La RWM e il dramma socio-economico del Sulcis-Iglesiente

di Sara Uccheddu

A partire dal mese di agosto per la RWM Italia S.p.A., nota azienda di proprietà della multinazionale tedesca Rheinmetall, produttrice di bombe e armamenti destinati all’Arabia Saudita, è partito il piano di ridimensionamento. È questa una diretta conseguenza del calo delle commesse per l’azienda, dopo la decisione del governo italiano, risalente allo scorso luglio, di sospendere per 18 mesi l’exportdi bombe ai sauditi, che utilizzano gli ordigni prodotti in Italia per bombardare i civili in Yemen, in una guerra che ha fatto precipitare il Paese in una grave crisi umanitaria. Decisione piuttosto tardiva, dal momento che dal 2016 il governo italiano aveva autorizzato la vendita di armi all’Arabia Saudita, in spregio alla Costituzione e alla legge 185/90, che vieta la vendita di bombe a Paesi in guerra.

La notizia ha suscitato un certo clamore, specie in Sardegna. Com’è noto, il principale stabilimento produttivo della RWM si trova a Domusnovas, piccolo centro del Sulcis-Iglesiente. La presenza della nota fabbrica di bombe è oggetto, da anni, di un aspro dibattito nel territorio tra chi vi si oppone, chiedendo la riqualificazione dello stabilimento, e chi, invece, respinge ogni ipotesi di riconversione per il timore che la fabbrica possa chiudere e, quindi, generare ulteriore disoccupazione in un territorio già prostrato da anni da una grave crisi occupazionale.

Lo stabilimento di Domusnovas contava circa 340 dipendenti, di cui 91 con un contratto a tempo indeterminato. Negli ultimi anni aveva conosciuto una sensibile espansione.

La Rheinmetall nel 2017 aveva annunciato un piano di investimento di 40 milioni di euro, di cui 35 milioni destinati esclusivamente all’ampliamento dello stabilimento di Domusnovas. La RWM ha successivamente richiesto la concessione edilizia per la costruzione di nuovi reparti e per il “Campo Prove R140”, un poligono per prove esplosive all’aperto, nell’area territoriale che ricade nel Comune di Iglesias.

Le autorizzazioni sono state rilasciate secondo delle modalità di dubbia legittimità, come denunciato da associazioni ambientaliste come Italia Nostra e dal Comitato per la Riconversione della RWM, i quali hanno presentato un ricorso al TAR contestando il mancato rispetto delle normative ambientali, paesaggistiche e urbanistiche [1].

Il piano di ampliamento, infatti, è stato frazionato in più progetti minori, per semplificare le procedure ed evitare di dover assoggettare i nuovi reparti alla Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA), che secondo la normativa vigente in materia, dovrebbe essere obbligatoria per una fabbrica produttrice di esplosivi, con alto rischio di incidenti interni ed esterni allo stabilimento.

Il Comune di Iglesias ha autorizzato la costruzione delle nuove linee produttive senza chiedere alla Regione, inspiegabilmente, la Valutazione d’Impatto Ambientale, richiesta, invece, per il Campo Prove R140, che tuttavia la Regione non ha ritenuto di dover sottoporre a VIA.

L’area designata per la costruzione dei nuovi impianti non possiede, peraltro, una destinazione urbanistica di tipo industriale. Si trova in prossimità del centro urbano di Iglesias, accanto ad una zona naturalistica protetta (SIC Marganai – Monte Linas). Per garantire la sicurezza esterna, sarebbe obbligatoria per gli stabilimenti ad elevato rischio di incidente rilevante, come appunto quello della RWM, l’elaborazione di un Piano di Emergenza Esterna (PEE). Peccato che, per la RWM, quello attualmente in vigore sia obsoleto. Infatti non viene aggiornato dal 2012, anno in cui nello stabilimento di Domusnovas cessò del tutto la produzione di uso civile e la fabbrica venne destinata, esclusivamente, ad una produzione di uso militare [2].

Ciò che si può constatare, di fronte alle impietose vicende legate all’ampliamento della RWM, di fronte alle varie concessioni rilasciate in maniera del tutto illegittima all’azienda, è il totale asservimento della politica locale e regionale rispetto agli interessi di una multinazionale che si proponeva di triplicare in poco tempo la propria produzione e quindi di accrescere enormemente i propri profitti. Ovviamente, di fronte a tali obiettivi, le norme atte a tutelare l’ambiente, la salute, la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini, non rappresentano, per l’azienda, che un inutile intralcio. A tutt’ora non vi sono nemmeno dati certi in merito alle implicazioni della presenza della fabbrica sul territorio, in termini di emissione di sostanze dannose per la salute e per l’ambiente, data l’assenza di verifiche e controlli sull’inquinamento prodotto dallo stabilimento.

In ogni caso, ora, a seguito della decisione del governo, il futuro della fabbrica appare incerto, dal momento che l’Arabia Saudita rappresentava il principale mercato di riferimento per la RWM, con una commessa da più di 400 milioni di euro.

Il 10 settembre l’azienda, in un comunicato diramato ai lavoratori, aveva ufficializzato la decisione di ridurre il numero dei dipendenti: entro il 15 novembre nello stabilimento di Domusnovas saranno licenziati 160 lavoratori e il numero sarebbe destinato ad aumentare[3]. Immediata è stata la mobilitazione dei lavoratori, di amministratori comunali e dei sindacati, i quali, nell’ambito di un incontro avvenuto il 18 settembre con gli assessori regionali all’industria e al lavoro, hanno chiesto alla Regione Sardegna di portare la vertenza all’attenzione del governo. I sindacati – CGIL compresa – da tempo trincerati in una posizione di assoluta contrarietà ad ogni proposta di riconversione, chiedono che la fabbrica venga considerata strategica per l’industria bellica nazionale e che la RWM possa continuare ad investire sul territorio.

A questo proposito il 4 ottobre a Roma si è svolto un incontro tra l’assessore regionale all’industria Anita Pili e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il quale si è limitato a dirsi favorevole a delle soluzioni alternative per l’azienda. La vertenza resta comunque aperta.

La RWM, dal canto suo, è già in cerca di altri siti in cui delocalizzare le proprie produzioni. In passato l’azienda, per il timore che le pressioni esercitate dall’associazionismo nei confronti delle amministrazioni comunali potessero ostacolare i propri progetti di ampliamento, in alcune circostanze aveva fatto ricorso a dei veri e propri ricatti. Come accadde quando, nell’ambito di un’intervista rilasciata su “La Nuova Sardegna”, l’amministratore delegato della RWM Fabio Sgarzi affermò che se il Comune di Iglesias non avesse rilasciato all’azienda le autorizzazioni per la costruzione dei nuovi reparti, lo stabilimento di Domusnovas avrebbe subito inevitabilmente un notevole ridimensionamento “con conseguenze immaginabili per quanto riguarda i posti di lavoro”[4].

Non è di certo la prima volta che nel Sulcis si assiste a dinamiche di questo genere. Il Sulcis-Iglesiente nell’ultimo ventennio ha visto chiudere, anno dopo anno, le principali realtà occupazionali del territorio. Aziende che dopo aver sfruttato per anni i lavoratori e il territorio, spesso con gravi conseguenze per l’ambiente e per la salute dei cittadini, hanno delocalizzato all’estero, per produrre a prezzi più bassi e per poter disporre di manodopera più a basso costo. I sulcitani hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze nefaste delle logiche di mercato e dell’inettitudine di una classe politica totalmente asservita ad esso. Da tempo ne pagano caro il prezzo, con un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Italia.

In un contesto di questo tipo trovano terreno fertile squallidi ricatti occupazionali di varia natura. Le aziende, facendo leva sull’assenza di prospettive lavorative, sulla disoccupazione, utilizzano, appunto, il ricatto occupazionale come strumento per difendere e accrescere i propri profitti, spesso costringendo i lavoratori a dover scegliere tra la salute e il lavoro.

È questo il caso della RWM, che inoltre accumulava enormi profitti dalla vendita di armamenti alle potenze imperialiste – tra cui spicca l’Arabia Saudita – impegnate in una guerra criminale in Yemen, dettata dagli interessi economici delle forze in campo che si contendono il controllo della regione[5].

Non si sa quale esito avrà la vertenza RWM, non si sa se il governo accoglierà la proposta dei sindacati e della Regione, ma coloro che chiedono che il Sulcis-Iglesiente venga considerato un territorio strategico per il settore della difesa, chiedendo alla RWM di continuare ad investire sul territorio, forse si scordano che il Sulcis rappresenta già, in questo senso, un “territorio strategico”. Forse si scordano che il Sulcis ospita la base militare di Capo Teulada, che estendendosi per un’area di 7.200 ettari, è il secondo poligono militare italiano per estensione. Forse si scordano del fatto che l’intera Sardegna, con oltre 35 mila ettari di territorio occupato dalle servitù militari, con oltre il 60% del demanio militare italiano ubicato nell’Isola, rappresenta una grande area strategica.

I lavoratori, le classi popolari sarde devono prendere consapevolezza del fatto che lo sviluppo economico del loro territorio non può fondarsi sull’industria bellica, non può passare attraverso la devastazione ambientale, attraverso il massacro dei popoli vittime dei crimini dell’imperialismo. Gli operai sardi non possono recarsi in fabbrica consci del fatto che con le loro stesse mani contribuiranno alla fabbricazione di ordigni che, in un’altra parte del mondo, distruggeranno la vita di altre famiglie, di bambini che hanno la stessa età dei loro figli. La lotta immediata per la tutela dei posti di lavoro non può essere contrapposta ai diritti e alle esigenze delle popolazioni vittime delle guerre imperialiste.

La lotta per la tutela dei posti di lavoro deve essere associata ad una lotta per un’occupazione stabile, duratura, dignitosa e non legata alle politiche di guerra. Deve essere associata alla lotta contro la devastazione e l’inquinamento ambientale, per le bonifiche delle aree inquinate, per un miglioramento generale delle condizioni di vita. Deve essere associata alla lotta per una riconversione industriale, per un tipo di sviluppo che risponda a quelle che sono le vocazioni e le esigenze del territorio, e non agli interessi dei grandi monopoli.

Il Partito Comunista è a fianco dei lavoratori, delle loro famiglie e dei cittadini che pagano duramente questa condizione di sfruttamento.

La classe lavoratrice deve intraprendere questa lotta in vista di un compito più alto che la attende: l’abbattimento delle strutture capitalistiche, l’edificazione di una società in cui il potere sia nelle mani dei lavoratori, una società in cui siano questi ultimi a stabilire dove e cosa produrre, nell’interesse della collettività e non per la tutela dei profitti di pochi.

La classe lavoratrice è l’unica in grado di adempiere a questo compito, per la costruzione di un mondo libero dalla barbarie, dalle guerre, dall’oppressione, dallo sfruttamento.

Per il Sulcis e la Sardegna non ci sarà nessun futuro nel capitalismo. Il nostro futuro è il Socialismo.

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[1]Un contributo per fermare l’ampliamento della RWM, Italia Nostra Sardegna, 29 dicembre 2018

RWM Italia: scoperti nuovi motivi di illegittimità, Italia Nostra Sardegna, 19 marzo 2019

[2] Sardegna, abbiamo portato in tribunale l’azienda che produce armi per l’Arabia saudita, Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2019

[3] https://www.facebook.com/canale40carbonia/videos/435452867093414/
http://www.lanuovasardegna.it/sassari/cronaca/2019/09/12/news/stop-all-export-delle-bombe-rwm-taglia-i-dipendenti-1.17880124

[4] Fabbrica delle bombe, intervista con l’ad Sgarzi: «Via al raddoppio o si chiude», La Nuova Sardegna, 9 luglio 2018

[5]Yemen: guerra etnica religiosa o escalation imperialista?, Senza Tregua, 8 aprile 2014

 

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