Arabia Saudita prende il controllo della strategica Aden nello Yemen meridionale

Mentre la Turchia avviava la sua guerra di invasione nei territori nord-orientali della Siria con i conseguenti sviluppi, un altro evento segnava significativamente i processi in corso nella regione del Medio Oriente. L’Arabia Saudita ha preso il controllo della strategica città portuale di Aden, nello Yemen del Sud, dopo che il suo alleato, il governo di Abd-Raboo Mansour Hadi e il Consiglio di Transizione del Sud (SCT), separatisti appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti, hanno raggiunto un principio di accordo[1], ponendo fine alla faida interna alle fazioni della coalizione guidata dai sauditi che dal marzo 2015 porta avanti una sanguinosa guerra di aggressione che affligge il popolo yemenita contro le forze ribelli degli Houthi vicini all’Iran.

In base all’accordo, arrivato nei giorni di visita del presidente russo Putin in entrambi i paesi, gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a ritirare le loro truppe dalla base aerea di Al-Anad situata a nord della città, dall’aeroporto e dal porto, trasferendo progressivamente il controllo alle truppe saudite. Nella giornata di lunedì 21 ottobre, forze saudite e sudanesi hanno preso il controllo dell’aeroporto internazionale e di un certo numero di posizioni strategiche in città, mentre martedì altre truppe saudite sono state dislocate nel distretto di Borayqa, a ovest di Aden, e nella base aerea di Al-Anad nel governatorato di Lahj, a nord di Aden.[2]

La città portuale di Aden si trova in una posizione geostrategica cruciale, affacciandosi sull’omonimo golfo, snodo fondamentale per l’ingresso nel Mar Rosso lungo la rotta per il canale di Suez passando per lo stretto di Bab el Mandeb tra Yemen, Somalia e Gibuti. Esso rappresenta il quarto maggior punto di passaggio al mondo per gli scambi petroliferi, collegando l’Oceano Indiano Occidentale e il Mediterraneo. In questo snodo strategico fondamentale, transita circa il 40% dei traffici marittimi mondiali, tra cui la metà dell’import energetico cinese (da qui transita la nuova Via della Seta marittima), con lo stretto di Bab-el-Mandeb che continua a essere un transito obbligato per il trasporto del greggio e il gas del Golfo Persico (su cui si affacciano Iran, Iraq, Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait), della materia prime africane e per le navi che trasportano beni di varia natura, da e per i mercati asiatici ed europei, per un valore stimato di 700 miliardi di dollari annui.

Si può così ben capire da sè la sua importanza e i motivi della guerra nello Yemen e le dispute che non a caso si manifestano in quest’aerea marittima e paesi su cui insistono investimenti finanziari in costruzioni o acquisizioni di infrastrutture strategiche, accordi commerciali, vendita di armi, e diversi conflitti aperti, missioni e basi militari (in particolare a Gibuti e Somalia), con la presenza dei principali centri imperialistici (Usa, UE, GB, Russia, Francia, Giappone, Cina, Italia ecc.) e potenze regionali (Arabia Saudita, Israele, Emirati Arabi Uniti, Iran, Turchia, Qatar, Egitto ecc.).[3]

Le forze militari saudite sono adesso responsabili della sicurezza della città e dei suoi sobborghi. Le negoziazioni tra le due parti sono in corso da un mese a Gedda (Arabia Saudita) e dovrebbero concludersi nei prossimi giorni con l’integrazione dei membri del SCT in un riformato governo di Hadi e la ristrutturazione delle forze armate sotto la supervisione saudita.

La coalizione guidata dai sauditi è intervenuta nello Yemen più di 4 anni fa dopo che gli Houthi avevano conquistato la capitale Sanaa, espellendo il governo pro-saudita e filo-statunitense di Hadi nel 2014[4]. Il SCT rappresenta un movimento finalizzato a creare uno stato separato dello Yemen meridionale[5], comprendente principalmente le parti meridionali del paese, con la strategica Aden, un tempo una delle più importanti città commerciali dell’impero coloniale britannico, come capitale. Le milizie del SCT sono finanziate, addestrate, armate e sostenute militarmente dagli Emirati Arabi Uniti. Questi, pur facendo parte della coalizione saudita, hanno perseguito i propri interessi particolari e indipendenti nello Yemen, guardando alla secessione del sud come opportunità per rafforzare i propri obiettivi geostrategici e le proprie posizioni nella regione, con la conquista di Perim Island nello Stretto di Bab-el-Mandeb, la trasformazione dell’isola di Socotra nel Golfo di Aden nella colonia turistica e militare degli Emirati Arabi Uniti, e i tentativi di prendere il controllo di porti dello Yemen, con l’installazione di diverse basi militari sulla costa africana e nelle isole adiacenti (Port of Assab, in Eritrea, in Somalia a Mogadiscio, Puntland e a Port of Berbera nel Somaliland, nell’isola di Perim e nell’isola di Socotra in Yemen). Ciò l’ha portata anche ad appoggiare diverse milizie (come la denomianta Alwiyat al Amalqa o “Brigata dei giganti” – una milizia prevalentemente salafita o ultra conservatrice sunnita) che non supportano il governo in esilio di Hadi, che sostiene invece “l’unità del paese”, appoggiato dai sauditi. Violenti combattimenti erano scoppiati tra le due fazioni a seguito della presa di Aden da parte del SCT nel mese di agosto, facendo precipitare il paese, già devastato dalla guerra, in un conflitto ancora più profondo.

La situazione sul campo al 18 ottobre 2019 secondo una elaborazione CNN

La coalizione guidata dai sauditi, con l’appoggio di diversi centri imperialisti occidentali tra cui USA, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia, è responsabile della morte di decine di migliaia di persone nello Yemen. Ha effettuato oltre 19.000 attacchi aerei sulle regioni controllate dagli Houthi, con un criminale embargo che ha portato sull’orlo della fame milioni di persone. Circa un terzo della popolazione non ha accesso all’acqua potabile con la diffusione di epidemie come quella del colera, 3 milioni di sfollati e rifugiati con una povertà estrema in un paese che possiede 4 miliardi di barili e riserve di gas estraibili per 6,7 milioni di tonnellate annui, oltre a risorse minerarie come rame, piombo, zinco, nichel e oro. Nonostante la potenza di fuoco della coalizione saudita (150.000 unità e 150 mezzi aerei), gli Houthi hanno assestato importanti colpi al fronte nemico come l’attacco con droni all’alba dello scorso 14 settembre – colpendo due impianti petroliferi a Abqaiq e Khurais, appartenenti al colosso petrolifero Aramco (di proprietà della monarchia saudita) in Arabia Saudita, compromettendone seriamente la produttività e riducendone la capacità operativa di circa 5,7 milioni di barili al giorno[6] – e l’attacco avvenuto a Najran, regione meridionale saudita, causando la morte di 500 soldati, altri duemila arrestati e fatti prigionieri, oltre al sequestro di diversi convogli militari, nell’ultima settimana di settembre[7]. Al contempo gli Houthi hanno offerto all’Arabia Saudita l’apertura di un “canale di negoziato” per porre fine reciprocamente agli attacchi aerei e di droni.

L’accordo trovato tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti protrebbe rafforzare la coalizione saudita nei confronti degli Houthi, in una temporanea convergenza di interessi tra queste due potenze reazionarie regionali nel comune obiettivo strategico di indebolire l’influenza dell’Iran nello Yemen e nella regione in cui crescono le tensioni in particolare intorno al controllo dello Stretto di Hormuz da cui transita il 35% del petrolio via mare; così come il golfo di Aden, legati da una forte interdipendenza, si tratta di uno di quei choke-point marittimi fondamentali che canalizzano sempre più l’interesse geostrategico ed economico con le conseguenti rivalità commerciali e militari in un momento in cui, secondo l’UNCTAD, il trasporto di merci via mare a livello mondiale è in costante crescita con un +3,1% nel 2018 e una stima del tasso di crescita media annuale del 3,8% tra il 2019 e il 2023.[8]

In questo scenario si esprime l’escalation di sanzioni e boicottaggi, accordi, ingerenze e destabilizzazioni, militarizzazioni, attacchi agli oleodotti e alle petroliere. Come l’ultimo caso avvenuto l’11 ottobre scorso alla petroliera della National Iranian Oil Company colpita da due missili mentre navigava nel mar rosso a 111 chilometri (60 miglia nautiche) al largo di Gedda (Arabia Saudita)[9], che fa seguito al giallo delle due petroliere colpite nel golfo di Oman nel giugno scorso, con reciproci scambi di accuse tra Iran da un lato e Arabia Saudita e Stati Uniti dall’altro. Quest’ultimi stanno gradualmente aumentando la propria presenza militare nell’area, annunciando lo scorso 11 ottobre il dispiegamento di 3.000 soldati e sistemi di armamenti aggiuntivi (missili patriot, aerei da combattimento e il sistema missilistico THAAD) in Arabia Saudita con un incremento di 14.000 forze dispiegate nella regione medio-orientale da maggio[10], in un riposizionamento in funzione anti-iraniana. I 1.000 soldati in trasferimento dalla Siria nord-orientale, secondo quanto annunciato dagli USA, dovrebbero inoltre stanziarsi in Iraq, anche se quest’ultimo ha negato ad oggi ogni propria autorizzazione. Al contempo, mantiene basi in Iraq, Afghanistan e Pakistan da un lato e Oman, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e in Qatar[11] dall’altro, in una sorta di accerchiamento dell’Iran. Doha, dopo la rottura delle relazioni nel giugno del 2017 con Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, si è avvicinato inoltre sempre di più alla Turchia che possiede una propria base militare a Tariq Ibn Ziyad, a sud della capitale qatariota, costruendone un’altra nelle vicinanze.[12]

Gli eventi che si susseguono in modo fluido dal Vicino Oriente al Medio Oriente, dal mediterraneo orientale al mar arabico, dall’Oceano Indiano Occidentale al Golfo Persico, dalla Siria allo Yemen al Corno d’Africa, fanno tutti parte dei processi che mirano a ridisegnare le zone di influenza ed egemonia in questa ampia, ricca e strategica regione in base ai nuovi equilibri di forza in cui si esprimono i conflitti d’interesse tra i centri imperialisti globali e forti potenze regionali nella disputa per il controllo delle risorse energetiche, dei giacimenti, delle rotte commerciali e di trasporto energetico, gasdotti, quote di mercato, posizioni geostrategiche. In questo quadro di contraddizioni inter-imperialiste, mentre gli USA mostrano i caratteri propri di una potenza in decadenza ma pur sempre al vertice della piramide, emergono sempre più forti le potenze regionali, con una crescente influenza geopolitica della Russia in Medio Oriente (con un recente maggiore attivismo anche in Africa) come testimoniato dalle recenti visite in Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti[13] da parte del presidente russo Putin – con la sigla di accordi commerciali, energetici e militari, per un valore di diversi miliardi – e l’accordo con Erdogan del 22 ottobre a Sochi per la partizione dei territori della Siria nord-orientale.[14]

In tutto questo non c’è posto per illusioni e tifoserie di alcun genere: i popoli e i lavoratori della regione vengono sacrificati sull’altare dei profitti e interessi dei monopoli e dei rispettivi piani e mosse geopolitiche dei vertici statali e gruppi in competizione, anche se si evidenziano importanti resistenze (come quella del popolo siriano e palestinese alle aggresioni imperialiste) e sussulti di ribellione (dall’Iraq al Libano contro le politiche antipopolari) che ad oggi non esprimono ancora una direzione in grado di rompere i vicoli ciechi causati dal modo di produzione capitalistico per divenire protagonisti del proprio futuro sulla base dei propri interessi.

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[1] https://www.reuters.com/article/us-yemen-security/saudis-take-control-of-yemens-aden-to-end-stand-off-between-allies-idUSKBN1WT19R

[2] https://debriefer.net/en/news-12123.html

[3] Sono almeno 8 le potenze internazionali (Stati Uniti, Francia, Giappone, Italia, Emirati, Cina, Turchia, Qatar) che hanno una base o installazione militare propria nel Corno d’Africa. A Gibuti vi sono basi militari di USA (a Camp Lemmonier), Francia (dall’epoca coloniale), Cina (dal 2017, sua prima base militare all’estero), Italia (2013) e Giappone (2011), mentre l’Arabia Saudita è in trattativa per aprirne una. In Somalia sono presenti installazioni militari turche (a Mogadiscio nel 2017 è stata aperta la più ampia base militare estera di Ankara) e degli Emirati (in costruzione nel Somaliland, mentre la missione di addestramento a Mogadiscio è stata chiusa nel 2018). Dal 2015 gli Emirati hanno inoltre una base militare ad Assab, in Eritrea, mentre dal 2017 si ritiene che forze egiziane siano presenti nell’arcipelago eritreo di Dahlak, al largo di Massawa. Infine in Sudan, sono in progetto di insediarsi le forze militari turche e qatarine, con i turchi che hanno firmato accordi commerciali e di investimento incluso l’affitto dell’Isola di Suakin, nel Mar Rosso, per 99 anni come possibile base militare. Al largo delle coste somale sono inoltre attive diverse operazioni navali, anche multinazionali contro la pirateria. Tra diverse task force internazionali, vi è anche una missione dell’Unione Europea (EUNAVFOR Somalia, altrimenti nota come Operazione Atalanta) attiva dal 2008 nel Golfo di Aden e tutto l’Oceano indiano occidentale. Anche la Russia ha in progetto di installare una propria base militare probabilmente in Eritrea.

[4] http://www.senzatregua.it/2015/04/08/yemen-guerra-etnica-religiosa-o-escalation-imperialista/

[5] Tra il 1971 e il 1990 si formò lo Stato dello Yemen del Sud, denominato Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, a seguito dell’indipendenza dal Regno Unito, sotto la guida dall’ala marxista del Fronte di Liberazione Nazionale Yemenita che prese il potere nel 1969 raggruppandosi successivamente all’indipendenza nel Partito Socialista Yemenita. La repubblica strinse importanti relazioni con i paesi socialisti, tra cui l’URSS, Cuba e la Cina. Nel 1990 avvenne la riunificazione con lo Yemen del Nord (Repubblica Araba dello Yemen) costituendo l’attuale Repubblica Unita dello Yemen che è passata anche dalla guerra civile del 1994.

[6] https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/attacco-alle-raffinerie-saudite-dimezzata-la-produzione-rischio-petrolio-a-100-iran-agli-usa-problemi-creati-da-voi-_3231945-201902a.shtml

[7] https://www.theguardian.com/world/2019/sep/29/houthis-claim-killed-hundreds-saudi-soldiers-captured-thousands

[8] https://www.srm-maritimeconomy.com/wp-content/uploads/2019/07/sintesi-rapporto-maritime-2019.pdf

[9] http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Iran-pubblica-le-foto-della-petroliera-Sabiti-colpita-nel-Mar-Rosso-Arabia-Saudita-202bff09-2650-4935-bcf0-381838edf7be.html

[10] https://edition.cnn.com/2019/10/11/politics/us-additional-troops-middle-east-iran/index.html

[11] Qui risiede la sua più grande base nel Medio Oriente a al-‘Udayd, dove sono di stanza circa 10mila soldati USA, aprendo inoltre nel mese di luglio una nuova base navale Al-Daayen a Semaisima, a 30 chilometri (18 miglia) da Doha, sulla costa orientale del paese.

[12] https://www.presstv.com/DetailFr/2019/08/15/603587/Turkey-military-base-Qatar

[13] https://www.altrenotizie.org/primo-piano/8635-putin-d-arabia.html

[14] In base all’accordo la Turchia ottiene il controllo di un territorio lungo 120km e 30km di profondità (all’interno del territorio siriano), compreso tra le città di Tel Abyad (ovest) e Ras Al-Ayn (est) sottratte al controllo delle milizie curde dell’YPG durante la recente operazione militare turca. Un’area che si aggiunge a quella già precedentemente strappata alla Siria di Afrin e della provincia di Idlib. Inoltre Mosca si fa garante anche dell’abbandono da parte delle milizie curde dell’YPG dalla città di Tal Rifat, nel nord-ovest siriano. Entro i 10Km di profondità di questa fascia saranno istituite pattuglie congiunte russo-turche per il controllo della cosiddetta “zona di sicurezza”. Il resto del nord della Siria tornerà sotto il controllo dello Stato siriano. In questa regione siriana insistono importanti giacimenti come quello di Deir Ezzor, che rimane occupato dagli USA, e le aree minori petrol-gasifere di Hasakah e Qamishli e quelle ricche di petrolio a sud di Tabqa, oltre gli importanti passaggi commerciali e valichi di frontiera.

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