Il popolo iracheno in rivolta contro la fame: più di 100 morti

In Iraq sono in corso grandi mobilitazioni popolari dallo scorso primo ottobre. Migliaia di giovani e lavoratori, protagonisti di massicce e combattive azioni di protesta, richiedono migliori servizi di base, lavoro e rifiutano la corruzione. Nella prima settimana di protesta il numero di morti ammonta ad un centinaio, con oltre 4.000 feriti. La situazione sociale del paese non ha altro aggettivo che catastrofica.

Dopo vari anni di occupazione imperialista a seguito dell’invasione degli USA nel 2003, il paese è stato coinvolto in una guerra costante, tra guerra civile, corruzione dilagante e tensioni etnico-settarie (in particolare tra sunniti e sciiti), tra cui quella contro l’autodenominato Stato Islamico che tentava di creare un “califfato islamico” nella regione prendendo il controllo nel 2014 di aree della Siria e di un terzo dell’Iraq con la presa delle città di Falluja, Mosul e Tikrit. L’azione del Daesh, la cui formazione fu alimentata dalle centrali imperialiste occidentali, ha comportato successivamente l’intervento militare nella regione sia della cosiddetta “coalizione internazionale anti-ISIS” a guida USA (con il coinvolgimento anche dell’Italia e di altri paesi europei e arabi), che della Russia e dell’Iran che ha fornito supporto, aiuti militari e consulenti tecnici al governo iracheno, con la formazione anche dell’“Unità di mobilitazione popolare” che ha combattuto strenuamente al fianco dell’esercito iracheno, rafforzando i legami, non solo militari, e l’influenza.

Baghdad dipende oggi fortemente da Teheran anche in ambito energetico, importando circa 1.400 megawatt di elettricità e 28 milioni di metri cubi di gas per le sue centrali elettriche, che insieme costituiscono circa un terzo delle forniture di energia interna dell’Iraq che ha un debito di 2 miliardi di dollari verso l’Iran. Quest’ultimo, a sua volta, punta a sfruttare il mercato iracheno per compensare almeno in parte l’effetto delle sanzioni americane. Al contempo permane forte l’influenza e l’ingerenza statunitense sull’Iraq con migliaia di militari ancora di stanza nel paese e accordi che subordinano il paese agli interessi di Washington che mira ad isolare Teheran. Anche la Russia è sempre più presente in Iraq attraverso una serie di accordi energetici con i due principali monopoli energetici russi, Rosneft e Gazprom.

Muovendosi da equilibrista tra Washington e Teheran, in questo quadro di instabilità e dispute l’Iraq, con una infrastruttura ancora distrutta dalla guerra imperialista statunitense del 2003 e da cui sono spariti circa 450 miliardi di dollari, subisce l’usurpazione della sua ricchezza petrolifera da parte dei monopoli stranieri ed è costretta a dipendere dall’estero nonostante tutta la quantità di petrolio e di energia elettrica prodotta dalle sue dighe. Attualmente è il terzo esportatore mondiale di petrolio, ma la povertà colpisce il popolo iracheno, con un tasso di povertà incrementato negli ultimi ad oltre il 23% ed una disoccupazione che riguarda il 30% della popolazione e tra loro in maggior parte i giovani; i servizi pubblici sono di pessima qualità e sono inesistenti in molte aree, la maggioranza della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, la fornitura di elettricità è intermittente, la salute e l’istruzione peggiorano quotidianamente.

Così si spiega l’esplosione sociale di massa di questi giorni, da Baghdad alle province sciite del sud, fino a Bassora, il centro dell’industria petrolifera irachena, che già lo scorso anno fu protagonista di proteste di massa. Allora la causa scatenante fu che migliaia di iracheni si ammalarono dopo aver consumato acqua contaminata.

La stessa formazione del governo è espressione delle turbolenze del paese, con il partito sciita di al-Sadr che era giunto primo alle elezioni del maggio 2018 ma senza maggioranza. A seguito di una lunga serie di contrattazioni e compromessi tra varie forze sulla base della spartizione del potere basata su quote settarie e etniche [1], si era arrivati all’elezione alla Presidenza di Barham Salih di etnia curda[2] e alla formazione un governo di coalizione guidato dallo sciita Adil Abdul-Mahdi[3].

Il Partito Comunista Iracheno, membro della coalizione Saairun (“In cammino”) con il partito sciita di al-Sadr, ha dichiarato il suo sostegno alle proteste di massa e partecipa attivamente ad esse, denunciando le responsabilità del governo e delle forze politiche dominanti per la tragica situazione nel paese e le terribili condizioni di vita dei lavoratori, giovani e poveri. Le proteste mettono in luce «la profondità del divario tra le masse popolari e questo sistema e la corruzione dilagante»[4], affermano i comunisti, appoggiando le richieste dei manifestanti di misure urgenti per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro e la giustizia sociale, denunciando inoltre l’assassinio di 17 suoi membri e il ferimento di altri 4 nel corso delle proteste[5].

In seguito alla repressione scatenata dal governo contro i manifestanti, il primo ministro Mahdi ha dichiarato che le proteste «sono fondate, che il Governo si sforzerà a trovare una soluzione, anche se non ha la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi». Per “controllare” la situazione, il governo ha decretato il coprifuoco in diverse città, tra cui nella capitale Baghdad, dove i manifestanti hanno tentato di raggiungere piazza Tahrir e la zona verde, le cui vie d’accesso sono state blindate dalle forze governative, con violenti scontri. Bloccato l’accesso anche ad internet per evitare che le manifestazioni siano convocate e alimentate attraverso questo canale. Ma le proteste proseguono nonostante la repressione criminale.

Questo sollevamento di massa si inserisce in un quadro sempre più infuocato e complesso di instabilità nella regione, di ingerenze, interventi, contraddizioni inter-imperialiste per ridisegnarne gli equilibri sulla base degli interessi delle principali potenze imperialiste globali, potenze regionali (Arabia Saudita, Iran,  Turchia) e forze locali, nella disputa per la ripartizione delle zone d’influenza, appropriazione delle risorse naturali, posizioni geostrategiche a beneficio dei grandi gruppi capitalistici, dei monopoli transnazionali e delle borghesie locali corrotte, a scapito dei lavoratori e dei popoli che continueranno a subire le politiche antipopolari, oppressione, sfruttamento, guerre e povertà finché non troveranno, sulla base della propria forza, unità e organizzazione, superando le divisioni etnico-settarie, la strada per affermare i propri interessi indipendenti dalle forze borghesi rompendo i vicoli ciechi causati dal modo di produzione capitalistico.

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[1] I due blocchi principali, entrambi di estrazione sciita, che insieme raggiungevano la maggioranza in parlamento – da una parte il blocco Islah, capitanato da Moqtada al-Sadr, il clerico sciita leader della coalizione al-Sairoon, insieme al primo ministro uscente Haider al-Abadi, e dall’altra il blocco al-Binaa, capitanato da Hadi al-Ameri, il leader della coalizione al-Fatah, braccio politico delle milizie paramilitari legate all’Iran, insieme all’ex primo ministro Nouri al-Maliki – hanno entrambi avanzato il diritto di guidare il processo di formazione del nuovo governo.

[2]Dalla caduta del regime di Saddam Hussein, una sorta di accordo non scritto regola la partizione delle cariche più alte della Repubblica irachena. La presidenza, una carica pressoché unicamente di rappresentanza, spetta a un membro della comunità curda; la carica di primo ministro a un membro della comunità arabo-sciita, e la carica di speaker del parlamento iracheno a un membro della comunità arabo-sunnita.

[3]Da giovane membro del Partito Comunista Iracheno, tradì le idee marxiste schierandosi successivamente con gli islamisti khomeinisti iraniani, in esilio per molti anni torna in Iraq dopo l’occupazione statunitense assumendo le cariche di Ministro delle finanze tra il 2004 e il 2005, di uno dei Vice Presidenti dell’Iraq tra il 2005 e il 2011 e Ministro del petrolio tra il 2014 e il 2016.)

[4] http://solidnet.org/article/Iraqi-CP-Statement-issued-by-the-Political-Bureau-of-the-party-on-2-October-2019-Mass-protests-are-a-Warning-to-the-System-of-Power-Sharing-Quota-and-Corruption/

[5] http://solidnet.org/article/Iraqi-CP-Iraqi-Communist-Party-Calls-for-Ending-Repression-and-Releasing-Detainees/

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