La teoria svedese dell’amore: il lato oscuro del “modello nordico”

di Matteo Bernunzo

I sostenitori della socialdemocrazia, del compromesso tra capitale e lavoro, di solito citano i paesi scandinavi e la Svezia in particolare come esempio di un modello che garantisce benessere, equità, libertà e progresso, Paesi che si presentano anche come neutrali e pacifici, mete agognate di immigrazione; talvolta si dice che non sia possibile imitare quei modelli per i “difetti” degli italiani. Su cosa si basa il successo del modello nordico? Quali sono le contraddizioni del suo modello economico e della sua visione sociale prevalente? Dopo una breve premessa, andremo ad osservare questi ultimi aspetti nella società svedese.

Innanzitutto, una certa visione neo-liberale che oggi domina il mainstream accademico e non solo, tende a trasferire gli stereotipi negativi sugli impiegati pubblici e i rappresentanti politici (considerati “fannulloni”, pigri, negligenti nel lavoro i primi, “non preparati” e corrotti i secondi) sull’italiano “medio”, quasi a legittimare una gestione tecnocratica dell’economia secondo i vincoli e le indicazioni dell’Unione Europea; gli italiani sarebbero quindi “naturalmente incapaci” di un “buon governo”.

In secondo luogo, la Svezia è un Paese ricco di risorse naturali e ha sviluppato un forte apparato produttivo volto all’esportazione: dalla siderurgia all’industria chimica, da quella automobilistica (Volvo) a quella aeronautica, anche militare (SAAB), fino alle industrie ad alta tecnologia e della grande distribuzione (tra i marchi più noti, H&M). La ricchezza prodotta è distribuita su una popolazione ridotta, circa 10 milioni di abitanti, non paragonabile quindi alla popolazione dell’Italia.

Mentre il nostro Paese ha subito pienamente gli effetti della crisi capitalistica e ha perso negli ultimi anni, grazie ai trattati europei e alla libertà dei capitali, il 25% di capacità industriale, la Svezia, che non ha adottato l’euro pur facendo parte dell’UE, ha mantenuto una posizione dominante nella sfera europea. Se la forte crescita economica (e la vicinanza dell’URSS) ha spinto i capitalisti svedesi a concedere un forte stato sociale in cambio di flessibilità lavorativa e assenza di conflitto sociale, questo ha posto l’esigenza di trovare nuovi sbocchi e mercati per i capitali svedesi. I grandi monopoli industriali e finanziari del Paese non solo sono ben inseriti nel sistema imperialista europeo e globale, ma sono tuttora in una posizione soddisfacente nella piramide imperialista. In occasione delle recenti elezioni europee, il Partito Comunista di Svezia ha denunciato nella sua analisi che, dopo la controrivoluzione nel 1989 «Soprattutto […] banche tedesche, francesi e italiane, società industriali, catene alimentari e case farmaceutiche si sono espanse rapidamente e con forza. Anche le banche svedesi e l’industria svedese sono state in grado di espandersi soprattutto nei paesi baltici. Questo ha portato – e continua a farlo – ad enormi profitti per i monopoli e ad enormi perdite per i popoli».

Anche l’immagine della Svezia come paese pacifico e neutrale nasconde una realtà ben diversa: è stata fino al primo decennio di questo secolo uno dei maggiori esportatori di armi (ma sempre dietro all’italia, costantemente nella top ten) e tra i destinatari figurano sempre meno paesi europei e sempre più paesi dell’Asia e del medio-oriente, dall’India all’Arabia Saudita, che ricordiamo, combatte ancora nella guerra civile in Yemen.

Sul fronte interno, a dimostrazione del fatto che nel sistema capitalistico nessuna conquista è permanente e che il capitale ha la necessità di disarmare i lavoratori affinchè non mettano in discussione la propria subordinazione, il PC di Svezia denunciava nel 2018 nuove proposte di limitazione del diritto allo sciopero, in favore della una concertazione sindacale di stampo corporativo.

Come si concretizza a livello sociale questo mix di welfare e liberismo? Arriviamo finalmente alla “teoria svedese dell’amore”: è il titolo del documentario del 2015 diretto da Erik Gandini, che riprende quello che fu un vero e proprio manifesto politico della socialdemocrazia svedese, proposto nel 1972, dal titolo “La famiglia del futuro”. Ecco la dichiarazione di un politico del tempo: “Il principio è ovvio: ognuno deve essere considerato come un individuo indipendente.”

La conseguenza fondamentale di questa “liberazione”? “Saremmo stati liberi l’uno dall’altro”.

La “teoria svedese dell’amore” vera e propria viene proclamata sullo schermo in una riunione a Bruxelles del Parlamento Europeo: la famiglia svedese si fonderà su adulti economicamente indipendenti, che lavorano “per sé stessi”, andando a costruire una società in cui i bambini avrebbero goduto di molti diritti, le donne sarebbero state libere da relazioni sgradite ma imposte da necessità economiche e gli anziani sarebbero diventati liberi dalla dipendenza da figli e parenti.

Se la spiegazione offerta può sembrare effettivamente progressista (ad esempio, i comunisti hanno storicamente lottato per la partecipazione della donna alla forza lavoro e la sua emancipazione dai ruoli tradizionali e della famiglia borghese basata puramente sull’interesse economico e la trasmissione della proprietà), nella pratica della società svedese il compimento di questa “rivoluzione” che potremmo definire neo-liberale e individualista, si traduce in una società alienante, in cui i meccanismi del capitalismo e della mercificazione invadono ogni aspetto della vita umana.

Il primo e più forte esempio che vediamo nel documentario è la procreazione. Ci viene detto che quasi la metà degli svedesi oggi vive da sola e che molte donne scelgono perfino di procreare da sole tramite la cosiddetta riproduzione assistita. Sono infatti diffusi nel Paese aziende che utilizzano la banca del seme più grande del mondo per consegnare a domicilio tutto il “materiale” necessario affinché la donna-cliente possa effettuare il concepimento in piena solitudine e facilità. Il documentario mostra addirittura le nuove possibilità date dalla realtà virtuale per una esperienza più “completa”, ma senza contatto fisico.

Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx e Engels scrivevano come la borghesia, a suo tempo rivoluzionaria, aveva “strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro”.

Mentre lo sviluppo della produzione e della tecnologia potrebbero andare nella direzione dell’emancipazione collettiva, della liberazione del tempo che potremmo dedicare alla socialità, questo sviluppo, in una società dominata dai rapporti di produzione capitalistici e dall’ideologia individualista che guida l’occidente da diversi decenni, porta invece all’estremo questa alienazione degli individui, in cui ogni rapporto sociale, anche il più intimo, è ricondotto ad una transazione commerciale.

Sempre dal Manifesto: “La fraseologia borghese sulla famiglia e sull’educazione, sull’affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.

Queste parole descrivevano una realtà sicuramente diversa nelle forme, ma che ancora suona attuale nel descrivere la direzione in cui stiamo tornando, venuti meno i rapporti di forza favorevoli alle masse popolari e ai lavoratori in tutto il mondo e alla loro visione contro-egemonica della società.

Il documentario prosegue con un aspetto ancora più inquietante, che mostra l’ipocrisia di una società che è solitamente definita “del welfare dalla culla alla tomba” (scimmiottando lo slogan dei paesi socialisti).

Se, concettualmente, non dipendere nella vecchiaia dalla famiglia può essere un obiettivo perseguibile, in Svezia si arriva al paradosso di un sistema che “tutela” i più deboli ma lasciandoli totalmente soli. Esiste, infatti, un dipartimento ministeriale che si occupa appositamente delle persone che muoiono sole, senza che nessun parente si accorga della loro scomparsa; non è raro che i vicini scoprano la morte di qualcuno dall’odore sgradevole che dopo vari giorni si diffonde nel palazzo.

L’idea di indipendenza dell’individuo è così feticizzata che non esiste quasi rapporto tra vicini di casa e neanche la morte riesce a intaccare questa mentalità diffusa.

Questa estrema mancanza di contatto tra gli svedesi viene resa evidente durante i “corsi” per i rifugiati che, attratti dagli standard materiali di vita svedesi, scelgono il Paese in massa come meta di emigrazione. L’insegnante parla dello stile di vita e della cultura svedesi, evidenziando la riservatezza e la propensione a vivere da soli.

Questa propensione contribuisce a sfavorire ulteriormente l’integrazione degli immigrati nella società svedese, dalle scuole ai quartieri. Altro punto da notare, il fatto che la Svezia contribuisca al business degli armamenti e quindi ad alimentare almeno parte dei conflitti da cui fuggono i rifugiati che poi accoglie.

Questa alienazione degli individui porta anche a tragiche conseguenze. Il documentario mostra infatti un caso di suicidio, non così raro in Svezia.

Non tutti, ovviamente, si riconoscono in questa ideologia sociale. Gruppi di persone, specialmente giovani, decidono di vivere in maniera comunitaria in mezzo alla natura, un modo per ritrovare i contatti umani, nel paradosso di una società che si prende cura, per quanto possibile all’interno di un sistema capitalistico, di ogni individuo come singolo e non come persona inserita nella società, in una collettività.

Una tale visione sociale fa sì anche che venga meno uno scopo collettivo, degli obiettivi da raggiungere collettivamente e un senso di solidarietà. Il documentario mostra a questo punto un chirurgo svedese che per soddisfare queste necessità si reca in Etiopia a prestare la sua opera a scopi umanitari. Non può non venire in mente il paragone con i medici cubani, inviati in decine di Paesi del terzo mondo in ottica internazionalista e, appunto, umanitaria.

“I bisogni spirituali degli svedesi sono più forti dei bisogni materiali in Etiopia”, afferma il medico.

Chi difende il sistema capitalista e il valore dell’individualismo tipico della società neo-liberale, parlando di “natura umana”, viene smentito da queste testimonianze. L’uomo è una animale sociale e tentare di confinare gli individui nelle proprie vite isolate è la più perfetta forma di alienazione che questo sistema possa costruire, una alienazione che ricorda quella descritta nel Mondo Nuovo di Huxley.

Paradossalmente, il programma politico della socialdemocrazia svedese ricorda le affermazioni della Thatcher, espressione del conservatorismo neo-liberale britannico, che possiamo riassumere in: “Non esiste la società, ma solo gli individui, uomini e donne[…].

Questo a dimostrazione che i diversi modi di gestione del sistema capitalistico si basano comunque su una visione  estremamente individualista e producono comunque alienazione e individualismo estremo, distruzione dei legami sociali e comunitari, oppressivi o meno che siano.

Il documentario si chiude con un commento del celebre filosofo Bauman, probabilmente una delle parti meno condivisibili del documentario, nel quale afferma che l’uomo può trovare la felicità soltanto se ha delle difficoltà da superare.

È quindi impossibile conciliare la liberazione dalle necessità materiali con la felicità delle persone? O si potrebbe mettere lo sviluppo economico e tecnologico al servizio della collettività, con una visione realmente sociale e con la partecipazione diretta delle masse nel governo di questo sviluppo, che garantisca l’emancipazione delle donne, i diritti sociali, la cooperazione internazionale e la pace ma anche una visione più umana dei rapporti sociali?

Il Manifesto è ancora una volta attuale: “E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via? I comunisti non inventano l’influenza della società sull’educazione, si limitano a cambiare il carattere di tale influenza, e strappano l’educazione all’influenza della classe dominante.

Infine, un’ultima riflessione. Assistiamo anche in Italia all’affermazione, a partire dagli anni ’90, di una nuova evoluzione dell’ideologia capitalista che guida la società. L’introduzione di nuove forme di lavoro (precario, a distanza, freelance), la distruzione sistematica della coscienza di classe tra i lavoratori (tramite lo scioglimento del PCI, la trasformazione dei sindacati di classe in concertativi, le diverse forme contrattuali sul luogo di lavoro, il consumismo ecc.) come delle forme di comunità locali (ad esempio nei quartieri popolari, ma anche nelle scuole) hanno (re)introdotto un forte individualismo, che ci vede “imprenditori di noi stessi”. Quasi ad assorbire le necessità del capitale e delle imprese, ci formiamo attraverso corsi, stage e tirocini per acquisire “capitale umano” che ci renda più appetibili alle imprese e aspirare a una maggiore retribuzione, destinati a una vita precaria per essere forza lavoro “flessibile” quanto il capitale, libero di muoversi dove può fruttare di più, in una competizione serrata per apparire, superare gli altri, ottenere i pochi posti qualificati disponibili. Se non puoi partecipare a questa competizione, sei un “fallito”, un “ignorante”, che non può, secondo questa visione, aspirare a una vita migliore o avere voce in capitolo nella politica, che deve essere lasciata “agli esperti”, che poi sarebbero i tecnocrati della commissione europea che rispondono direttamente ai lobbisti delle grandi banche e imprese e le cui proposte sono, nella maggioranza dei casi, approvate all’unanimità dal Parlamento Europeo.

Questa nuova egemonia individualista rappresenta il trionfo della classe dominante, del grande capitale e la fine della partecipazione politica popolare, della lotta dei giovani per un futuro diverso, un lavoro stabile, pari diritti e opportunità per tutti, per un modello di società basato sulla solidarietà, sull’eguaglianza e sui sinceri rapporti umani, non sull’individualismo, il disinteresse e la mercificazione più completa, che noi definiamo società socialista, in cui si realizzi davvero e per sempre la condizione per cui “il libero sviluppo di ciascuno è la precondizione del libero sviluppo di tutti”.

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