Come il capitalismo sta uccidendo l’Amazzonia

Sono in corso ormai da diversi giorni un gran numero di incendi che stanno divorando l’Amazzonia e che stanno continuando a diffondersi intensamente. Alla fine della scorsa settimana erano stimati in 9507 gli incendi in corso tra il 15 e il 20 agosto; nel periodo da gennaio 2019 ad oggi si stima che il numero di incendi nella regione sia aumentato del 145% rispetto al medesimo periodo del 2018[1]. In tutto il Brasile gli incendi da gennaio sono stati 83329[2], di cui circa metà hanno interessato la foresta pluviale.

Gli incendi, in gran parte appiccati intenzionalmente per far spazio a pascoli e terreni agricoli secondo la pratica del debbio (che consiste appunto nell’incendiare aree boschive per ottenervi terreni fertili), molto utilizzata nelle regioni forestali del Brasile, hanno avuto una diffusione enorme anche grazie agli effetti della stagione secca, e coinvolgono attualmente in prevalenza la foresta pluviale del Brasile, ma anche aree di Bolivia, Argentina, Perù e  Paraguay. Nonostante l’aumento impressionante del numero di incendi, il numero di multe per danni alla flora (tra cui quelli per incendi dolosi e deforestazione) è diminuito: a livello nazionale sono 2535, contro le 4138 dello stesso periodo l’anno precedente, mentre negli stati coperti dalla foresta 1627, contro le 2817 dello stesso periodo l’anno precedente.

Incendi attivi il 22 agosto

Un dato degno di nota è il fatto che il 75% dei focolai si è verificato in aree che nel 2017 erano coperte dalle foreste e che successivamente sono state deforestate o degradate per lasciare spazio a pascoli o aree agricole per i grandi latifondisti. Ciò dimostra come deforestazione e incendi marcino di pari passo e come il disastro ecologico in corso nella Foresta Amazzonica abbia un grande colpevole: il sistema capitalista. Il governo di destra di Bolsonaro sta infatti promuovendo lo sfruttamento della regione da parte delle multinazionali per i biocarburanti, l’agribusiness, l’estrazione mineraria e il diboscamento esteso. Una politica che era già stata iniziata anche dai precedenti governi socialdemocratici di Lula e Rousseff, ma è evidente come Bolsonaro abbia messo in campo una decisa e criminale intensificazione.

Il danno ambientale è impressionante: la Foresta Amazzonica, estendendosi in 9 paesi[3] per un’area di 7,4 milioni di km2, ospita infatti il 10% delle specie viventi, produce oltre il 20% dell’ossigeno del pianeta e assorbe circa un miliardo di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, il 25% del totale. Secondo le stime, i recenti incendi hanno distrutto oltre 2000 km2 di foresta vergine; ciò produrrà un enorme danno alla biodiversità e l’aumento dell’anidride carbonica nel pianeta. Inoltre, a differenza di altri ecosistemi, in Amazzonia molte specie animali sono caratterizzate da una limitata mobilità, fattore che impedisce loro di mettersi in salvo da un eventuale incendio, e nessuna forma di vita è in grado di adattarsi o trarre beneficio dalle conseguenze di un incendio, che rappresenta un fenomeno innaturale nella foresta pluviale, rendendo ancora più grave il bilancio ecologico.

A risentire fortemente degli incendi saranno anche le popolazioni indigene che vivono nella foresta: si stima infatti che siano tra 400 e 500 le tribù che risiedono in Amazzonia, di cui circa 50 non hanno mai avuto contatti con il mondo esterno.

La notizia dei danni irreparabili causati all’Amazzonia ha suscitato indignazione a livello internazionale, con manifestazioni di protesta in molte città del mondo. In Brasile una posizione fortemente critica è stata assunta dal Partito Comunista Brasiliano[4], che ha sottolineato i legami tra danno ambientale e interessi dei monopoli:

«La distruzione della Foresta Amazzonica è di grande interesse per i proprietari terrieri le cui grandi aziende presto occuperanno le aree bruciate per stabilire grandi piantagioni di soia. La deforestazione è di grande interesse per l’industria agroalimentare, che ha interesse per le terre disboscate per pascolare il bestiame da esportare. La morte dell’Amazzonia è redditizia per le grandi compagnie minerarie, che estraggono sistematicamente le ricchezze del suolo e molte volte utilizzano pratiche di lavoro da schiavi per farlo. Uccidono la flora, uccidono la fauna e spargono anche il sangue delle popolazioni indigene e fluviali, che formano l’ultima linea di resistenza in difesa dei loro territori ancestrali e della preservazione dei loro stili di vita.»

I comunisti brasiliani pongono inoltre sotto accusa la politica di Bolsonaro:

«Il governo Bolsonaro si è mostrato connivente con la distruzione dell’Amazzonia, e ha attuato pratiche per accelerare questo processo. Dal taglio degli organi di controllo e la censura dei dati sulla deforestazione, alle dichiarazioni apertamente entreguiste[5] in relazione alle risorse naturali della regione, Bolsonaro ha convalidato l’azione delle compagnie di legname e minerarie nella regione».

Il PCB pone tuttavia sotto accusa il sistema capitalista nel suo complesso:

«Sebbene le azioni di Bolsonaro e Ricardo Salles (il suo ministro dell’Ambiente) stiano accelerando il processo di distruzione dell’Amazzonia, è importante ricordare che il problema è molto più grande: è l’intero sistema, sono il capitalismo e i suoi giganti conglomerati, attraverso la bancada ruralista[6], che lucrano sulla morte delle foreste e che sognano di infilare i loro artigli nelle nostre ricchezze naturali. Abbattere il capitalismo è l’unico modo per impedire che la Foresta Amazzonica venga completamente distrutta. L’unione con le popolazioni indigene, fluviali e dei quilombo[7] in difesa delle loro terre e per la costruzione di uno stile di vita non predatorio è l’unico modo per essere certi che gli interessi imperialisti e privatisti del capitale non distruggeranno completamente le ricchezze naturali del Brasile. È necessario attuare un progetto di sviluppo che preservi la dignità del nostro popolo e l’integrità della natura.»

Sulla stessa linea anche le organizzazioni brasiliane aderenti alla Via Campesina[8], l’organizzazione internazionale dei movimenti contadini, le quali hanno sottolineato le pesanti responsabilità del governo:

«I dati scientifici e gli esperti sottolineano come questa crisi sia direttamente collegata alle misure del governo Bolsonaro per l’area. Contrariamente a quanto afferma il ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, il 2019 non è davvero un anno di estrema siccità. Se così fosse, il numero di incendi boschivi sarebbe il doppio di quello che vediamo oggi.»

Riferendosi agli incendi appiccati dai grandi gruppi agroalimentari e alle estrazioni minerarie illegali che si verificano nei territori indigeni:

«Queste azioni, pienamente supportate dall’attuale governo brasiliano, devono essere riconosciute come un crimine contro l’umanità e un danno irreparabile per il popolo e la natura brasiliani. In tempi in cui il mondo affronta le conseguenze dei cambiamenti climatici, questa posizione è completamente inaccettabile.»

Le organizzazioni firmatarie hanno infine concluso con una critica al capitale e ai responsabili della devastazione ambientale:

«Denunciamo i veri colpevoli di questo crimine di proporzioni storiche: i settori agroalimentare e minerario, sostenuti dal governo Bolsonaro. Chiediamo la lotta immediata contro i crimini ambientali, e allo stesso tempo chiediamo la garanzia dei diritti dei popoli dell’Amazzonia, suoi reali e storici protettori. È fondamentale che tutta la società brasiliana si sollevi contro questa atrocità! L’Amazzonia è un territorio di vita, cibo, acqua, cultura, non di distruzione, morte, sfruttamento! Contro l’avanzata del capitale, i popoli in difesa dell’Amazzonia!»

Anche la Federazione Sindacale Mondiale (FSM) ha espresso la sua ferma condanna per il disastro ambientale in corso:

«Il disastro della catastrofe nel “polmone verde del pianeta”, nonché le conseguenze per i popoli nativi e migliaia di specie di flora e fauna della regione non è una casualità, ma un crimine organizzato, un piano incoraggiato e stimolato dal grande capitale e dal governo brasiliano che continua ad attuare con maggiore intensità le politiche dannose per l’ambiente dei precedenti governi socialdemocratici. Il suo obiettivo è disboscare illegalmente terreni per bestiame e agricoltura, consegnando foreste vergini alle multinazionali dei biocarburanti, del disboscamento illegale e delle miniere.»

L’organizzazione sindacale mondiale, che rappresenta 97 milioni di lavoratori affiliati in 130 paesi in tutto il mondo, ha inoltre chiesto che siano vietate tutte «le attività imprenditoriali nella regione», chiamando i popoli e i lavoratori ad «intensificare la loro lotta per la protezione dell’ambiente, che è anche una lotta contro il sistema capitalista che genera politiche di povertà, catastrofi ambientali e crimini contro i popoli del mondo».

Una posizione dura di critica al sistema che ha prodotto un disastro di tale portata è stata infine assunta dalla Federazione Mondiale della Gioventù Democratica[9]:

«Gli incendi che stanno distruggendo l’Amazzonia sono il risultato dell’infinita sete di maggiori profitti e delle politiche antipopolari del governo Bolsonaro, il quale ha abolito le leggi per la protezione dell’ambiente e ritirato il supporto alle organizzazioni ambientali. Il capitalismo mostra ancora una volta la sua natura orribile. Il più grande “polmone” della Terra sta morendo e ciò ha un impatto enorme sulle tribù che lo abitano, sull’ambiente e su tutta l’umanità. Il sistema attuale, l’imperialismo, non solo fallisce nel proteggere le persone dai disastri naturali, ma in più usa tutte le proprie risorse nel crearne altri. La FMGD afferma ancora una volta che la soluzione a tutti questi problemi che affliggono i popoli potrà essere raggiunta solamente tramite una lotta totale contro questo sistema che pone i profitti delle imprese al di sopra delle vite umane.»

I drammatici eventi in America Latina rendono ancora una volta chiaro come la distruzione dell’ambiente e la crisi ecologica siano dialetticamente legate alla via di sviluppo capitalistica, ai piani monopolistici e dei governi che li servono, nella ricerca del massimo profitto, salvo poi versare lacrime di coccodrillo. Dall’UE e da altri stati imperialisti, governi e partiti capitalistici, ONG e gruppi imprenditoriali stanno infatti esprimendo grandi preoccupazioni per i “cambiamenti climatici” e il “surriscaldamento del pianeta” (che sono solo una parte del problema) ergendosi come “salvatori del pianeta”. Promuovono così varie misure dietro una narrazione del tutto fuorviante che finisce per scaricare le colpe e responsabilità sui “comportamenti individuali”.

Secondo una recente rilevazione le 100 più grandi multinazionali sono responsabili del 70% dell’inquinamento mondiale (a cui vanno aggiunte anche le ripercussioni su questo di guerre e interventi imperialisti). Viene pertanto da chiedersi: le politiche dei governi borghesi e dell’UE mirano a proteggere l’ambiente o sono effettivamente finalizzate a stimolare gli investimenti capitalistici, in modo che il capitale possa trarre profitto anche dai problemi che provoca? Anche intorno agli eventi in Amazzonia, con l'”offerta di donazione” da parte del gruppo G7, vediamo come la difesa dell’ambiente diventi in realtà oggetto di sviluppo della competizione e dispute tra gruppi monopolistici, Stati e alleanze imperialiste con obiettivi che nulla hanno a che fare con quelli pronunciati.

La realtà è che una reale salvaguardia dell’ambiente è impossibile da attuare nel contesto della via di sviluppo capitalista e del libero mercato in cui il criterio prevalente al di sopra di tutto è la garanzia a lungo termine della redditività dei gruppi monopolistici piuttosto che la protezione della salute dei lavoratori e dell’ambiente.

 

[1] Queimadas na Amazônia: número aumentou 145% na região, Greenpeace.org, 24 agosto 2019.

[2] Dato aggiornato al 27 agosto 2019. Statistiche in tempo reale, Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali.

[3] Brasile (per il 60%), Perù, Colombia, Bolivia, Ecuador, Paraguay, Suriname, Guyana e Guyana francese.

[4] Dal post di Partito Comunista Brasiliano Amazonas su Facebook, 25 agosto 2019.

[5] Per “entreguismo” si intende la pratica politica di cedere le risorse naturali di una nazione allo sfruttamento di organizzazioni e società di un altro paese o del capitale internazionale.

[6] Per “bancada ruralista” , il cui nome ufficiale è Fronte Parlamentare dell’Agricoltura e dell’Allevamento, si intende un fronte parlamentare che opera in seno al Congresso Nazionale del Brasile in difesa degli interessi dei proprietari terrieri e che si oppone alla riforma agraria nel paese e alla demarcazione dei territori indigeni. È composto da esponenti di partiti che vanno dalla destra radicale a al centro-sinistra.

[7] Per “quilombo” si intende una comunità fondata da schiavi africani fuggiti dalle piantagioni in cui erano prigionieri all’epoca della schiavitù.

[8] Burning the Amazon is a crime against humanity, Via Campesina, 26 agosto 2019.

[9] Dal post della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica su Facebook, 29 agosto 2019.

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