Bekaert, i lavoratori non mollano: «Riappropriamoci della fabbrica, possiamo fare a meno del padrone»

E’ di questi giorni la notizia dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo da parte della multinazionale belga BEKAERT per i 220 lavoratori dei 318 iniziali che sono ancora in cassa integrazione per cessazione di attività, dopo la decisione del giugno dello scorso anno di chiudere lo stabilimento di Figline Valdarno per delocalizzare in Romania. L’accordo firmato al ministero del lavoro nell’ottobre dello scorso anno prevedeva la CIGS per un anno, con scadenza il prossimo 31 dicembre, e la promessa di una re-industrializzazione di cui ad oggi non c’è traccia, senza alcuna certezza per il futuro. 52 lavoratori hanno così deciso di costituire una cooperativa per rilevare la storica fabbrica ex Pirelli e rilanciare le produzioni di cordicella metallica e trafilato per tubi ad alta pressione.

Per capire meglio la situazione e le prospettive di lotta in difesa del posto di lavoro, abbiamo intervistato un operaio Bekaert, Simone Fierucci, che con tanti altri compagni di lavoro e lotta è in presidio questa mattina (31 ottobre) al MISE in concomitanza del tavolo tra sindacati, istituzioni e azienda.

A distanza di circa un anno e mezzo dall’inizio della vicenda BEKAERT puoi dirci ad oggi quale è la situazione degli oltre 200 lavoratori in cassa integrazione?

Ad oggi di lavoratori ancora in forza alla Bekaert (in cassa integrazione) sono 220. Dei 318 iniziali al momento della chiusura molti sono riusciti a ricollocarsi in altre realtà produttive della zona e non solo nel campo della metalmeccanica. Mi riferisco nello specifico a lavoratori sotto i cinquanta anni, con anche professionalità specifiche. Circa una trentina, ma non sono sicuro, stanno per andare in pensione. Voglio specificare che chi ha trovato un nuovo impiego lo ha fatto solo con le proprie forze e conoscenze non certo ai tanti sbandierati “percorsi“ di cui la Bekaert si vanta.

L’ex ministro del lavoro, oggi ministro degli esteri, Di Maio aveva promesso un serio piano di reindustrializzazione per salvaguardare i posti di lavoro e il futuro della produzione nel Valdarno. Ad oggi tale promessa è stata mantenuta?

Il ministro di Maio ha promesso tanto ma non ha mantenuto nulla e questo vale per la maggior parte delle vertenze che a livello nazionale si sono presentate al suo tavolo. Il non aver mai preso in considerazione l’utilizzo della nazionalizzazione di alcuni siti produttivi o verificare possibilità alternative ai soliti “padroni delle ferriere” è la continuità che caratterizza il sistema.

Dopo le varie prese di posizione da parte delle istituzioni locali e nazionali sulla vicenda BEKAERT come operai avete avuto la sensazione che alle parole sia seguito un serio impegno a vostra difesa, oppure si siano limitati a dichiarazioni di circostanza?

Le istituzioni locali, a parte la Sindaca di Figline che ha mantenuto una posizione di fatto con noi lavoratori, ad oggi stanno cercando di parare il colpo sul territorio senza però mettere in discussione il ruolo nefasto delle multinazionali sui territori, libere di fare il buono e il cattivo tempo a seconda dei propri interessi. Anche sull’eventualità di una cooperativa operaia sono stati piuttosto tiepidi e in alcuni loro esponenti ostili.

Recentemente confindustria si è fatta portavoce delle richieste dei proprietari Bekaert (che hanno optato per il licenziamento) nonostante questi ultimi non siano membri dell’organizzazione Padronale italiana. Quale è il tuo pensiero e quello dei tuoi colleghi operai in merito a questa vicenda?

Per ora siamo calmi nel senso che lo aspettavamo come passaggio visto che per più di un anno hanno giocato sul voler mollare sia il sito sia noi lavoratori. Il fatto che Confindustria li appoggi non è una cosa nuova.

Il 31 ottobre sarete a Roma davanti al ministero al lavoro, quali saranno le vostre rivendicazioni?

Più tempo. Cioè il prolungamento della cassa integrazione per permettere a chiunque subentri (se c’è) e al comitato per la cooperativa di poter ripartire con la produzione. Ci vogliono minimo sei mesi per riattivare il sito e comunque chiediamo anche al governo che se finisce male non si permetta a Bekaert di andarsene senza bonificare l’area e i costi sono suoi.

Quale pensi sia la direzione che la lotta dei lavoratori BEKAERT debba prendere in questa fase?

Personalmente sono per la riappropriazione della fabbrica. Che sia la cooperativa o altro dobbiamo iniziare a mandare un segnale: possiamo fare a meno dei padroni naturalmente con l’appoggio delle istituzioni, quelle stesse che citano spesso la costituzione e che non la applicano, non possiamo da soli in questa fase reggere il mercato capitalista che è in mano (nel nostro caso) a due multinazionali. Inoltre la completa riassunzione di tutti i 220 lavoratori.
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