Il clima sta cambiando, i rapporti di sfruttamento no.

di Enzo Pellegrin

Se mai ce ne fosse bisogno, le manifestazioni “istituzionali” di venerdì scorso hanno confermato un dato ambientale, sul quale gran parte del mainstream mediatico investe risorse di controllo dell’opinione da almeno venti anni. Il clima della Terra sta cambiando.

Lo confermano, in ordine di importanza: i governi più potenti del mondo, le organizzazioni governative, le cosiddette organizzazioni non governative, i governi allineati ai governi più potenti del mondo. Nel mazzo entra pure il governo italiano, il quale ha “istituzionalizzato” le manifestazioni per il clima con una circolare del Ministero della Pubblica Istruzione, la quale invitava i docenti ad accettare la giustificazione di assenza per la partecipazione al “Friday for Future”. Ultime ma non meno importanti, le organizzazioni dei partiti governativi e filogovernativi, le quali hanno tentato di dirigere, attraverso le loro organizzazioni giovanili, le manifestazioni di venerdì.

Che il clima, ma non solo il clima, stia andando incontro a mutamenti derivanti dall’inquinamento dei metodi di produzione e di sviluppo economico, lo avevano in precedenza detto sia la comunità scientifica internazionale, sia una serie di personaggi che alle nazioni Unite avevano più volte parlato, senza che il mainstream mediatico avesse mai dato loro la dovuta eco.

Fidel Castro Ruz, nel 2007, nella piena esplosione di quello pseudoecologismo peloso che lodava la ricerca di carburanti alternativi al petrolio derivati da vegetali e mais, ricordava che:

«L’energia è concepita come qualsiasi merce…La terra e i suoi prodotti, i fiumi, le montagne, le foreste ed i boschi sono vittime di una incontenibile rapina. I beni alimentari, ovviamente, non sono sfuggiti a questa infernale dinamica. Il capitalismo trasforma in merce tutto quello che gli giunge a portata di mano […] L’utilizzazione dei beni alimentari per fabbricare energetici è un atto mostruoso. Il capitalismo è pronto a praticare un’eutanasia di massa ai poveri, soprattutto per coloro che vivono nel sud, perché è proprio lì che s’incontrano le maggiori riserve di biomassa del pianeta, necessaria alla fabbricazione dei carburanti biologici» (Fidel Castro, Granma, 3.07).

Fidel Castro aveva già individuato la responsabilità sociale del capitalismo nel disastro ambientale già alla Conferenza delle Nazioni Unite del 1992, denominata “Vertice della Terra”:

«Un’importante specie biologica – il genere umano – rischia di scomparire a causa della rapida e progressiva eliminazione del suo habitat naturale e stiamo diventando consapevoli di questo problema quando è quasi troppo tardi per prevenirlo”. Ha affermato che “le società consumiste… consumano due terzi di tutti i metalli e tre quarti dell’energia prodotta in tutto il mondo; hanno avvelenato i mari e i fiumi… Hanno saturato l’atmosfera con i gas, alterando le condizioni climatiche con gli effetti catastrofici di cui già cominciano a soffrire… Domani sarà troppo tardi per fare ciò che avremmo dovuto fare tanto tempo fa». (Fidel Castro, Discorso al Vertice della Terra)

Al “Vertice della Terra” di quel giorno, 154 nazioni firmarono la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Il Presidente del Venezuela Hugo Chavez Frias, anch’egli nel medesimo consesso internazionale, ebbe a dichiarare «non salviamo il clima se non cambiamo il sistema!» e nello stesso consesso in cui ha parlato il recente mito dell’ambientalismo mainstream, il Presidente della Bolivia Evo Morales, ha ripetuto quello che dice pubblicamente da almeno cinque anni. Il vero responsabile dei cambiamenti climatici è il capitalismo. Basterebbe qualche minuto speso su google per rendersene conto.

Nel loro prezioso libro What Every Environmentalist Needs to Know about Capitalism (Quello che ogni ambientalista deve sapere sul capitalismo), pubblicato su Monthly Review Press, Fred Magdoff e John Bellamy Foster notano che: Il cambiamento climatico… è solo una delle numerose spaccature causate dal superamento di confini planetari. Il capitalismo, dicono: non riconosce limiti alla propria espansione: non c’è alcun profitto, nessuna quantità di ricchezza e nessuna quantità di consumo che sia troppo o abbastanza. (https://www.resistenze.org/sito/os/ms/osmsii18-020646.htm).

Qual’è la differenza tra i personaggi che abbiamo citato e il trend mainstream con il quale governi e potere mediatico hanno cercato di influenzare l’entusiasmo generato dagli scioperi di venerdì?

La piccola e non trascurabile differenza sta nell’individuazione del reale responsabile dei disastri ambientali.

Chavez, Castro, Morales, Bellamy Foster, Magdoff e persino gli ecosocialisti di sinistra della fine degli anni 80, come Naomi Klein, Noam Chomsky ed uno su tutti Ian Angus, individuavano nel sistema di produzione capitalista, nella sua incessante ricerca di nuovi mercati, nuove merci e nuove possibilità di profitto, nella sua anarchia produttiva, la tendenza a non poter concepire limiti planetari o barriere allo sviluppo dei profitti.

Ian Angus, commentando un rapporto sul problema del clima pubblicato dalla National Academy of Science nel 2018,  scrive, per esempio, che: Gli incrementi lineari applicati all’attuale sistema socioeconomico non sono sufficienti a stabilizzare il sistema Terra. Saranno probabilmente necessarie trasformazioni ampie, rapide e sostanziali. (https://www.resistenze.org/sito/os/ms/osmsii18-020646.htm).

La conseguenza logica di quei movimenti culturali era un rinnovato e diffuso spirito di anticapitalismo. Sempre nel 2018, W. T. Whitney Jr.  autore della rivista statunitense mltoday.com riconosceva che “Secondo le ultime indagini, i giovani oggi come oggi, sono attratti dal socialismo. (Cfr per esempio The New Socialists, The New York Times, August 26, 2018) Preoccupati per i cambiamenti climatici, sono maturi per assimilare gli insegnamenti del movimento marxista. Si renderanno conto che le mezze misure non sono sufficienti. […] Il punto principale è che poiché il capitalismo ha contribuito all’avanzamento dei cambiamenti climatici, la resistenza ai cambiamenti climatici deve essere anticapitalista e precipuamente socialista. Poiché la posta in gioco è alta e attiene alla stessa sopravvivenza dell’umanità, è necessario un tipo di socialismo la cui teoria e prassi miri a smantellare piuttosto che riformare il capitalismo.” (https://www.resistenze.org/sito/os/ms/osmsii18-020646.htm).

Gli “sponsor istituzionali”, governativi, non governativi, partitici, insomma il mainstream entrato a gamba tesa nella questione climatica, hanno invece un leit-motiv del tutto diverso: il sistema non c’entra, sono i comportamenti individuali che devono essere migliorati ed incentivati. Un nuovo capitalismo verde deve soppiantare nella produzione il vecchio capitalismo sporco e arretrato. Nuovi “mercati verdi” devono sostituire vecchi mercati ritenuti sporchi.

Vecchi comportamenti individuali devono essere tassati, i nuovi incentivati. In modo particolare va incentivata la produzione che vende le nuove merci ecocompatibili.

Non a caso il mainstream costruisce erroneamente la questione principale attorno alle emissioni di anidride carbonica, allo scopo di mettere all’indice gli ultimi arrivati della produzione capitalistica: Cina, India, Paesi asiatici, ex paesi sottosviluppati.

In particolare, la Cina viene artatamente messa alla gogna quale principale emettitore di gas CO2, sebbene, tra i paesi capitalisti, sia quello che ultimamente abbia adottato le politiche più draconiane per ridurle, ed anche con un certo successo. (https://www.qualenergia.it/articoli/20180328-la-cina-raggiunge-lobiettivo-2020-sulla-co2-con-3-anni-di-anticipo/ (1) mentre in Europa le emissioni sono in aumento (2).

Se poi si mettono insieme le economie e gli abitanti di USA, Canada, Giappone, UE, Russia e Brasile si verifica che con un numero di abitanti corrispondente a quello della Cina, emettono il 47% della CO2 rispetto alla Cina che ne emette il 22%

La questione clima/produzione di CO2 può essere quindi strumentalizzata da più parti per ottenere precisi obiettivi politici.

Guarda caso, in certo attivismo ambientale, si scoprono concorrenti interessi del vecchio complesso militare ed industriale USA/Nato, interessato ad ostacolare i nuovi concorrenti dell’odierno scenario globale. Cina e Russia.

Eppure, come ricordava Zoltan Zigedy nel 2015, “Fattore dimenticato dalla maggior parte del movimento ambientalista, tra cui il “movimento di sinistra per il clima” è il ruolo dell’imperialismo nel fomentare la crisi ambientale. Secondo Wikipedia: “Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è uno dei più grandi singoli consumatori di energia nel mondo, responsabile per il 93% del consumo di carburante del governo degli Stati Uniti nel 2007… Nel 2006, il Dipartimento della Difesa ha utilizzato quasi 30.000 gigawattora (GWh) di energia elettrica, ad un costo di circa 2,2 miliardi dollari. Il consumo di energia elettrica del Dipartimento della Difesa fornirebbe elettricità sufficiente ad alimentare più di 2,6 milioni di abitazioni americane. Nel consumo di energia elettrica, se si trattasse di un Paese, il ministero della Difesa ricoprirebbe la 58ma posizione nel mondo, consumando poco meno della Danimarca e poco più della Siria (CIA World Factbook, 2006). Il Dipartimento della Difesa utilizza 4,6 miliardi di galloni americani [17,4 miliardi di litri]… di combustibile all’anno, una media di 12,6 milioni di galloni [47,7 milioni di litri]… di carburante al giorno.” Contate le centinaia di basi militari – avamposti dell’imperialismo – le quali divorano risorse che potrebbero essere meglio impiegate in una guerra per la protezione dell’ambiente. Aggiungete ulteriormente al totale il continuo inquinamento, la distruzione di strutture naturali e fabbricate dall’uomo, la spoliazione delle terre e il deterioramento delle acque che accompagnano l’utilizzo senza fine di armi devastanti. […]Le stime del Pentagono sulla produzione e la manutenzione di un solo sistema d’arma – gli F35 – pur ridotte ad oltre 750 miliardi di dollari – sono un enorme costo per l’ambiente di cui nessuno parla.” (3)

Ciò che non viene mai messo in evidenza, è che il sistema capitalistico è integrato e fondato sul profitto: la ricerca di nuovi mercati non può prescindere da regole fondamentali:

– la ricerca del profitto deve scaturire da ogni impegno di capitale

– la ricerca del profitto implica che il capitalista non sia libero di produrre solo il necessario, ma sia obbligato a produrre tutto quello che sia possibile smerciare, nonchè a trovare mezzi di convincimento per far comprare il più possibile le sue merci.

Ciò che è nuovo e pulito in un paese dipende spesso anche dallo sporco prodotto nel vecchio: la tecnologia informatica non può prescindere dalla predazione del Coltan e dalla schiavitù dei minatori congolesi ad opera dei signori della guerra, stesso destino hanno i metalli rari e inquinanti utilizzati per le batterie che “rivoluzioneranno” il trasporto elettrico a bassa emissione di CO2, mentre non è stato ancora trovato un modo di produzione dell’energia elettrica che non abbia un effetto impattante sull’ambiente, o non preveda l’utilizzo di risorse rare, compresa l’energia solare la cui produzione non può fare a meno del silicio o di grandi aree di territorio;

Il capitalismo, dunque, non si ferma da solo, e non si ferma mai.

Ogni barriera al suo procedere (diritti dei lavoratori, normativa sulla salute e sull’ambiente) è concepita come un ostacolo al commercio. Se il commercio si orienta sulle produzioni a bassa emissione di CO2, lo fa per sbaragliare i concorrenti su altri mercati, non per decrescere.

Se dunque l’attenzione alle tematiche ambientali rischiava di influenzare le giovani generazioni ad orientarsi verso la costruzione di un sistema socialista, dovevano essere messe in campo adeguate controffensive mediatiche ed egemoniche per silenziare questo aspetto, metterlo in secondo piano. Lavorare nell’opposizione al sistema per neutralizzare l’aspetto più pericoloso: l’anticapitalismo.

Ecco dunque spiegato l’attivismo ambientale dei potenti del mondo: disattento se non complice dei criminali quando a lottare sono gli ambientalisti scomodi, gli anticapitalisti di molti paesi in via di sviluppo o di comunità povere contadine e indigene, in Brasile, Colombia ed India.

Attento invece a direzionare la protesta su binari innocui, all’interno dei movimenti nei paesi sviluppati.

Un esempio della doppia veste dell’azione del potere dentro i movimenti, la si può vedere nel caso italiano. Al di là dell’attivismo del Ministro dell’Istruzione, in molte città le organizzazioni giovanili dei partiti favorevoli al governo, hanno tentato di cavalcare la protesta del Venerdì, spesso anche ostacolando l’adesione di formazioni giovanili in grado di portare un contributo anticapitalista.

Per fortuna con scarso successo.

Questo “attivismo ambientale” dei partiti di governo e dei loro ministri, tutto a parole e incoraggiamenti, convive in Italia con il mantenimento della maggiore fonte di produzione di Gas Serra: l’Ilva di Taranto. La sua produzione continua senza grandi rivoluzioni in mano ai padroni privati dell’Arcelor Mittal, con accordi fatti dai governi Renzi e Conte, i quali conferiscono la “libertà di inquinare” e per un certo periodo anche l’immunità penale per le violazioni ambientali. Nulla è cambiato con il Conte-bis.

Secondo i dati dell’associazione peacelink, l’ILVA è il primo produttore di CO2 della penisola ed è nella top ten delle maggiori fonti inquinanti d’Europa.(4)

Insomma: si fa gli ambientalisti il venerdì, dopo aver fatto i padroni per tutta la settimana.

L’attenzione posta alla questione del cambiamento climatico, spesso offusca la moltitudine di trattati bilaterali che i potenti del commercio mondiale stanno cercando di imporre, al fine di aggirare regole più severe di controllo della produzione insalubre.

Prendiamo l’esempio del CETA, il quale prevede l’abolizione di barriere non tariffarie per l’importazione in Europa di prodotti dell’agricoltura canadese. Con la ratifica del CETA, viene liberalizzata l’esportazione nell’UE del grano canadese, frutto di agricoltura industriale intensiva, a basso costo, dove è possibile usare pesticidi vietati in Italia da oltre venti anni. Il grano del Canada, dato il clima non favorevole, non matura da solo. Viene portato a maturazione artificiale per mezzo di diserbanti essiccanti come il glifosato, vietato in Ue e in Italia in determinate formulazioni. Questo grano di bassa qualità e certamente poco salubre potrà essere smerciato in Italia senza il rispetto delle regole di divieto, considerate barriere non tariffarie. Il basso costo di questa agricoltura industriale metterà inoltre in ginocchio i produttori nazionali, costretti ad adeguarsi o a diminuire ancora di più il costo del lavoro. Uno degli ultras della ratifica veloce del trattato CETA è la ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, la quale da tempo ha smesso i panni della bracciante per indossare quelli degli interessati al grano a basso costo, non importa se velenoso. Insomma, anche qui ambientalismo peloso il venerdì, furbi padroni il resto della settimana.

Un velo di peloso conformismo attraversa una delle contraddizioni fondamentali del nostro mondo: l’incompatibilità tra capitalismo e pianeta.

E’ vero che il clima della Terra sta cambiando.

E’ altrettanto vero che non stanno cambiando i rapporti produttivi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e dell’uomo capitalista sul pianeta.

E’ ancora più vero che il clima sta cambiando, proprio perchè non cambiano i rapporti di sfruttamento.

Un’abile tecnica egemonica sta tentando di separare questi due fattori reali, nascondendo la responsabilità diretta di ogni capitalismo.

Contro i dispensatori di anestesia, può essere utilizzata, a mo’ di schiaffo che risvegli dal sonno artificiale, questa piccola provocazione: ammesso che gli sforzi per ridurre le emissioni vadano a buon fine, che ce ne facciamo di un pezzo di mondo pulito, se la maggioranza degli esseri umani continua a vivere nello sfruttamento? Che se ne fa un giovane precario di un’Italia senza CO2, se non ha un salario dignitoso per mettere al mondo i figli che sogna di far correre nel nuovo eden?

Il clima sta cambiando.

I rapporti di sfruttamento no.

Sul secondo punto si deve lottare.

E’ questa la novità.

*Pubblicato anche su resistenze.org

_______________

Note: 

(1) L’intensità di carbonio del colosso asiatico nel 2017 è diminuita del 45% in confronto al livello registrato nel 2005, un traguardo che era previsto per il 2020. Ora per rispettare gli impegni definiti a Parigi nel 2015, Pechino dovrà abbattere le emissioni di anidride carbonica in rapporto al Pil del 60-65% entro il 2030.

(2) neanche l’Ue – che può vantare le migliori politiche di riduzione di gas serra del mondo – è in linea con quanto previsto dall’Accordo di Parigi – http://www.greenreport.it/news/energia/le-emissioni-di-co2-pro-capite-nellue-sono-inferiori-a-quelle-della-cina-e-meta-di-quelle-usa/

(3)  https://www.resistenze.org/sito/os/ms/osmsfd14-016164.htm

(4) La Commissione Europea ha recentemente diffuso un elenco delle principali fonti di emissioni di CO2, sulla base dei dati forniti dagli stati membri. L’ILVA risulta al 42° posto in Europa.

L’ILVA risulta inoltre al 4° posto in Italia seconda graduatoria recentemente diffusa:

1.    Centrale termoelettrica a carbone di Civitavecchia: 8.100.000 tonn/anno

2.    Raffineria (nome e località non specificati): 6.300.000 tonn/anno

3.    Centrale termoelettrica a carbone di Brindisi/Cerano: 5.400.000 tonn/anno

4.    Stabilimento siderurgico ArcelorMittal Taranto: 4.700.000 tonn/anno

Ma attenzione: in tale elenco mancano le due centrali termoelettriche CET2 e CET3 asservite al ciclo siderurgico di ArcelorMittal. Se aggiungessimo alle emissioni ILVA anche le emissioni delle due centrali termoelettriche CET2 e CET3 connesse all’ILVA di Taranto (le cui emissioni di CO2 sono tenute distinte) lo stabilimento siderurgico ILVA – gestito da ArcelorMittal – raggiungerebbe e supererebbe i dieci milioni di tonnellate annue di anidride carbonica all’anno, piazzandosi saldamente al primo posto in Italia. Entrerebbe così anche nella top-ten della classifica europea degli impianti con maggiori emissioni di CO2. Da un punto di vista tecnico le centrali termoelettriche CET2 e CET3 forniscono energia allo stabilimento siderurgico di Taranto ricevendola a loro volta dal ciclo siderurgico in forma di gas e bruciandola. In tal modo viene emessa un’enorme quantità di CO2 che non figura nell’elenco sopra riportato.” (https://www.peacelink.it/ecologia/a/46868.html)

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1 Comment

  1. Anche quando,se mai accadrà, che milioni di auto andranno ad energia elettrica dove metteremo i milioni di batterie ed i loro componenti inquinanti?
    È il servizio pubblico che deve essere incentivato,ma questo il sistema capitalista non lo fa di certo.

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