Prendi il litio e resta!

Riuscito per ora il golpe neoliberista in Bolivia

di Enzo Pellegrin

Il 15 marzo del 2018, Maurizio Stefanini, articolista del Foglio, si doleva che l’enorme riserva di Litio presente in Bolivia fosse nelle mani dello “statalismo” e del “cattivo esempio” di Evo Morales. (1) Nel medesimo articolo si evidenziava  che, al contrario, Cile ed Argentina, le altre due “Arabie Saudite” del Litio, avevano generato una vera e propria “corsa al litio”, come ai romantici tempi dello Yukon.

Nel Cile, secondo i dati del 2016, sono state estratte  68.874 tonnellate metriche (Tm) di carbonato di litio equivalente (Cle) ad opera delle imprese private Albemarle e Sociedad Química de Minerales de Chile (Sqm). Quest’ultima è posseduta per il 29 per cento dal miliardario Julio Ponce Lerou, salito al 422 posto della classifica Forbes dei ricchi planetari proprio grazie al boom del Litio. Il Cile occupava all’epoca una quota pari al 33 per cento del mercato mondiale del Litio.

Nel 2016, le imprese argentine Fmc Corporation e Orocobre hanno invece prodotto 30.340 Tm di Cle, riuscendo a raggiungere una quota pari al 16 per cento del mercato mondiale.

L’articolo riportava l’opinione di un asserito esperto del settore, tale Joe Lowry, soprannominato nel ramo come “Mr. Lithium”. Secondo Lowry l’industria estrattiva del minerale richiederebbe grandi ed adeguati investimenti per raggiungere valori estrattivi discreti.

La posizione subordinata delle imprese argentine veniva ricondotta proprio alla “assenza di investimenti” dovuta ai “contrasti coi Kirchner”, contrasti che evidentemente sarebbero venuti meno con l’instaurazione del governo neoliberista di Macri.

Il capitale globale vuole quindi mettere le proprie mani sul litio, elemento strategico per la produzione di batterie, non soltanto per il mercato della telefonia cellulare, ma soprattutto per il nuovo business globale delle auto elettriche, le quali necessitano di batterie con quantità di litio molto più cospicue.

Negli ultimi anni, la “corsa al litio” ha generato un significativo aumento dei prezzi di questo minerale, e, conseguentemente, dei profitti delle società di estrazione. Il prezzo del litio, nella forma di carbonato, nel 2015 si attestava intorno ai 5 euro/kg, mentre nel 2018 è arrivato a 12 euro/kg (+140%). L’ossido di litio è passato da 7.5 a 12 euro/kg (+61%).  “Attualmente gli accumulatori al Li-Ion sono i più utilizzati e secondo un report della compagnia cilena Chemical and Mining Society (SQM), uno dei più grandi produttori di litio al mondo, la domanda delle componenti fondamentali per la produzione di questa tipologia di accumulatori aumenterà significativamente anche nei prossimi anni” (2).

La domanda importante che dovremmo porci è la seguente: l’aumento dei prezzi di tale materia prima ha portato ricchezza nelle vite degli argentini e dei cileni, oltre che nelle tasche degli speculatori?

La risposta è ovviamente negativa. Lo dimostra la storia dei recenti avvenimenti in Cile ed Argentina.

Nel primo dei due paesi è scoppiata una grande rivolta popolare contro il governo neoliberista di Pinera, che ha dato luogo ad una sanguinosa repressione dei manifestanti, sulla quale vi è stata la completa disattenzione del mondo occidentale.

Parimenti in Argentina, una grande opposizione popolare ha decretato la fine del governo Macrì e l’elezione di un governo nuovamente vicino alla politica kirchneriana. e popolare.

Alla base di entrambe le proteste popolari l’estrema povertà, il livello indecente dei salari, le privatizzazioni e l’alto costo della vita e dei servizi, in gran parte detenuti da imprese private, la sottrazione delle ricchezze della nazione da parte di imprese monopolistiche, a confronto con gli alti stipendi dei militari della polizia e di tutti i funzionari che debbono mantenere l’ordine delle autocrazie neoliberiste.

Insomma i soldi della speculazione sul litio sono finiti nelle tasche dei monopolisti.

Da queste tasche, ormai assolutamente ermetiche, nonostante le favole neoliberiste, non è “colata” alcuna ricchezza.

Viceversa che cosa è successo in Bolivia?

Il governo di Evo Morales aveva posto l’attenzione sul Litio. Nel Salar di Uyumni il Paese vanta la più importante riserva di litio del mondo. Nel 2018 la sua produzione si attestava intorno ai 120 Tm di Cle all’anno: una quota risibile per gli interessi degli speculatori. Il governo di Evo Morales tenne a ricordare che i progetti sviluppati in Bolivia hanno cercato di tener conto dei vincoli ambientali. Inoltre, dato più importante, il governo aveva scelto una via socialista per lo sviluppo di tale industria estrattiva. I progetti non avevano la finalità di esportare solamente il minerale, ma di fabbricare il prodotto finito (le batterie) in Bolivia, riservando il monopolio dell’estrazione e delle successive produzioni a industrie detenute al 100 per cento dallo Stato, come lo era attualmente l’industria estrattiva, affidata in via esclusiva alla Yacimientos de Litio Boliviano.

Evo Morales, sul litio, aveva applicato la ricetta di riservare alla collettività i mezzi di produzione per decidere cosa, come, dove produrre, nel rispetto delle esigenze di conservazione dell’ambiente.

I traguardi raggiunti in questi anni dallo Stato Boliviano, le elezioni sempre vinte dal suo Presidente, inclusa l’ultima, dimostrano che vi è stata una discreta distribuzione di ricchezza a favore dei ceti popolari del Paese.

Contro questa “via socialista” si sono scagliati negli ultimi anni quasi tutti i think thank del neoliberismo mondiale. L’articolo di Stefanini ne è un esempio.

Il settore produttivo delle auto elettrice si trova anche al centro delle grandi manovre finanziarie che stanno avvenendo nel settore della green economy. C’è stato un indubbio massiccio investimento di risorse nella promozione dell’egemonia culturale all’interno del mainstream occidentale verso la necessità di massicci investimenti nelle tecnologie “considerate green”, spesso anche a sproposito, come appunto la produzione di auto a batterie, che diventano impattanti rifiuti pericolosi dopo pochi anni di funzionamento.

Queste grandi manovre sono state spiegate molto bene da F. William Engdahl, in un articolo recentemente apparso su Global Research a proposito del fenomeno Greta Thunberg (3), ed anche io ne ho ragionato in altro articolo, parimenti apparso su Global Research (4).

Engdahl osserva che le mega-multinazionali e i megamiliardari dietro la globalizzazione dell’economia mondiale negli ultimi decenni, la cui ricerca del valore azionario e della riduzione dei costi ha arrecato così tanti danni al nostro ambiente sia nel mondo industriale che nelle economie sottosviluppate dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, sono i principali sostenitori del movimento di decarbonizzazione dalla Svezia alla Germania agli Stati Uniti e oltre.

Sempre l’autore americano ricorda che “nel 2013, dopo anni di attenta preparazione, una società immobiliare svedese, Vasakronan, ha emesso la prima società “Green Bond.” Ne seguirono altri, tra cui Apple, SNCF e la principale banca francese Credit Agricole. Nel novembre 2013 la Tesla Energy di Elon Musk ha emesso il primo titolo solare garantito da attività. Oggi, secondo una cosa chiamata Climate Bonds Initiative, più di 500 miliardi di dollari di tali Green Bonds sono in circolazione. I creatori dell’idea del green bond dichiarano che il loro obiettivo è quello di raccogliere una importante quota azionaria del valore di 45 miliardi di dollari nelle imprese globali che hanno preso l’impegno nominale di investire in progetti “clima friendly” Nel 2016 la TCFD insieme alla City of London Corporation e al governo del Regno Unito ha avviato la Green Finance Initiative, con l’obiettivo di incanalare migliaia di miliardi di dollari verso investimenti ecologici. I banchieri centrali dell’FSB hanno nominato 31 persone per formare la TCFD. Presieduto dal miliardario Michael Bloomberg del ramo  finanziario, include persone chiave provenienti da JP Morgan Chase; da BlackRock – uno dei più grandi gestori patrimoniali del mondo con quasi 7000 miliardi di dollari; da Barclays Bank; HSBC, dalla banca di Londra-Hong Kong che è stata multata più volte per riciclaggio di droga e altri fondi neri; da Swiss Re, la seconda società di riassicurazione al mondo; dalla banca cinese ICBC; da Tata Steel, ENI oil, Dow Chemical, dal gigante delle miniere BHP Billington e da David Blood della Al Gore Generation Investment LLC. In effetti sembra che le volpi stiano scrivendo le regole per la nuova Green Hen House.

La Bank of England di Carney è stata anche un attore chiave negli sforzi per fare della City di Londra il centro finanziario della Green Finance globale. Il Cancelliere uscente dello Scacchiere del Regno Unito, Philip Hammond, nel luglio 2019, ha pubblicato un Libro bianco, “Green Finance Strategy: Transforming Finance for a Greener Future. Il documento afferma, “Una delle iniziative più influenti che emergono è il Financial Stability Board’s private sector Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), sostenuta da Mark Carney e presieduta da Michael Bloomberg. Questo è stato approvato da istituzioni che rappresentano 118 mila miliardi di dollari di impresa a livello globale.” Sembra che qui ci sia un piano. Il piano è la finanziarizzazione di tutta l’economia mondiale utilizzando il timore della fine del mondo in uno scenario globale, raggiungere obiettivi arbitrari, come ad esempio il “netto-zero in emissioni di gas serra.” (5)

Questa importante concentrazione di forze finanziarie, come dimostrato anche da Cory Morningstar, autrice ed attivista ambientale, hanno pesantemente supportato quell’investimento in egemonia culturale rappresentato dalle apparizioni di Greta Thunberg. Tanto questo fenomeno è stato riprodotto e amplificato dai media mainstream, quanto grande è la dimensione di tali interessi economici.

“Segui la via dei soldi”, si usa dire negli Usa a proposito dei fenomeni politici e mediatici.

Questo sentiero economico è al giorno d’oggi abbastanza chiaro: la crisi di sovrapproduzione necessita di nuovi sbocchi finanziari: raccogliere denaro dai fondi pensione per investirlo in prospettive che diventano credibili ed anche “necessitate”, quale la diminuzione della CO2 nell’atmosfera, presentata come ultima occasione prima dell’Apocalisse.

Per dare una dimensione concreta a tali investimenti, occorre però anche il dominio neoliberista delle materie prime necessarie: il litio tra queste.

Tutta questa imponente architettura di attori finanziari viene minata alla base se non viene condotta nell’ottica neoliberista, la loro gestione deve essere sottratta ai cattivi esempi di “statalizzazione”. Pensare di estrarre e produrre litio per i bisogni del popolo e nel rispetto per l’ambiente, al di fuori delle ambizioni speculative equivale ad un attacco al cuore dell’economia capitalista globalizzata.

Ecco che allora diviene chiaro il motivo per cui un Presidente liberamente eletto, che gode di granitico consenso delle masse popolati, debba essere spodestato e costretto a fuggire dal proprio paese.

Diviene altrettanto chiaro quale sia oggi il nemico principale dell’autodeterminazione dei popoli: in Bolivia non si suona una canzone molto diversa da quella che Stati Uniti NATO ed Unione Europea hanno suonato in Siria, tentando per otto anni di disgregare un paese produttore di petrolio, allo scopo di gettarlo in mani facili da dirigere.

La nostra principale agenzia informativa, l’ANSA, dava qualche giorno fa notizia di un ordine di cattura emesso contro Evo Morales, secondo quanto riportano le dichiarazioni di tale signor Camacho, il quale altri non è che il leader di un’opposizione finanziata dall’occidente col compito di porre in dubbio l’elezione legittima del Presidente. Nessun incarico istituzionale di Polizia o militare era ricoperto dal signor Camacho al momento di tale dichiarazione. Eppure l’Ansa si affida alle dichiarazioni di costui per fornire la notizia circa un presunto ordine di arresto emanato, non si dice a quale titolo, contro il Presidente.

Questo la dice lunga su quanto i nostri governi, i nostri politici, l’Unione Europea siano allineati con l’agenda di NATO, imperialismo statunitense ed interessi della finanza e industria globalizzata. Il nemico è nudo, basta rifiutarsi di coprire le sue pudenda e iniziare a combatterlo.

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Note:

(1) M. Stefanini, Chi ha il litio non ha i denti, Il Foglio, 15.3.2018 (https://www.ilfoglio.it/economia/2018/03/15/news/chi-ha-il-litio-non-ha-i-denti-il-caso-boliviano-184309/ )

(2) C. Ranocchia, I prezzi del litio su livelli da record, Pricepedia, 29.5.2019, (http://www.pricepedia.it/magazine/article/2019/05/29/prezzi-del-litio-su-livelli-da-record/)

(3) F William Engdahl, Climate and The Money Trail, Globalresearch, 25.9.2019 (https://www.globalresearch.ca/climate-money-trail/5690209)

(4) Enzo Pellegrin, Climate is changing, relations of exploitation are not, Global Research, 1.10.2019 (https://www.globalresearch.ca/climate-changing-relations-exploitation-not/5690740) oppure in italiano: Il clima sta cambiando, le relazioni di sfruttamento no, apparso su resistenze.org, 1.10.2019, (http://www.resistenze.org/sito/te/pe/ed/peedji30-021853.htm)

(5) cit. nota 3-

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