Gramsci e Stalin

di Aldo Bernardini  (resp. dip. ideologia e cultura del Partito Comunista)

Nell’ultima fase, quella ultrarevisionistica, del Partito comunista italiano, è stata resa corrente la visione di un decisivo contrasto e distacco del Gramsci carcerato nei confronti di Stalin. Si tratta di un’assoluta mistificazione.

Non vi è stata alcuna rottura politica. Gramsci nei suoi rapporti epistolari con la moglie Julia e la cognata Tatiana (Tania) Schucht fino all’ultimo parla del governo sovietico, allora sotto la guida di Stalin, come del “nostro governo”. Nel pianificare con l’amico Sraffa il proprio futuro dopo la liberazione dal carcere, pensa – negli ultimi mesi di vita nel 1937 – di chiedere alle autorità italiane (Mussolini) l’autorizzazione a trasferirsi a Mosca, dove risiede la sua famiglia. Chiara in tal senso la minuta, di mano di Sraffa, di un’istanza predisposta a quel fine (in giacenza presso la Fondazione Gramsci di Roma, mai inoltrata per la sopravvenuta morte). Da un certo momento sono riaffiorate in Gramsci le diffidenze circa l’atteggiamento dei compagni italiani nei suoi confronti: si fida invece di Stalin e chiede alle sue parenti di rivolgersi a questo e non ai comunisti italiani per le questioni che lo riguardano. Di tutto ciò, che risulta anche dal libro di Giuseppe Fiori, Gramsci Togliatti Stalin, Laterza 1991, dà conferma un documento pubblicato anni fa sul Corriere della Sera (17 luglio 2003).

Si tratta di una lettera, sino ad allora sconosciuta, di Evghenia (altra cognata) e Julia Schucht, rivolta nel dicembre 1940 a Stalin: gli si raccomandava di prendersi cura della pubblicazione degli scritti di Gramsci (i “Quaderni del carcere”), che i comunisti italiani avrebbero sino allora trascurato, e si rinfrescavano i vecchi sospetti sull’esistenza di un tradimento ai danni di Gramsci processato e detenuto, al fine di impedirne la scarcerazione. Il sospetto, nella lettera, veniva espresso genericamente a carico di italiani – fascisti? trotzkisti? – ma pare proprio che l’allusione fosse alla vecchia vicenda della lettera di Grieco (del 1928, che conteneva espressioni incaute e compromettenti per il detenuto Gramsci, rilevate dalla censura fascista) e a presunte ambiguità di Togliatti.

Quella pubblicazione ha provocato una ridda di articoli di stampa, centrati su sottigliezze filologiche, sulla non novità degli argomenti, sul fatto che questi nulla aggiungerebbero a quanto conosciuto e già confutato ad abbondanza, naturalmente sull’iscriversi della vicenda nel “terrore staliniano” (Evghenia sarebbe stata una fervente staliniana…), e che in definitiva si sarebbe potuto pensare ad un complotto… contro Togliatti.

Come rilevammo all’epoca, nessuno ha però posto in dubbio né l’autenticità della lettera né che essa rispondesse al reale sentire delle scriventi e, finché vivo e come già accennato, senza dubbio dello stesso Gramsci. A noi non interessa qui parlare del presunto tradimento o quanto meno scorrettezza nei confronti di Gramsci prigioniero, dell’autore supposto di tali comportamenti (si può anche pensare a sospetti e timori eccessivi), dei perché e dei percome. Troviamo che la congerie di scritti riversata sia nel complesso piuttosto futile e scadente, perché di tutto si occupa meno che, salvo fuggevoli eccezioni, della questione centrale: il rapporto di Gramsci con Stalin, sul quale la vulgata dei revisionisti (del marxismo-leninismo) ha costruito l’indegna leggenda dell’estraneità o addirittura dell’avversione tra i due. Tutto basato sul nulla: le elaborazioni teoriche di Gramsci sul partito o sull’assemblea costituente, che costituirebbero un punto centrale del dissidio con Stalin, non rappresentano certo una rottura ideologica, se si riflette sul concreto delle vicende dell’Unione sovietica del tempo, degli attacchi da questa subiti all’interno e dall’estero, più tardi dalle politiche di Stalin nei confronti dell’Italia vinta nella Seconda guerra mondiale, ecc. Così pure assolutamente incerta e non decisiva pare l’asserita riserva di Gramsci, resa nota poi per testimonianza di seconda mano, sul fatto che le condanne nei processi “staliniani” di Mosca si sarebbero basate esclusivamente sulle confessioni degli imputati e quindi sarebbero state implausibili: laddove gli atti di quei processi mostrano che vi era stata un’ampia raccolta di materiale probatorio (Gramsci non era evidentemente a conoscenza di ciò, ma è chiaro che quel giudizio, se pur effettivamente reso, costituiva una congettura occasionale e non meditata). Il problema dell’alleanza fra classe operaia e contadini, che per alcuni avrebbe segnato la distanza fra Gramsci e Stalin, si dimostra anch’esso un falso problema: nella Lettera di Stalin al compagno Ivanov del 1938 il dirigente sovietico, riferendosi anche al suo precedente lavoro Questioni del leninismo, richiama esplicitamente quell’alleanza. Non vi è traccia di distacco ideologico.

I passi dei “Quaderni del carcere”, che si occupano di Stalin, di Trotzki e del socialismo sovietico, sono tutti a favore di Stalin. In un passo del 1930-32 (citiamo sempre dall’edizione Gerratana del 1975, qui p. 801 s.), Gramsci critica Bronstein (Trotzki), che “può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta“, e pone l’essenziale distinzione fra guerra di movimento o di manovra e guerra di posizione, quale quella che allora doveva sostenere l’Unione Sovietica (è implicito ma chiaro il riferimento di Gramsci), in cui si impongono «enormi sacrifici a masse sterminate di popolazione», e dunque (udite, udite!) «è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più intervenzionista, che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’impossibilità di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, organizzativi, ecc., rafforzamento delle posizioni egemoniche del gruppo dominante, ecc.». La differenza fra i due tipi di “guerra” viene approfondita (p. 865 s.) con la famosa distinzione fra la situazione dell’Oriente, in cui «lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa», e dell’Occidente, ove «tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile», per rigettare ancora una volta le teorie di Trotzki. Assai significativo (p. 1728 s.) è il passo riferito proprio a Stalin (Giuseppe Bessarione), che trae spunto da un’intervista dello stesso del settembre 1927, per rilevare «come secondo la filosofia della prassi [cioè il marxismo, nota mia] sia nella formulazione del suo fondatore, ma specialmente nella precisazione del suo più recente grande teorico [Lenin? ma forse lo stesso Stalin, al cui testo si fa riferimento, nota mia], la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale». Si tratta proprio del rapporto dialettico tra nazionale e internazionale, che nella concezione di Stalin è fondamentale: «Su questo punto mi pare sia il dissidio fondamentale tra Leone Davidovici [Trotzki, nota mia] e Bessarione come interprete del movimento maggioritario…[bolscevico, nota del redattore]». Almeno in due occasioni Gramsci spiega ed approva «la liquidazione di Leone Davidovici» (p. 1744), come «liquidazione anche del parlamento “nero” [forze antirivoluzionarie latenti, nota mia] che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento “legale”» in Unione Sovietica; e soprattutto quando, analizzando in termini sintetici ma profondi le tendenze di Trotzki, Gramsci rileva che la corrente che ha avversato quest’ultimo – quindi, quella di Stalin – ha applicato la formula giacobina non come «cosa astratta, da gabinetto scientifico», bensì «in una forma aderente alla storia attuale, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della determinata società che occorreva trasformare, come alleanza di due gruppi sociali, con l’egemonia del gruppo urbano» (cioè, quello che stava praticando Stalin). È qui evidente il ricordo del famoso scritto di Vincenzo Cuoco sulla Rivoluzione napoletana del 1799, che denunciava il carattere di questa come rivoluzione solo dall’alto, ciò che appunto invece non si sarebbe verificato, secondo Gramsci, nella situazione sovietica. E pare definitivo (p. 2164) quel che Gramsci, sempre a proposito della tendenza di Trotzki, rileva senza mezzi termini come «la necessità inesorabile di stroncarla» (il passo è attribuibile al 1934), secondo quanto appunto era avvenuto in Unione sovietica.

Che dal pensiero dell’ultimo Gramsci risulti un distacco rispetto a Stalin è dunque menzogna: Gramsci ne approvava anche i tratti che oggi vengono qualificati “autoritari”, “dittatoriali”, “repressivi” e peggio ancora. E nemmeno può dirsi, secondo l’ultimo rifugio della vulgata revisionista, che “oggettivamente” l’impostazione gramsciana fosse antitetica: differenze possono risultare dai contesti consapevolmente diversi (Occidente e Oriente) e dalle diverse fasi e livelli di lotta in Unione sovietica e, in particolare, nell’Italia fascista, cui Gramsci non poteva non pensare: ma Gramsci sarebbe stato il primo a farsi una grande risata se qualcuno gli avesse prospettato di applicare all’Unione sovietica di Stalin le elaborazioni che egli faceva soprattutto per l’Italia di allora.

Ora, per tornare alla lettera delle Schucht, se l’ambiente familiare di Gramsci si rivolgeva a Stalin sollecitandone (a torto o a ragione, non importa) la tutela nei confronti degli italiani, addirittura se le due scriventi ricordano che Gramsci raccomandava di condurre le trattative per la sua liberazione per il tramite del Partito sovietico senza nulla far trapelare agli italiani, ciò vuol dire che il grande sardo aveva piena fiducia in Stalin e nel suo partito, come autentiche espressioni del comunismo mondiale. L’intento di trasferirsi a Mosca (la minuta ha evidentemente cura di “depoliticizzare” al massimo la richiesta al governo fascista, neppure evocando il nome dell’Unione sovietica) non implicava certo la prospettiva di andarvi a fare l’opposizione a Stalin! Tutto il contrario di quanto da molti anni ci è stato velenosamente propinato. I falsari del revisionismo moderno, con la lettera a suo tempo pubblicata e le reazioni nel complesso imbarazzate ed elusive che ha suscitato, sono serviti.

Roma, Luglio 2019

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