Anticomunismo viscerale

E ora ci si mette anche il Parlamento europeo a confondere fascismo e comunismo! Con una mozione sgangherata, di cui per adesso interessa verificare lo sfondo ideologico.  

Attendevo da tempo un riscontro attuale netto, esplicito, inequivoco con riguardo ad un giudizio tagliente e profondo di Thomas Mann – con il quale si chiuderanno queste riflessioni su chi equipara fascismo e comunismo sotto la pseudocategoria del totalitarismo. L’equiparazione costituisce ormai esercizio corrente di giornalisti e politicanti con una sorta di scontato automatismo: quante volte un lettore esprime ad un quotidiano una critica o condanna del fascismo, e la risposta del giornale democratico è normalmente nel senso che d’accordo, fascismo e comunismo vanno respinti. Il lettore non aveva menzionato il comunismo, ma tant’è: scatta per lo più questo accostamento apodittico.  

Tutto dispiegato invece, pur se contorto come si capirà nel prosieguo, è quanto ci propina Michele Serra su Repubblica del 21 giugno 2019, con un pezzo che ha suscitato una replica di Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 26 giugno) e successiva controreplica di Serra (Repubblica, 27 giugno): un seguito di cui non ci curiamo in quanto non sposta i termini della questione come configurata da Serra.  

Il giornalista è in ambasce perché in Italia non esiste una destra moderata antifascista che in qualche modo limiti e raffreni i rigurgiti fascisteggianti della destra estrema. Lasciamo pur perdere il vezzo della (sedicente) sinistra democratica di voler indicare le caratteristiche che dovrebbe assumere una forza politica data per contrapposta. Andiamo al sodo. Tutto l’argomentare di Serra ci lascia come minimo all’inizio stupefatti, alla fine lo si scoprirà volgare e rivoltante.  Nello scorrere il non breve pezzo, e sin quasi alla chiusa, ci si imbatte infatti in un discorso artificiale, quasi tenuto entro il recinto di una serra (si perdoni il facile gioco con il nome dell’autore). Il giornalista è alla ricerca di anticorpi democratici nella società, nella sostanza verifica l’atteggiamento delle forze politiche in quanto beneducate, ligie alla Costituzione, e lo trova solo nella (sempre sedicente) sinistra democratica: in tutto ciò nessun riferimento allo svolgimento irto, complesso, drammatico, della storia reale. Inaudito: un decisivo versante di questa resta completamente amputato. Chi ha almeno in parte vissuto di persona la vicenda del fascismo e della lotta intorno ad esso e contro di esso nel secolo scorso mantiene la radicata memoria che l’affermarsi e lo stabilizzarsi di regimi fascisti è stato per l’essenziale dovuto, a parte rivendicazioni nazionalistiche sul piano internazionale, al contrasto violento contro il pericolo rosso reale o percepito: e cioè le sconvolgenti (per l’ordine dominante) lotte sociali all’interno, l’affermarsi della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Unione sovietica sul piano mondiale. In altri termini, come l’estrema difesa del sistema capitalistico, qualunque fossero, per lo più marginalmente, certe affermazioni politiche di parte fascista. Il nazifascismo in senso complessivo è stato a lungo carezzato dalle potenze capitalistiche e si è da sempre reso evidente il tentativo di scatenarne l’aggressività contro l’Unione sovietica. È del resto palese che pur dopo la seconda guerra mondiale i regimi fascisti sono stati non solo tollerati ma addirittura promossi in situazioni di pericolo per il sistema capitalistico (Cile, Grecia, e così via). Senza certo dimenticare il contributo dato alla lotta contro il fascismo da forze borghesi liberali soprattutto come resistenza all’occupazione militare, senza ignorare la parte delle potenze occidentali nella guerra, resta incancellabile che il nucleo duro e fondamentale della lotta antifascista è stato espresso, nella maggior parte dei Paesi, dall’impegno dei comunisti e prima di tutto dalla guerra titanica condotta dall’Unione Sovietica. Stalingrado e la bandiera rossa sul Reichstag a Berlino nel 1945, per non parlare d’altro, sono indelebili. Di qui naturalmente il carattere anticapitalistico che quella lotta per grandissima parte ha assunto come marchio fondamentale. Tant’è che, anche quando in Italia i comunisti hanno (solo provvisoriamente, all’inizio) messo in sordina questa esigenza, un’impronta anticapitalistica è comunque restata. La hanno assunta anche forze borghesi radicali almeno nel senso di una tendenza a fortemente limitare il capitalismo, si pensi all’art.3,2 co., della Costituzione Repubblicana che prevede la lotta alle discriminazioni di fatto che limitano l’uguaglianza delle persone: e quale situazione in tale ambito è più decisiva della proprietà privata dei mezzi di produzione? Ecco perché Piero Calamandrei, non comunista ma illuminato, poté definire quella norma come una promessa di rivoluzione. 

Il fatto che il Partito Comunista Italiano, nel quadro di un processo mondiale corrispondente, abbia pian piano definitivamente abbandonato tali orizzonti, non autorizza a ritenerli non esistiti e a parlare di antifascismo senza prenderli in considerazione. È per questo che il discorso di Serra appare per largo tratto artificioso e inconsistente. La vera lotta tra fascismo e antifascismo si è combattuta intorno a problemi di fondo, e cioè il superamento o meno del sistema capitalistico, e non su questioni di galateo istituzionale e costituzionale, le uniche esistenti per Serra. E allora si capisce perché una destra moderata, qualunque cosa essa possa essere, rifugga dall’antifascismo: per il sentore che questo inevitabilmente evoca, pur se oggi rari ne sono i portatori in tal senso, di critica e lotta al capitalismo.  

Un tratto gustoso: un arguto lettore del Venerdì di Repubblica (del 5 luglio) suggerisce a Serra che la destra moderata che egli invoca c’è, ed è l’attuale Partito democratico. Che avendo rimosso il problema del superamento del capitalismo aggiungo io può oggi farsi bello di un astorico e artefatto antifascismo, così come delineato da Serra.  

Quello di Serra è dunque un antifascismo di cartapesta, con la ricerca, si ripete, di anticorpi democratici, in senso solo formale, in una struttura sociale intoccata e considerata intangibile, pur se essa di per sé produce diseguaglianza.  

Lettura facendo, son queste le riflessioni che spontaneamente emergono. Di che sta parlando Serra? Ma all’improvviso, un colpo di scena: tutto l’orizzonte viene rovesciato. A poche righe dalla fine il lettore, sino ad allora tenuto tra le pareti di unamputata e innaturale visione storica, anzi di un’assenza di storia, viene fulminato da una vera e propria gherminella, da un tiro malandrino.   

Se manca una grande destra moderata e di massa che renderebbe immediatamente il neofascismo una patologia marginale, ecco l’incredibile: a sinistra gli stalinisti sono una pittoresca minoranza residuale: fanno gli auguri al duce coreano Kim certificando la loro inesistenza politica. Per merito della (come sopra) sinistra democratica. Scempia affermazione, che smentisce le impressioni ricavate dall’ampia parte iniziale: no, Serra non ha cancellato un versante decisivo della storia del Novecento, lo ha silenziosamente presupposto come scaraventato negli inferi di una condanna assunta per ovvia e con cui si è inteso sorreggere implicitamente tutto l’argomentare precedente. Quindi Stalingrado e la bandiera rossa sul Reichstag, le battaglie dei partigiani comunisti e così via non farebbero parte dell’antifascismo, ma ne sarebbero l’antitesi a sinistra. Gli stalinisti sono infatti i comunisti storici del Novecento; i saluti al duce coreano Kim sono l’omaggio a chi discende dalla lotta anticoloniale e contro il fascismo giapponese dell’eroica resistenza coreana. Fatti che a taluno possono non essere graditi, ma che sono ineliminabili e non deturpabili. Non è lecito stravolgere la storia come fa il pezzo di Serra. Non si può costruire un antifascismo à la carte, si parli allora d’altro. Non ci soffermiamo poi sulla indecente volgarità del modo in cui questa trovata ha avuto espressione. 

Che però gli si ritorce contro, perché gli stalinisti e i resistenti coreani sono stati sul campo tra i primi autentici antifascisti e hanno schiacciato la belva del nazifascismo, aprendo e guidando nel mondo la lotta contro il colonialismo e l’imperialismo. Tutta la degenerazione della (sedicente) sinistra democratica è rappresentata dall’impresa disgustosa di Michele Serra.  

La costruzione offerta da costui non è certo casuale: il lettore deve mettere da parte la storia e durante la lettura adagiarsi nella dimensione confezionata da Serra, assorbire come naturale, o se si vuole quasi effetto di un sedativo, che l’antifascismo sia quello così disegnato, che nulla ha a che fare con la vicenda novecentesca e con gli antifascisti storici: e dunque, quando Serra ritiene, verso la fine, che il sedativo abbia raggiunto effetto, egli tira il suo colpo per stabilire l’equiparazione in senso simmetrico, fra destra e sinistra, di fascismo e comunismo.  

Se l’avesse fatto all’inizio, pure un lettore odierno, se non del tutto sprovveduto, avrebbe drizzato le orecchie e si sarebbe posto qualche interrogativo sugli stalinisti e sulla loro parte nell’antifascismo, sul comunismo storico e sull’Unione sovietica come elementi imprescindibili dell’antifascismo. 

L’impresa di Serra, su cui ci siamo forse soffermati un po’ troppo a lungo, è rappresentativa dello sfondo ideologico che ormai domina senza quasi resistenza, nella attuale sinistra democratica e di questa esprime come detto la degenerazione.  

Ce ne dà piena coscienza la considerazione che la rotta rovinosa era stata anticipata nel 1945, in tempo non sospetto, da una condanna fermissima e ragionata di Thomas Mann, il grande scrittore e antifascista tedesco, uno dei massimi intellettuali del Novecento, testimone diretto della storia del secolo, con il giudizio tagliente e profondo, inequivocabile e assoluto sulla questione, che avevo evocato all’inizio. Il brano è tratto da Th. Mann, Pace mondiale e altri scritti, Guida ed., Napoli 2001, p. 143 ss. 

Nel quadro di un complesso ragionamento sul problema della libertà e dell’uguaglianza, il grande autore sostiene che nel mondo occidentale vi è resistenza a riconoscere il significato della Rivoluzione russa: su coloro che hanno tale posizione afferma che

«la loro mente è fortemente annebbiata dall’interesse, da un interesse esasperato e capace di tutto per il mantenimento integrale e senza concessioni della libertàche essi vogliono, della forma economica capitalista nel suo aspetto più logoro e inadeguato. L’ostinazione implica sfiducia nelle capacità di sviluppo di altre forze e di altri sistemi, per esempio in quelli della rivoluzione russa, il cui collettivismo sarebbe una volta per tutte nemico acerrimo e mortale dell’umana tradizione dell’Occidente, e la cui coercizione non si differenzierebbe in nulla da quella nazionalsocialista. Se tra il carattere totalitario del socialismo russo e del fascismo non sussiste alcuna differenza, si può allora sapere da dove venga la risolutezza unanime con cui ovunque nel mondo capitalista si preferisce il terrore fascista a quello comunista, il palese proposito capitalista di accettare più volentieri l’uno anziché l’altro? La rivoluzione russa, come una volta la grande francese, è un processo storico che si svolge in fasi di cui l’ultima è appena avvenuta. È così irrazionale voler colpire fra grida di scherno una di queste fasi con l’altra, com’è irrazionale credere lo stalinismo formi l’immutabile base finale del processo rivoluzionario. Porre il comunismo russo sullo stesso livello morale del nazi-fascismo, perché entrambi sarebbero totalitari, è nel migliore dei casi superficialità, nel peggiore dei casi è fascismo. Chi insiste in questa equiparazione, può presentarsi come democratico, in verità e nel profondo del cuore egli è già fascista e di sicuro combatterà il fascismo in apparenza, ma con tutto l’odio soltanto il comunismo.  

Nel rapporto del socialismo russo e del fascismo con l’umanità, con l’idea dell’uomo e del suo futuro, le differenze sono incommensurabili. La pace indivisibile, il lavoro costruttivo, il giusto guadagno, un consumo comune dei beni della terra, più felicità, meno sofferenza causata solo dall’uomo ed evitabile; l’elevazione spirituale del popolo attraverso educazione, conoscenza, formazione: tutte queste sono mete diametralmente opposte alla misantropia fascista, al nichilismo fascista, al piacere fascista di umiliazione e alla pedagogia fascista di istupidimento. Il comunismo come la rivoluzione russa cerca di realizzarlo, in particolari condizioni umane, e nonostante tutti i segni di sangue che potrebbero confonderci, è in sostanza – e molto al contrario del fascismo un movimento umanitario e democratico. Una tirannia? Lo è. Ma una tirannia che elimina l’analfabetismo, lo sappia o meno, non può essere intenzionata nel cuore a rimanere una tirannia. Una sessantina di anni fa Nietzsche, un grandissimo pensatore, solo troppo versatile, scherniva la formazione del popolo esclamando: se si vuole schiavi, allora si è pazzi ad educare signori. Il socialismo russo non vuole evidentemente nessuno schiavo, perché educa uomini pensanti».

Non vi è nulla da aggiungere. Va sottolineato che il grande autore si riferisce proprio all’Unione Sovietica guidata da Stalin e che non si lascia fuorviare dal riconoscimento (il segno del sangue) delle durezze anche estreme che la situazione sovietica ha comportato, ma che risalgono al contesto reale storico dell’epoca. Considerazione che chiarisce anche il riferimento allo stalinismo come fase transitoria, ma chiaramente secondo il ragionamento necessaria: si sa che lo stesso Stalin nell’ultimo periodo della sua vita progettava modifiche istituzionali di, per così dire, alleggerimento della situazione. Nella sostanza: Thomas Mann previene e vanifica il discorso centrato sulla pseudocategoria di totalitarismo che oggi tiene banco e ne pone allo scoperto le radici di classe. L’operazione di Michele Serra rappresenta l’attuazione piena del quadro delineato da Thomas Mann, odio per il comunismo compreso, ed esprime senza residui, come già anticipato, la degenerazione della (sedicente) sinistra democratica, e il suo integrale cambiamento di campo, proprio nel segno con tanta profondità identificato da Thomas Mann 

 

Aldo Bernardini  

Roma 16 ottobre 2019 

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