Sudan, dalla rivolta popolare al colpo di stato militare. PCS: «La rivoluzione continua fino alla vittoria»

Omar al-Bashir, presidente del Sudan da 30 anni, è stato deposto lo scorso 11 aprile dall’Esercito sudanese dopo mesi di proteste popolari di massa che hanno sconvolto il paese. Al-Bashir, dopo aver rassegnato le dimissioni su pressione dei militari, è stato posto agli arresti domiciliari insieme a diversi uomini del suo staff governativo. Nelle convulse ore successive è stata annunciata la costituzione di un consiglio militare di transizione della durata di due anni, con alla guida il ministro della difesa e primo vicepresidente, generale Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf, che, prima di rassegnare a sua volta le dimissioni a seguito del proseguimento delle proteste di piazza, ha annunciato il proseguimento dello Stato d’Emergenza per i prossimi tre mesi e un mese di coprifuoco notturno insieme alla sospensione della Costituzione.

Nell’ultima settimana diversi settori dell’esercito si erano schierati dalla parte dei manifestanti e tutti i prigionieri politici erano stati rilasciati, tra cui diversi membri e quadri del Partito Comunista Sudanese, attivamente coinvolto nell’organizzazione della mobilitazione popolare sviluppatesi nel paese a partire dallo scorso mese di dicembre. Una scelta che si caratterizza come un tentativo di mettere su un mantello democratico al colpo di stato militare.

Il PCS, che gode di enorme prestigio tra la popolazione, è stato fortemente colpito dalla repressione delle autorità statali fino alla detenzione dei suoi massimi dirigenti, il segretario generale Mohamed Mokhtar al-Khatib e il portavoce nazionale Fathi Alfadl, così come diversi membri del Comitato Centrale. Fin dall’inizio delle proteste ha chiamato il popolo sudanese a proseguire la lotta fino a rovesciare il regime di al-Bashir, smantellandolo e liquidando il sistema che lo reggeva per una “rivoluzione democratico-nazionale”, allertando più volte sui tentativi di un “cambio di regime“ controllato da potenze imperialiste, come gli USA e suoi alleati regionali, limitato solo a sostituire la figura di al-Bashir con altri soggetti coinvolti nella gestione del potere in tutti questi anni.

Le varie organizzazioni, che sono state in prima linea nelle proteste che hanno portato alla rimozione di al-Bashir raggruppate nelle Forze del Cambiamento e della Libertà, hanno infatti messo in chiaro che non accettano la via del golpe militare e un nuovo esecutivo legato al regime precedente o imposto dall’esterno. Nel comunicato congiunto affermano che «le forze del regime, hanno eseguito un colpo di stato interno, militare, attraverso il quale hanno riprodotto gli stessi volti e le stesse istituzioni contro cui si è ribellato il nostro coraggioso popolo. Coloro che hanno devastato il nostro paese e massacrato i suoi cittadini intendono rubare ogni goccia di sangue e sudore che il popolo sudanese ha versato nella sua gloriosa rivoluzione popolare».

Sull’invito a rimanere in piazza per continuare la lotta popolare fino al riconoscimento di un «governo civile di transizione» rappresentato dalle «forze della rivoluzione», centinaia di migliaia di sudanesi che da giorni sono nelle strade della capitale Khartoum hanno rotto il coprifuoco imposto dai militari e continuano a marciare nel centro della città mentre migliaia di persone si affollano intorno al quartier generale dell’esercito come negli ultimi 7 giorni. L’esercito ha schierato le sue truppe intorno al Ministero della Difesa, mentre soldati e membri dei servizi di sicurezza presidiano le autostrade e i ponti della capitale.

Il Partito Comunista Sudanese, attraverso un comunicato, qualifica gli eventi dell’11 aprile come un «classico colpo di stato» e chiama a «continuare la rivoluzione fino alla vittoria finale». «La messa in scena del colpo di stato militare è stata una copia carbone di ciò che era accaduto in Egitto per abortire la rivoluzione del gennaio 2011» affermano i comunisti sudanesi. Il Partito Comunista Sudanese e tutte le forze di opposizione – conclude il comunicato – «sono fermamente convinti della loro determinazione a continuare la lotta fino all’istituzione di un governo civile che rappresenti le masse e attui il programma democratico alternativo accettato da tutte le forze, comprese le Forze di consenso nazionale, il Sudan Chiama, l’Alleanza dei professionisti e i gruppi armati».

Il popolo sudanese, estremamente impoverito a causa dei programmi economici e restrizioni imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale, è esploso in una rivolta duratura dallo scorso 19 dicembre a causa dell’aumento del pane e del carburante ma che ben presto, attraverso dimostrazioni di massa e scioperi, si è trasformata in rivendicazione politica per la caduta del regime diretto da al-Bashir. Il regime ha risposto con una forte repressione causando innumerevoli morti, feriti e migliaia di arresti, imponendo lo stato d’emergenza e dando mano libera alle forze di sicurezza. Nei giorni scorsi si è raggiunto l’apice delle proteste, con centinaia di migliaia di persone per le strade della capitale, in particolare intorno al quartier generale dell’esercito, con le forze di sicurezza che hanno più volte attaccato i manifestanti fino alla decisione dei militari di prendere in mano la situazione. Almeno 22 sono i morti negli ultimi giorni di scontri.

È chiaro che il Sudan si sia trasformato in un altro punto caldo della competizione imperialista, tra Russia e Cina da un lato, che continuano ad aumentare la loro influenza e investimenti militari e commerciali in Sudan e dall’altro l’imperialismo occidentale, USA, UE (Italia compresa) e potenze regionali (Egitto, Qatar, Turchia, Arabia Saudita) che mantengono una forte influenza su alcune delle istituzioni e attori principali del paese. (per approfondire leggi qui)

Eventi che inoltre non si possono slegare dagli altri che stanno avvenendo nei paesi della regione più ampia, come in Libia, con il riproporsi con forza del conflitto militare, e in Algeria dove l’ormai ex presidente algerino A. Bouteflika, è stato costretto a dimettersi – a seguito di enormi mobilitazioni popolari – ed essere sostituito da un altro esponente della borghesia, Abdulkaner Bensaleh, che ha annunciato le elezioni il 4 luglio (per approfondire leggi qui la posizione del PADS). Questi sviluppi registrano un processo di ristrutturazione nel campo capitalistico e imperialista in un contesto di forte competizione nella regione con l’obiettivo di preservare il sistema capitalista, appropriarsi delle risorse e sfruttare i lavoratori che non hanno nulla di positivo da aspettarsi se non rovesciano il potere capitalista in ciascun paese.

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