientale, l’unica strada verso la liberazione è quella dell’autodeterminazione del proprio destino, rompendo con i vicoli ciechi del capitalismo, sviluppando una lotta indipendente basata sui propri interessi in conflitto con i monopoli internazionali e le borghesie locali, l’oscurantismo e il settarismo religioso. In questa lotta i popoli e i lavoratori hanno come alleati solo altri popoli e lavoratori nella comune lotta per rovesciare un sistema socioeconomico obsoleto che genera sfruttamento e oppressione, guerre e saccheggio, povertà e rifugiati-immigrati sradicati dalle loro case e terre. Questi sono gli interessi di classe che legano i popoli e lavoratori dall’Italia all’Iraq.

Nessuna complicità, giustificazione e ambiguità può esser espressa nei confronti delle missioni militari in cui si inserisce l’imperialismo italiano: immediato ritorno in Italia di tutti i militari all’estero, nessuna partecipazione-coinvolgimento nei piani imperialisti, disimpegno dall’UE e dalla NATO, da ogni alleanza imperialista, con il popolo lavoratore alla direzione del proprio paese, è e rimane la nostra parola d’ordine.

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[1] Dal costo annuo di 235.245.605€ è stata rifinanziata dal governo M5S-Lega insieme ad oltre 30 missioni in diversi continenti per un costo di circa 1,5 miliardi € e 7.343 unità delle Forze Armate: Crescono le spese militari dell’Italia. Circa 1,5 miliardi per le missioni all’estero, La Riscossa, 7 luglio 2019

La missione è stata confermata dall’attuale Ministro degli Esteri Di Maio in questi giorni a seguito dell’attacco: Di Maio, ora il MS apprezza la missione in Iraq: “Incarna i nostri valori”, La Stampa, 11 novembre 2019

[2] Iraq – Operazione “Prima Parthica” / “Inerent Resolve”, Esercito.difesa.it

[3] Il popolo iracheno in rivolta contro la fame: più di 100 morti, La Riscossa, 9 ottobre 2019

[4] Coalition, Operation Inherent ResolveOne Mission, Many Nations

[5]Top Iraqi cleric casts doubt on reforms offered to defuse unrest, Reuters, 11 novembre 2019

[6] Iraqi CP, The Government statement is fueling popular anger, Solidnet, 7 novembre 2019

[7] Per necessità di sintesi e di inquadramento del presente articolo non ci dilunghiamo ma invitiamo ad approfondire con i seguenti articoli:

Sulla situazione attuale in Siria, Senza Tregua, 2 novembre 2019

Arabia Saudita prende il controllo della strategica Aden nello Yemen meridionale, La Riscossa, 24 ottobre 2019

L’attacco della Turchia in Siria e la spartizione sulla pelle dei popoli, La Riscossa, 11 ottobre 2019

21 IMCWP: Risoluzione di condanna dell’aggresione turca contro la Siria, La Riscossa, 8 novembre 2019

[8] L’Italia è il primo paese NATO dopo gli USA per missioni militari all’estero. Vedi nota 1.

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