Il Partito Comunista Libanese supporta le proteste popolari e chiama allo sciopero generale contro il governo

Dal 17 ottobre sono in corso in Libano forti proteste popolari contro il governo del Primo Ministro Saad Hariri[1] e le politiche economiche da esso condotte. Le proteste, le più grandi dal 2015, sono scoppiate massicciamente nella capitale, Beirut, ma hanno interessato anche altre importanti città del paese, tra cui Tripoli, Sidone, Tiro e la Valle della Beqa’.

Il Libano ha attualmente a suo carico un debito pubblico di 86 miliardi di dollari, vale a dire all’incirca il 150% del PIL nazionale, e la disoccupazione è attorno al 30%, con quella giovanile al 37%. Recentemente si è assistito anche al crollo della lira, la moneta in uso in Libano, con 1650 lire equivalenti a un dollaro, circostanza che ha garantito ingenti profitti agli speculatori internazionali.

In questo contesto, lo scorso luglio il governo libanese, sotto pressioni dei monopoli internazionali e dal FMI, ha varato una manovra antipopolare di austerità per ridurre il deficit, tagliando i salari e le pensioni dei dipendenti pubblici, e aumentando le imposte sul reddito, le imposte sulle imprese, le imposte sul valore aggiunto e le imposte sui proventi derivanti da depositi. Queste misure sono state attuate dal governo al fine di ottenere finanziamenti per 11 miliardi di dollari, come stabilito alla Conferenza Economica per lo Sviluppo, attraverso le Riforme e con le Imprese (CEDRE) svoltasi a Parigi nell’aprile 2018.

Mercoledì 16 ottobre il governo ha inoltre stabilito l’introduzione di vari tipi di tasse: tra questa una tassa di 0,2 dollari al giorno sulle conversazioni VoIP (Voce tramite Protocollo Internet), ossia le conversazioni che avvengono tramite applicazioni quali WhatsApp e l’aumento delle tasse sui prodotti derivati dal tabacco.

A partire dal giorno successivo sono quindi scoppiate le proteste, che in una prima fase si limitavano al contrasto alle nuove tasse, ma si sono poi trasformate nell’opposizione alla corruzione del governo di coalizione a nove partiti[2] e alle sue politiche in generale, assumendo un carattere propriamente politico chiedendone le dimissioni.

A Beirut, dove si sono verificate le maggiori proteste, i manifestanti si sono radunati presso piazza Riyad al-Sulh, in prossimità del Grand Serail, il palazzo del governo, e hanno allo stesso tempo marciato verso alcuni edifici strategici della città, come il palazzo del presidente Michel Aoun, il parlamento e il ministero dell’interno. Sono state inoltre bloccate diverse strade principali della città e verso l’aeroporto, incendiati pneumatici. In molte zone si sono registrati scontri con le forze dell’ordine, con oltre 100 feriti.

Il Partito Comunista Libanese, che è tra i promotori delle proteste, incoraggia il popolo libanese a proseguire la sollevazione, come sottolineato da un comunicato dell’Ufficio Politico del partito del 19 ottobre:

«È una sollevazione nazionale attraverso tutto il paese, dal nord al sud, passando per le montagne, Beirut e la Beqa’, superando le divisioni e affiliazioni settarie, e sostenendo i suoi diritti e le sue richieste. […] L’UP del PCL saluta le masse di manifestanti, la loro fermezza e il loro coraggio nell’innalzare il conflitto popolare, che riflette la volontà del nostro popolo e la sua forza viva di rifiutare l’approccio autoritario, le sue politiche e le sue azioni contro il sostentamento dei cittadini, difendendo i poveri, la classe lavoratrice, la gioventù e gli studenti del Libano. […] Basandoci su questa priorità politica e sulla partecipazione del partito in questa sollevazione popolare fin dal suo sviluppo, continueremo su questa posizione.»

The Lebanese Communist Party has joined the massive protests.

Il segretario generale del Partito Comunista Libanese, Hanna Gharib, ha sottolineato in un’intervista che ciò che sta accadendo nelle strade è l’attuazione della decisione del partito di lottare contro la Conferenza CEDRE che rappresenta la pressione dei grandi capitalisti sull’economia libanese attraverso il FMI e BM. «Siamo ancora all’inizio e la nostra decisione è di continuare l’escalation», ha detto Gharib, aggiungendo che l’obiettivo è «rovesciare l’autorità politica». Il PCL ha inoltre condannato gli attacchi portati ai manifestanti dalle forze dell’ordine e dai membri della sicurezza di alcuni politici, che in alcuni casi sono arrivati perfino a sparare. Il partito ha inoltre rivendicato meccanismi di protezione sociale, come la garanzia di pensioni, sanità, trasporti e casa, a scapito dei grandi gruppi economici, annunciando la preparazione di uno sciopero generale per costringere alle dimissioni il governo e per il superamento del sistema politico vigente e dei vincoli del settarismo e la partizione religiosa del potere[3].

Una posizione di sostegno alle proteste è giunta anche dalla Federazione Sindacale Mondiale[4] e dalla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica[5]:

«Nel corso degli ultimi giorni abbiamo osservato le manifestazioni massive che sono avvenute in Libano, mentre il governo del paese ha scelto di rispondere con la violenza e la repressione. […] Uno scontro che riflette la volontà del popolo del Libano e dei suoi movimenti di rifiutare ogni azione contro gli interessi del popolo, di rifiutare tutte le politiche che richiedono alla gioventù e agli studenti del Libano di pagare il prezzo della corruzione del sistema, delle politiche antipopolari e della dipendenza. L’autorità politica conferma la sua acutezza nello spingere le cose nella direzione di ulteriori tensioni attraverso la sua retorica politica. Ha anche fatto ricorso ad una forza eccessiva ad opera dell’esercito e delle forze di sicurezza contro i manifestanti, sopprimendoli ed arrestandoli. Allo stesso tempo, l’autorità politica libanese si è astenuta dal difendere i manifestanti dalle minacce e dagli attacchi dei partiti dominanti. La FMGD rigetta tutte le misure prese dall’autorità politica, condanna la repressione e richiede il rilascio di tutti i detenuti, sottolineando la necessità di un movimento pacifico. Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo del Libano in lotta e specialmente ai nostri compagni dell’Unione della Gioventù Democratica Libanese che sono rimasti feriti e arrestati durante le proteste.»

Di fronte alla sollevazione di massa nel paese il governo ha ritirato il piano di tassazione presentando un progetto di bilancio 2020 in cui le banche dovrebbero partecipare alla riduzione del disavanzo per 5,1 trilioni di sterline libanesi ($ 3,4 miliardi) e in cui vengono dimezzati gli stipendi di ministri, parlamentari, diplomatici ed ex rappresentanti delle istituzioni. Allo stesso tempo, tuttavia, il nuovo progetto di bilancio offre ai monopoli locali ed esteri ciò che non è stato venduto finora, ad es. la privatizzazione della società pubblica di telecomunicazioni e del settore energetico, con conseguenze negative per i lavoratori, nonché la rimozione di ministeri e altri servizi pubblici.

È in atto un tentativo di dissinescare l’opposizione popolare, che non ha avuto successo dato che ieri decine di migliaia di persone hanno dato vita a una nuova mobilitazione, per il sesto giorno consecutivo, combinata con uno sciopero dei lavoratori che respingono le misure del governo come “aspirine” rispetto ai problemi significativi e cronici che affrontano, come la mancanza di infrastrutture di base, elettricità, approvvigionamento idrico, trasporti, raccolta e gestione dei rifiuti, cattivi e costosi servizi di telecomunicazione, corruzione di funzionari pubblici e statali, riciclaggio di denaro pubblico a favore di monopoli locali ed esteri, ecc.

La sollevazione del popolo libanese si inserisce in un quadro di profonda tensione (tra la fine di agosto e inizio di settembre Israele ha attaccato con droni postazioni nella capitale Beirut e lancio di razzi nel sud del paese), instabilità e competizione interimperialista nella regione di cui la stessa formazione del governo di unità nazionale libanese è espressione nelle dispute tra Arabia Saudita e Iran e ingerenze di potenze imperialiste come USA e Francia che appoggiano il sunnita Hariri, fedele sostenitore degli interessi della petromonarchia saudita degli Al Saud, ma con al suo interno anche gli sciiti filoiraniani di Hezbollah che hanno respinto – al momento – la richiesta di dimissioni invocata dal popolo e dai comunisti.

Come evidenziato dai comunisti libanesi la rivolta di questi giorni ha assunto un carattere “innovativo” e dirompente nella vita politica e sociale libanese, in grado di rompere definitivamente gli schemi della divisione settaria religiosa di lungo tempo. Le proteste infatti si diffondono indistintamente sia nei quartieri sunniti, sia in quelli sciiti che nelle aree del sud controllate da Hezbollah, in modo trasversale sancendo quell’unità popolare e di classe che potrebbe generare strutturali cambiamenti politici e sociali.

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[1] Liberale e filosaudita, è figlio dell’ex premier Rafīq al-Ḥarīrī, assassinato nel 2005. Dalla morte del padre guida la coalizione politica Movimento il Futuro, movimento sunnita creato e guidato dal padre. E’ stato alla guida di un governo di “unità nazionale” dal 2009 al 2011 dopo la decisione di Hezbollah filoiraniano di uscire dal governo. E’ in carica per un secondo mandato dal dicembre 2016: nel novembre 2017 annunciò le dimissioni dall’Arabia Saudita denunciando le ingerenze iraniane, attraverso Hezbollah, nel governo. Ritira le dimissioni a dicembre del 2017 dopo un colloquio con il presidente francese Macron.

[2] Dell’esecutivo fanno parte la maggior parte delle forze politico-confessionali del Paese, comprese formazioni cristiane, sunnite e sciite, tra cui Hezbollah, il Partito di Dio filo-iraniano, presente con due ministri.

[3] Il sistema politico ed elettorale vigente prevede che i seggi del Parlamento siano equamente divisi tra musulmani (circa il 45 per cento della popolazione) e cristiani (il 55 per cento) e che il presidente debba essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e il presidente del Parlamento un musulmano sciita.

[4] http://www.wftucentral.org/liban-la-fsm-en-solidarite-avec-les-travailleurs-euses-au-liban/?lang=fr

[5] Dal post della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica su Facebook, 21 ottobre 2019.

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