La corruzione del capitalismo e la politica della percezione emotiva

*di Enzo Pellegrin

Il denaro non è un’automobile, che la tieni ferma in un garage: è come un cavallo, deve mangiare tutti i giorni.” (da “Le Mani sulla Città”, di Francesco Rosi) 

Nel film di cui sopra, Francesco Rosi ambienta una spietata denuncia della corruzione e della speculazione edilizia nell’Italia degli anni sessanta nella città di Napoli, ma l’epoca, la trama ed il ritmo della speculazione fanno pensare anche a Roma. Rosi fa precedere alla pellicola una didascalia significativa: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.». 

Nelle città con scarso tessuto manifatturiero, il settore edilizio diventa una delle prevalenti fonti di profitto per i capitalisti. Nella Roma di oggi, a mezzo secolo di distanza, le cose non sembrano così diverse, né è purtroppo mutata la “percezione” di questi fenomeni da parte dei cittadini e dalle classi di sfruttati che li subiscono. 

Roma aveva varato un nuovo governo della città al suono delle fanfare demagogiche dell’onestà e dell’anticorruzione. I protagonisti della nuova giunta avevano millantato di essere gli unici in grado di smantellare la corruttela, addirittura mostrandosi ad una conferenza stampa con in mano le “arance” che avrebbero portato in prigione ai corrotti di tutto il mondo politico, da loro asseritamente differente. 

Dal suo insediamento ad oggi, la giunta Raggi è stata invece interessata da molteplici vicende giudiziarie: l’indagine sull’assessore ai rifiuti e l’arresto del capo di gabinetto della sindaca, Marra, avevano mostrato un tessuto politico con personalità di primo piano in contatto con le lobby affaristiche della capitale, con i signori delle discariche. 

Sul piano della speculazione edilizia, la stessa giunta aveva compiuto una evidente retromarcia rispetto alle promesse elettorali: da sempre contrari alla costruzione del nuovo stadio dell’A.S. Roma Calcio, a seguito di un conciliabolo in cui erano intervenuti anche i massimi esponenti politici del M5S (Grillo e Casaleggio), i membri del governo capitolino decisero che lo stadio si poteva e si doveva fare. Anche qui, conferenza stampa per dipingere il progetto di ecologia e progresso, stavolta senza arance. 

Poco tempo dopo, Parnasi, l’immobiliarista dietro all’operazione stadio, veniva arrestato nell’ambito di un’indagine per corruzione. Alle sue dichiarazioni seguiva l’arresto odierno del pentastellato Marcello De Vito, personaggio di primo piano e presidente del Consiglio Comunale Capitolino, vicino all’ala “ortodossa” del M5S capitolino. De Vito è accusato di diversi episodi di corruzione: favori e soldi per “ungere” i provvedimenti amministrativi sulla costruzione dello stadio della Roma e altri importanti progetti immobiliari, come un albergo vicino alla ex stazione ferroviaria di Trastevere e la riqualificazione dell’area degli ex Mercati generali di Ostiense.  

Nell’ambito di questa indagine, emergeva anche la piccola vicenda collaterale del braccio destro della sindaca: Raffaele Frongia, assessore allo Sport, il quale aveva chiesto a Parnasi di assumere una sua amica, già collaboratrice del Campidoglio, presso una delle imprese dell’immobiliarista. 

L’indagine di Frongia – sempre per corruzione sembra destinata all’archiviazione, perché il fatto, seppur squallido, non ha rivelato alcuna controprestazione del politico, anche perché ad un certo punto Parnasi è stato arrestato.  

Tuttavia, al di là dell’accertamento penale, emerge la sciatteria di una dirigenza capitolina cortigiana degli affaristi come Parnasi. Nell’ordinanza di cattura di Marcello De Vito, il GIP afferma che  «Luca Parnasi, al fine di acquisire il favore di Marcello De Vito, che guidava in qualità di presidente del Consiglio Comunale di Roma Capitale i lavori dell’Assemblea Capitolina riguardanti il progetto per la realizzazione del Nuovo Stadio della Roma, si è determinato, in adesione ad una specifica richiesta di De Vito, a promettere e poi ad affidare diverse remunerative consulenze all’avvocato Mezzacapo il quale ha operato quale espressione dello stesso De Vito». 

Nelle intercettazioni tra De Vito e il suo legale Mezzacapo emerge come i due avessero addirittura costituito una società-cassaforte (la Mdl srl) che custodiva i proventi degli illeciti. De Vito propone al legale di spartirsi il denaro ricavato, mentre questi – da bravo cunctator – suggerisce di temporeggiare: «Va be ma distribuiamoli questi» insiste De Vito. E Mezzacapo: «Ma adesso non mi far toccare niente lasciali lì a fine man…quando finisci il mandato». E tuttavia il legale percepiva la natura eccezionale e continuativa dell’affare, dicendo a De Vito in una chiamata del 4 marzo: «Questa congiunzione astrale tra … tipo l’allineamento della cometa di Halley … hai capito cioè è difficile secondo me che si verifichi … noi, Marce’, dobbiamo sfruttarla sta cosa, secondo me guarda ci rimangono due anni». 

La nemesi storica è sempre in agguato nel divenire dialettico: De Vito e Frongia, insieme alla sindaca, erano coloro che in una conferenza stampa vicina al loro insediamento, roteavano le arance da destinare ai corrotti in prigione. 

Nella demagogia dei politici che via via in Italia si sono dichiarati contro la corruzione dei predecessori, il fenomeno della corruttela è sempre riferito ad un comportamento personale di natura immorale. 

Non si prende mai in considerazione la felice didascalia della pellicola di Rosi: «I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce». 

I personaggi, ci dice Rosi, sono poco importanti: tanto che possono essere personaggi inventati. Ciò che conta è la realtà sociale ed ambientale che “produce” tali personaggi. 

La corruzione, nell’ambito della concorrenza capitalistica, altro non è che una più veloce e fruttuosa via per far figliare il denaro. Chi scopre la via privilegiata della tangente, ha un vantaggio sugli avversari o comunque sulla contingenza economica: trova un porto sicuro ai capitali che deve investire, si assicura in un colpo solo un cospicuo e sicuro margine di impresa. 

Il denaro che muove i rapporti di produzione capitalistica non ha esigenze morali: l’unica sua necessità ce lo ricorda uno dei personaggi di Rosi è quella di non stare fermo come una macchina in garage, deve muoversi e figliare come i cavalli. 

La via corruttiva diventa non solo una comoda opportunità nei rapporti capitalistici, ma un modo d’operare consueto e ricercato, perché spesso è scevro di conseguenze. Per un capitalista e per il suo capitale, che spesso agisce e si muove al di là delle singole persone, è più rischioso ingaggiare lotte di classe con i produttori operai in una fabbrica, con le loro organizzazioni, che tentare la via dell’illecito. Spesso questa, in caso di scoperta, colpisce il capitalista di turno, ma non colpisce il capitale, oppure lo colpisce in minima parte, mentre il grosso dei profitti è già partito per altri sicuri lidi. 

In tal modo, di corruzione non vive solo il trasgressore-corruttore, ma anche l’intero sistema capitalistico, nella quale la nostra vita economica e sociale è immersa.  

Se si ha riguardo a statistiche che si riferiscono a fenomeni reali (indagine Istat del 2015-2016 sulla sicurezza), in Italia, il 7,9 % delle famiglie (nel Lazio, dato massimo, 18 famiglie su 100) hanno avuto a che fare con fenomeni corruttivi, richieste di denaro, favori, controprestazioni non dovute per un’attività dovuta.  

Tale indice ha un valore sociale e segnala che a grandi linee la via corruttiva è uno dei modus operandi più frequenti nell’ambito dei rapporti produttivi capitalistici, tanto seguita, quanto ricadente anche nella vita quotidiana di una percentuale notevole di famiglie.  

D’altro canto, il profitto ottenuto col sistema corruttivo, alimenta e fonda tutto il resto delle transazioni capitalistiche ad esso connesse.  

Il denaro con la corruzione figlia più facilmente: di questo ne beneficia l’intero sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.  

Si potrebbe dire, parafrasando una frase di Peppino Impastato, che, se “la mafia (e aggiungiamo noi la corruzione) è una montagna di merda”, il capitalismo è la sua catena montuosa. Le considerazioni che abbiamo fatto prima su corruzione e capitalismo potrebbero essere riportate pari pari all’altro fenomeno che caratterizza il capitalismo italiano: il sistema criminale organizzato. L’antimafia interna a questo sistema – sempre sbandierata, dalle piazze alle scuole, dai convegni alle chiese – non solo non può intaccare minimamente il fenomeno né nella sua base economica, né nella sua sovrastruttura politica e culturale, ma spesso tragicomicamente si trova nell’imbarazzo di dover riconoscere che suoi prestigiosi “esponenti” hanno creato sistemi di controllo delle persone e dei territori che nulla hanno da invidiare alla mafia che dicevano di “lottare”, come dimostra la vicenda dell’ex presidente degli industriali siciliani ed ex delegato di Confindustria per la legalità, Antonello Montante. Il Gattopardo è vivo e lotta insieme a noi. Ma ciò sarebbe segno di un altro articolo. 

L’anarchia produttiva del capitalismo contiene al suo interno tutte le contraddizioni che alimentano dialetticamente il fenomeno della corruzione. 

A sua volta, il fenomeno della corruzione è anche una di quelle contraddizioni che il capitalismo porta dentro di : fenomeno che dà luogo a diseguaglianze, differenze di potenziale tra i vari soggetti sociali, che potenzialmente possono portare al superamento dialettico del capitalismo, se solo ci si rendesse conto del suo ruolo causale nella generazione delle diseguaglianze.  

Perché non succede? 

I fenomeni umani non si sviluppano meccanicamente in funzione delle diseguaglianze materiali od oggettive. Nello sviluppo delle società politiche ed umane, estrema importanza hanno i fenomeni di egemonia culturale, che le classi dirigenti sono in grado di imporre, tentando un processo di governo delle diseguaglianze. E’ d’altro canto evidente che i soggetti cresciuti e integrati all’interno delle dinamiche del sistema capitalistico siano essi maggioranza od opposizione tenderanno a governare le diseguaglianze conservando tale sistema: se si trovano alla direzione, tenderanno anche a conservare la propria posizione egemonica, se si trovano all’opposizione mireranno a “sostituire” i vecchi dirigenti, presentando tale sostituzione come miglioramento, lasciando però intatto il sistema nelle sue strutture fondamentali, costituite dai rapporti di produzione capitalistici. (1) 

In tutte le occasioni in cui la contraddizione della corruzione ha svelato quella macchina di diseguaglianze che è il capitalismo, i soggetti che si sono presentati come candidati a dirigere la società hanno sempre posto l’accento sulla responsabilità dei precedenti politici: il vecchio è marcio, solo il nuovo è in grado di spazzare via il marciume e fondare una società più etica.  

La retorica dell’onestà costruita dalla macchina demagogica del Movimento Cinque Stelle, la necessità di spazzare via i partiti, non è poi tanto diversa da quella messa in campo dalla Lega ai tempi di “tangentopoli”, allorquando agitava le forche in Parlamento contro i vecchi partiti 

Curiosamente, proprio la Lega al governo è l’ultimo partito rimasto che fu a sua volta coinvolto da tangentopoli: nel 1993 un’ordinanza di custodia cautelare in carcere colpiva Alessandro Patelli, cassiere del Carroccio, accusato di aver preso una busta da 200 milioni da Montedison e dai Ferruzzi. 

Tale retorica presiede spesso ai cambiamenti dei soggetti di regime, anche in altri paesi. Pensiamo all’Ucraina, alla Romania, all’Albania, ma anche alle “primavere arabe” guidate dall’imperialismo USA, ai rovesciamenti imperialisti dei governi progressisti in Argentina, Brasile, al tentativo di golpe in corso nel Venezuela 

Le pretese di pulizia ed onestà – vere o false che siano non intaccano mai le cause reali della corruzione, ma solo i soggetti corrotti o quelli che si pretendono tali. Puntualmente – prima o poi i soggetti nuovi vengono a loro volta fagocitati dalla stessa malattia, una volta ascesi allo scranno del potere.  

Il trucco non si scopre mai, perché l’egemonia culturale è sovente amministrata mediante un uso sapiente delle sovrastrutture mediatiche e culturali. Se il governo al potere domina l’informazione, il sistema costruisce ed organizza il dissenso, creando strutture di controinformazione abili a deviare il problema sui soggetti al potere, ma non sul sistema. 

Così, per il Movimento Cinque Stelle, la causa della corruzione era l’immoralità dei vecchi politici, non il capitalismo.  

Le forme della controinformazione sono modernamente organizzate attraverso quello che qualcuno ha chiamato felicemente “investimento emotivo”: la corruzione viene inserita in ogni discorso politico, diviene la causa di tutti i mali, si grida alla forca ad ogni indagine dei magistrati, si suppone che ogni difetto e contraddizione del sistema sia riconducibile a veri o supposti complotti corruttivi (chi ti paga?), ma nel contempo si devia l’attenzione dal sistema che paga e induce a pagare.  

Questo processo ha il vantaggio di coinvolgere emotivamente il pubblico, nella speranza che, più si viene coinvolti, meno si ragioni sulle cause e sui fatti veri. Il tutto viene spesso anche concimato anche con una serie di notizie false. I meccanismi e la velocità di circolazione delle informazioni via web amplificano tale fenomeno.  

In realtà, tutto ciò non è che una modalità di esercizio dell’egemonia culturale. La sua forza permette che il mutamento dialettico indotto dalle diseguaglianze materiali si componga e venga superato in una sintesi che conserva i vecchi rapporti di produzione capitalistici.   

È un vecchio errore quello di ritenere che il superamento del capitalismo debba necessariamente e meccanicamente derivare dalle diseguaglianze e dalle contraddizioni che esso genera. Spesso, questa tesi, che subiva continue confutazioni, e che quindi non poteva che essere sostenuta fideisticamente, nascondeva l’inerzia dei compromessi socialdemocratici, perno di manovra per la conservazione del potere da parte delle classi dirigenti.  

Il potere dell’egemonia culturale rende i soggetti politici in grado di dare le risposte alle domande insoddisfatte generate dalle diseguaglianze: queste risposte hanno però un contenuto che non intacca la struttura che le genera. 

Se questi soggetti nascono nel milieu del sistema, come è avvenuto per i Cinquestelle, generati dalla strategia comunicativa di un’agenzia di pubblicità e gestione del web, le risposte saranno confacenti al sistema dal quale sono nati.  

La costruzione fittizia di una democrazia diretta, “orientata” attraverso manovre di investimento emotivo, spesso rivela la sua vera faccia: il potenziamento ed il salvataggio del sistema borghese di democrazia rappresentativa, per giunta legittimandone le leggi elettorali fortemente maggioritarie ed antidemocratiche. 

Questa è la precisa ragione per la quale il fenomeno della corruttela, una delle tante contraddizioni intrinseche del capitalismo, non porta al suo superamento: la nascita e l’operare di soggetti che esercitano l’egemonia culturale acquisita in senso favorevole al capitalismo, e – in ultima analisi – alla conservazione cosciente od incosciente della corruttela.  

Il capitalismo si compone nella sintesi ad un diverso livello, conservando se stesso. La ragione non è da ricondursi però all’errata interpretazione delle cause, ma all’azione dell’egemonia culturale dei soggetti che operano per conservarlo. 

Lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle contraddizioni ambientali, così di moda.  

Prendiamo la costruzione ad un livello gradito dal sistema   del soggetto Greta Thunberg: ricevuta dal Presidente Mattarella, accolta nei consessi istituzionali dell’Unione Europea e delle organizzazioni dove si concentra formalmente il potere globale, come il Forum di Davos. La bambina prodigio viene mostrata mentre stringe la mano a Juncker, a Cristine Lagarde. Nel nostro paese, i fogli tradizionalmente mainstream e legati a precisi interessi finanziari ed industriali (La Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa) hanno promosso a gran voce la manifestazione a lei ispirata con lo slogan emotivo “We don’t have time”, opponendo il significato “globale” del problema climatico, agli asseriti “egoismi” delle politiche nazionali (leggasi “sovrane”).  

A monte della manifestazione, è intervenuta la beatificazione istituzionale con la proposta a Nobel per la Pace. Da ultimo, in uno dei suoi discorsi, alla bambina delle treccine viene fatto dire che l’Unione Europea ha “garantito 70 anni di pace”. 

Già tali fatti dovrebbero spingere a farsi una serie di precise domande. 

Quanti ambientalisti tarantini (o quanti sindaci Notav o Nomuos) sono mai stati ricevuti dal Presidente Mattarella?  

Greta Thunberg è stata invitata da uno dei fogli del movimento Notav in Valsusa per abbracciare la lotta contro il tunnel di base, ci andrà? 

L’utilizzo del bambino quale veicolo di comunicazione politica non è certo una novità. Tuttavia, è novità quando viene costruito come “soggetto” promotore e autore della comunicazione politica. Non è solo un tentativo di deviare le contraddizioni sull’ambiente, caratterizzandole come conflitto tra generazioni, anziché conflitto tra le classi. 

Vè di più: si è di fronte ad uno dei tanti tentativi di “semplificare” le contraddizioni, relegandole in un recinto asseritamente non politico, o comunque in una politica dai confini ben determinati: quelli esistenti, dati per immutabili. 

Il messaggio veicolato dalle labbra di Greta Thunberg non delegittima mai il potere, né chiede semplicemente la “sensibilizzazione”, nell’illusione che una pacifica pressione possa informare di virtù i potenti della Terra, senza dover rubare loro il potere. Uno schema sempre adottato da chi il potere e l’anarchia produttiva la vuole mantenere, sotto altre forme. 

Il messaggio emotivo non menziona mai, tra le contraddizioni ambientali, le guerre imperialiste, molte condotte proprio da soggetti come l’Unione Europea. Un amico ricordava che pochi giorni fa era la giornata mondiale dell’acqua; lo Stato di Israele deruba da decenni l’acqua ai Palestinesi: a nessuna Greta è interessato questo. 

Insieme alla retorica dell’onestà, questi non sono altro che tentativi di usare egemonia culturale per mettere in salvo il vero assassino. 

Sarebbe allora di organizzare detective e polizia indipendenti e coscienti, per giungere ad arrestarlo: questo vero ed impunito assassino, dotato di numerosi complici. 

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Note:

(1) Hegel, nella spiegazione formale della sua dialettica, Dopo la tesi e l’antitesi, identificava la sintesi con il concetto di superamento utilizzando però il termine aufhebung, dal verbo composto aufheben, che ha diversi significati, tra i quali abrogare, annullare, revocare, togliere via, eliminare, ma anche sollevare, conservare. Inchiodato al dato formale dello spirito, però, si limitava a considerare che il processo dialettico  «nega», «supera» un momento, una categoria, ecc., e, al tempo stesso, lo «eleva» e «conserva» in un ulteriore momento, in un’ulteriore categoria, che quindi ne è l’inveramento e il completamento. La negazione dialettica di un momento ne annulla dunque soltanto l’immediatezza, e in effetti lo riafferma e lo compie in un grado superiore di svolgimento. Marx inserì in questo schema formale le ragioni fondanti del processo dialettico, coniugandolo al materialismo storico, ma nel contempo escludendo che le mere diseguaglianze generassero cambiamenti che portassero al superamento del capitalismo senza un soggetto politico che orientasse nel corretto senso la lotta di classe. La storia è storia di lotta di classe, ma i conflitti, ricorda Marx nel Manifesto, sono sempre terminati o con il superamento del sistema produttivo o con la rovina delle classi in lotta. Parimenti nel superamento è fondamentale il soggetto che conquista l’egemonia perché sarà questo che informerà il nuovo contesto sociale con i rapporti di produzione a lui favorevoli.

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