Dal Dopoguerra al Congresso delle famiglie: la condizione della donna nel sistema capitalista

Operaie della Imperial e dell'Alfa Romeo ad una manifestazione sindacale davanti alla sede dell'Assolombarda in Via Pantano, Milano, 2 settembre 1975

di Sabrina Cristallo  

Dal Dopoguerra fino alla fine degli anni Novanta la donna in Italia ha dovuto lottare strenuamente affinché la democrazia borghese insediatasi dal ’46 le concedesse quei diritti che diversamente in Unione Sovietica erano già stati conquistati da decenni con la rivoluzione e l’edificazione del Socialismo. 

Nell’arco di ben cinquant’anni, il potere borghese ha centellinato il riconoscimento di diritti e l’abrogazione di leggi ereditate dal ventennio fascista. Scorrendo indietro negli anni scorgiamo alcune tappe importanti che hanno segnato – almeno su carta – quelle vittorie sociali, civili e culturali dovute in una società moderna. 

Se pensiamo a quanto siano recenti certe conquiste e con quanto ritardo siano state raggiunte rispetto alla realtà sovietica, non possiamo non riflettere sul vantaggio che il capitalismo ha nel mantenere la donna in una condizione di arretratezza. 

Risulta difficile da credere, ad esempio, che lo stupro in Italia venga punito come delitto contro la persona e non più contro la morale soltanto dal 1996, appena una generazione fa, o che l’adulterio femminile fosse considerato reato e perseguito con la reclusione fino al 1968, mentre il delitto d’onore ha continuato a vigere indisturbato fino al 1981, neanche quarant’anni fa. 

Eppure la donna durante la Resistenza aveva dimostrato il suo valore fuori del focolare e il suo ruolo imprescindibile tra gli uomini, impegnandosi tanto nell’opposizione civile quanto nella lotta armata partigiana. Ella fu staffetta, combattente armata, membro dei GAP o delle SAP, organizzatrice di grandi mobilitazioni, militante dei Gruppi di difesa. Attraverso la lotta di Liberazione ebbe per la prima volta l’occasione di politicizzarsi. Ma in che modo il suo enorme contributo venne onorato a guerra finita? Con una formalità. 

La Costituzione repubblicana aveva stabilito l’uguaglianza fra i sessi, una presa di posizione che non poteva più essere rimandata, ma di fatto lo stato di subordinazione sociale sofferto dalla donna permaneva immutato. Stretta nella morsa di una cultura clerico-patriarcale, duplicemente sottomessa al giogo dell’oppressione domestica e dello sfruttamento sul lavoro, la donna rimaneva ben lontana dal raggiungimento della reale parità e la sua emancipazione. 

Infatti, mentre il sistema capitalistico richiedeva sempre di più la sua forza lavoro sottocosto per incrementare i profitti, le funzioni riconosciute e destinate alla donna restavano quelle legate alla cura della prole e della casa. Un antagonismo, quello tra uomo e donna, creato ad hoc da un sistema che mira costantemente alla frammentazione della classe lavoratrice per rimandare l’inevitabile scontro tra classi e mantenere il più a lungo possibile i propri privilegi. 

Continuando a ripercorrere il lento cammino delle conquiste femminili nell’Italia repubblicana, risulta evidente come il capitalismo sia un modello di sistema insostenibile per la donna. 

Come non può esserle nemico un sistema che necessita di integrarla nella produzione ma allo stesso tempo la trattiene alle dipendenze del marito? 

O ancora, come non può essere nemico della donna un sistema che mai ha combattuto per l’eliminazione del barbaro sfruttamento della prostituzione? 

Se consideriamo quanto storicamente avvenuto in una società che stava costruendosi su principi opposti, vediamo come la vittoria della Rivoluzione operaia nel 1917 cambiò radicalmente la vita della donna russa: nell’immediato vennero introdotti il diritto al divorzio e la parità salariale tra i sessi e solo tre anni più tardi, nel 1920, venne legalizzato l’aborto. 

Diversamente la donna in Italia dovrà attendere il 1970 per il divorzio, il 1977 per la parità salariale e il 1978 per la legge sull’aborto, un dislivello temporale di sessant’anni inaccettabile in uno Stato definito “democratico”.  

Tutti diritti che nella realtà la dittatura borghese ha continuato e continua ad attaccare, disattendere o semplicemente non garantire andando a colpire la donna proletaria. Non ci stupiamo dunque se il Congresso delle famiglie, utilizzando termini, concetti e slogan apparentemente superati, è andato a rispolverare le pagine di un passato in verità non così lontano. 

Del resto, la borghesia porta avanti la sua lotta di classe. 

Quello che deve farci riflettere è la risposta che ne è stata data.  

Considerato che la “questione femminile” rimane irrisolta là dove il problema risulti semplicemente ovviato da una formale applicazione dell’uguaglianza di diritti, non resta che prendere le distanze dall’attuale femminismo mainstream, incapace di offrire alla donna un indirizzo di lotta rivoluzionario.  

Affinché i diritti della donna cessino di essere una concessione ma siano conquista è necessario riconoscerli come parte integrante degli interessi dell’intera classe lavoratrice e pertanto agire di conseguenza entrando nelle file del partito comunista, unico strumento di emancipazione del proletariato. 

La lotta di liberazione della donna è la lotta della classe operaia. 

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