Ponte Morandi: un anno dopo il crollo, la revoca ad Atlantia non esiste

Italian Deputy Premier Luigi Di Maio (R) and Italian Transport and Infrastructure Minister Danilo Toninelli (L-3) during their visit at the site of the highway-bridge-collapse disaster in Genoa, Italy, 15 August 2018. The death toll for 14 August highway-bridge-collapse disaster has risen to 39, according to reports on 15 August, and the Italian Government will proclaim national mourning for the Genoa tragedy. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

A un anno dal crollo del ponte Morandi, è impossibile non ricordare i proclami del ministro Toninelli che, non più tardi dell’11 luglio scorso, affermava durante il Question Time che nessun indennizzo sarebbe stato dovuto qualora il governo avesse deciso di revocare la concessione ad Autostrade per l’Italia[1]. La parola chiave è “qualora”: questi proclami si sono infatti rivelati vuota propaganda, così come vuote sono le parole dell’ineffabile Di Maio che, come riportato da Il Sole 24 Ore di lunedì 12 agosto, avverte che la caduta del governo impedirebbe la tanto sbandierata revoca[2]. Non risulta infatti aperta alcuna procedura di revoca della concessione e, quindi, le minacce strillate con tanta enfasi in seguito al crollo, che ha provocato 43 vittime, decine di feriti e oltre 500 sfollati, erano una pura pantomima: stando così le cose non vi sarà alcuna revoca, che il governo cada o meno.

La vicenda del ponte Morandi dimostra ancora una volta la totale mancanza di credibilità da parte di una forza politica, il 5 stelle, che ha fatto marcia indietro su tutti i propri cavalli di battaglia programmatici. Euro, UE, Nato, spese militari, F-35, MUOS, TAP, TAV, ex ILVA: tutte promesse che i grillini hanno tradito, mentre votavano provvedimenti profondamente reazionari come il Decreto sicurezza bis (leggi qui e qui), o contribuivano con i loro voti determinanti all’elezione alla presidenza della commissione europea di Ursula von der Leyen, falco delle politiche di austerity imposte dall’UE ai danni della Grecia.

Ma, a ben vedere, non si tratta di semplice mancanza di credibilità. Quella del ponte Morandi è una vicenda emblematica che fotografa una forza politica che ha guadagnato il proprio consenso attraverso parole d’ordine in apparenza condivisibili (Toninelli dichiarava il 16 gennaio che la nazionalizzazione di Autostrade era un obbiettivo del governo[3], ma si pensi anche all’opposizione del M5S alla realizzazione della TAV o all’acquisto degli F35), ma che si sono rivelate in realtà strumento della sterilizzazione della protesta che, proprio attraverso quelle parole d’ordine, viene sistematicamente incanalata su binari morti.

La realtà è che il Movimento 5 Stelle è organico al sistema che dichiara di voler cambiare: mentre a Genova dicono di voler nazionalizzare le autostrade (senza avviare alcuna procedura per poter attuare tale proposito al contempo che il gruppo Atlantia-Benetton entra nell’affare Alitalia), in Abruzzo prorogano per 10 anni la concessione di A24 e A25 a Toto[4]; si dichiarano avversari irriducibili delle politiche di austerity imposte dall’UE, ma votano l’elezione alla presidenza della Commissione europea di una delle più accanite fautrici di tali politiche.

L’enorme ferita aperta nel cuore di Genova dal crollo del ponte Morandi prova che esiste un’irriducibile incompatibilità fra gli interessi delle classi popolari e l’insaziabile fame di profitto che caratterizza il sistema capitalistico. Per dimostrare tale incompatibilità è sufficiente un semplice confronto: secondo i dati forniti dal MIT, dal 2005 al crollo erano stati spesi soltanto 400.000 euro per la manutenzione strutturale del ponte, mentre nella fase precedente alla privatizzazione venivano spesi 1.300.000 euro all’anno[5]. I fautori delle privatizzazioni definirebbero questi risparmi “efficienza del mercato”, per contrapporla agli alti costi dello Stato sprecone. Fino a quando un ponte crolla facendo decine di vittime e provocando danni a centinaia di persone: allora i soloni del mercato si cospargono il capo di cenere, agitano il cappio contro i colpevoli, ma si guardano bene dal mettere in discussione il sistema che ha provocato la catastrofe. La realtà è che, per un’impresa privata, la manutenzione è un costo e per massimizzare i profitti è necessario tagliarlo il più possibile: è questa l’efficienza del mercato.

Solo la nazionalizzazione delle infrastrutture strategiche e il controllo popolare sulla loro gestione può garantire la salvaguardia della sicurezza e della continuità dei servizi essenziali. Qualsiasi progetto di cambiamento che prometta di trasformare lo stato di cose esistente dall’interno delle logiche del sistema capitalistico non può che essere una truffa ai danni delle classi popolari, che prima o poi ne pagheranno le conseguenze, come è tragicamente avvenuto a Genova il 14 agosto del 2018.

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[1]Cfr., alle pagg. 84-87 del resoconto stenografico dell’assemblea pubblica del Senato della Repubblica dell’11/7/2019, la risposta del ministro Toninelli all’interrogazione dell’On. Ferro, in cui il ministro Toninelli dichiara nullo l’articolo 9-bis della convenzione con Autostrade per l’Italia, che, al comma 1 recita: «[…] il Concessionario avrà diritto, nel rispetto del principio dell’affidamento, ad un indennizzo / risarcimento a carico del Concedente in ogni caso di recesso, revoca risoluzione, anche per inadempimento del Concedente,. e/o comunque cessazione anticipata del rapporto di Convenzione, pur indotto da atti e/o fatti estranei alla volontà del Concedente, anche di natura straordinaria e imprevedibile, ivi inclusi mutamenti sostanziali del quadro legislativo o regolatorio». Cfr. anche quanto riportato dalla stampa lo stesso giorno, ad esempio: Autostrade, Toninelli: “Nessun indennizzo per la revoca della concessione”, La Repubblica, 11 luglio 2019.

[2]Il Sole 24 Ore, 12/08/2019, pag. 6

[3]Toninelli: “Punto a nazionalizzare Autostrade”, Adnkronos, 16 gennaio 2019

[4]Toninelli come il Pd: prorogata di 10 anni la concessione a Toto, Affari Italiani, 7 agosto 2019

[5]Resoconto stenografico dell’assemblea pubblica del Senato della Repubblica dell’11/7/2019, pag.86.

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