Una politica ambientalista coerente è incompatibile con gli interessi capitalistici.

di Tiziano Censi (UP Partito Comunista)

Il 23 marzo avrà luogo a Roma la più grande manifestazione contro le grandi opere inutili e il cambiamento climatico organizzata in Italia. I manifestanti punteranno il dito contro il governo, che al di fuori dei proclami, sta dimostrando di servire gli stessi interessi e di promuovere le stesse politiche dei governi precedenti di centro-destra e centro-sinistra, nel marchio della totale continuità sulle scelte di indirizzo strategico, ambientale e di attacco ai lavoratori.

Il corteo arriva in un momento particolare in cui la crisi strutturale dell’economia italiana minaccia di rigettare il paese in un profondo periodo di recessione e le contraddizioni sociali iniziano ad esplodere: indicative a riguardo sono le proteste dei pastori sardi, le grandi manifestazioni studentesche, le mobilitazioni di cittadini e lavoratori contro le condizioni di inquinamento prodotte dall’ILVA e l’accordo antioperaio patrocinato dal ministro del lavoro, ancora una volta in continuità con le proposte del governo precedente.

Tutto questo si ripercuote sul panorama politico nella contrapposizione – tutta propagandistica – tra Lega e 5 stelle sulla questione della TAV sulla cui opposizione i pentastellati in piena emorragia di voti hanno individuato l’ultimo scoglio a cui aggrapparsi per non finire completamente travolti dalla marea leghista alle elezioni europee. I meri calcoli elettorali hanno fatto sì che Di Maio non cedesse immediatamente anche su questo fronte dopo averlo fatto sulla TAP, sulle trivellazioni, sull’ILVA, sugli F35. Il risultato sarà, probabilmente, quello di trascinare le decisioni, magari attraverso piccoli correttivi intermedi, fin dopo le elezioni europee.

Tutta la valutazione sulla TAV si basa sull’analisi costi-benefici sottoscritta dall’economista Ponti che da una parte ne riconosce lo spreco di soldi, dall’altra attraverso una sua società ne promuove la realizzazione in uno documento dell’Unione Europea.  La questione però in questo caso non può essere derubricata semplicemente ad un’analisi costi-benefici sull’opportunità di portare avanti o meno questa o quell’altra opera. Il problema è più generale e riguarda il nostro modello di sviluppo nella sua interezza e la direzione in cui deve essere orientato il progresso tecnico. Quello che si tace infatti è che in questo sistema i costi sono sempre a carico dei lavoratori e dell’ambiente mentre i benefici, anche detti profitti, sono tutti privati. Il capitalismo in questo senso dimostra ancora una volta la sua insostenibilità dal punto di vista sociale e ambientale. 

Lo stesso problema ambientale non deve essere letto come una questione a sé. La distruzione costante dei territori, l’aumento dell’inquinamento, i cambiamenti climatici hanno effetti sociali. Colpiscono in particolar modo le fasce popolari più deboli, colpite dalla distruzione della sanità pubblica, piegate da orari di lavoro massacranti, costrette a vivere in territori malsani. L’aumento delle temperature colpisce le colture e tutti lavoratori del settore agricolo. Insomma il tema ambientale non è un argomento di serie b. E su questo è bene mettere un punto: i cambiamenti climatici non sono uno scherzo e soprattutto non sono opinabili.

L’aumento di temperature osservato a partire dagli anni ’50 ad oggi è senza precedenti ed è avvenuto su scale temporali di pochi decenni a dispetto delle variazioni secolari e millenarie naturali che si verificano ciclicamente. Altrettanto inequivocabile è la presenza del fattore umano dietro questi cambiamenti. È estremamente probabile che più della metà dell’aumento della temperatura superficiale media globale osservato nel periodo 1951-2010 sia stato causato dall’aumento delle concentrazioni dei gas serra prodotti all’attività umana. [1]

L’Intergovernmental Panel on Climate Change, che produce periodicamente rapporti di valutazione sul cambiamento climatico, nel 2014 rilevava che le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica, metano, e protossido di azoto sono aumentate a livelli senza precedenti almeno rispetto agli ultimi 800.000 anni. La concentrazione di anidride carbonica è aumenta del 40% dall’età pre-industriale, in primo luogo per le emissioni legate all’uso dei combustibili fossili, e in seconda istanza per le emissioni nette legate al cambio di uso del suolo.

L’aumento del CO2 presente nell’atmosfera è una delle cause principali del surriscaldamento superficiale al punto che, per limitare le mutazioni climatiche, sarebbe necessaria una riduzione sostanziale e prolungata delle emissioni di gas serra, sino ad arrivare a zero intorno al 2050 per poter contenere entro il 2100 il surriscaldamento medio globale entro 1,5 gradi centigradi. Questo viene considerato il punto di non ritorno dal quale anche ulteriori sforzi di riduzione del CO2 atmosferico non permetterebbero di frenare il fenomeno di surriscaldamento. Obiettivo che difficilmente si può anche solo immaginare di raggiungere senza dare una sterzata completa al nostro sistema produttivo.

Tutto ciò ci riguarda molto direttamente. La Terra nel corso dei suoi milioni di anni ha visto modificarsi in maniera profonda tutta la sua superficie e la vita ha saputo sopportare cambiamenti ben più radicali e repentini, superando estinzioni di massa e rigenerando di volta in volta la sua diversità.  Per la nostra specie invece il discorso si fa più complesso.  L’aumento generale di temperatura superficiale e marina della Terra non rappresenta solamente un cambiamento termico, quella che viene immagazzinata sotto forma di calore è una spaventosa quantità di energia. Anche un aumento di temperatura minimo ma globale rappresenta un accumulo energetico formidabile con effetti devastanti in tutti i fenomeni atmosferici.

Gli effetti prevedibili riguardano un aumento di frequenza ed intensità di tutti i fenomeni atmosferici, piogge torrenziali nelle zone più piovose e fenomeni di siccità nelle zone più aride con una maggiore propensione al verificarsi degli eventi estremi, meno sporadici e più distruttivi specialmente nelle medie latitudini e nelle regioni umide tropicali. Il risultato di tutto questo sarà la compromissione delle colture in diverse parti del mondo e specialmente nei “paesi in via di sviluppo”, dove si prevede la perdita di circa l’11% dei terreni coltivabili con il rischio di provocare carestie, malnutrizione e un aumento dei fenomeni migratori.[2]

La tematica ambientale così posta fa ben capire che mutamenti efficaci non possono avvenire senza mettere in discussione dalle fondamenta il nostro modello di sviluppo. Affrontare questo problema globale significa innanzi tutto interrogarsi sul modello produttivo dominante, sullo sviluppo della tecnica che ha seguito negli ultimi secoli una direzione disorganizzata, lungo le direttrici del profitto, piegando anche la ricerca tecnica a focalizzarsi nei settori più profittevoli, orientando gli investimenti per il perseguimento di questo unico scopo. Stroncare questo paradigma è la precondizione per progettare uno sviluppo che tenga conto delle reali necessità dell’uomo.

Mettere in discussione il capitalismo non significa però tentare di riavvolgere le lancette della storia, abbracciare teorie del piccolo consumo o della decrescita felice. Visioni di questo tipo propongono soluzioni altrettanto impraticabili, rette su un illusorio ideale di ritorno alla terra. Animano campagne di resistenza dal basso destinate a scontrarsi contro un sistema globale dal quale non è possibile astrarsi senza distruggerne i grandi interessi che lo tengono in piedi. Lo sviluppo delle nostre capacità produttive, della tecnica non rappresenta il male di per sé da cui rifuggire ma uno strumento da strappare di mano alla borghesia e da porre al servizio del benessere collettivo.

Sulla caratterizzazione generale del nostro sistema economico si costruiscono, poi, le linee di investimento produttivo. Le scelte e gli investimenti sulle grandi opere vengono svuotate del loro carattere politico venendo di volta in volta ad assumere l’espressione economica degli interessi di quello o l’altro monopolio, di quello o l’altro settore del capitale. Su di esso si costruiscono interessi contingenti legati ai fenomeni corruttivi e alla speculazione e su questo castello di interessi infine si posizionano i partiti che assumono le proprie posizioni in base ai legami con i monopoli e alle aspettative del loro elettorato.

Da ciò si evincono facilmente tutti i limiti di un’impostazione che punti il dito unicamente contro i governi, tacciati di essere irresponsabili e poco lungimiranti sul piano delle grandi opere e delle questioni ambientali. Spesso questo tipo di argomentazioni nasconde dietro di sé lo zampino di tutti quei settori del capitale che investono in nuove energie (non necessariamente meno inquinanti di quelle basate sui carbon-fossili) e che utilizzano i movimenti d’opinione come strumento di pressione sui governi. Quello delle energie rinnovabili infatti, si prospetta sempre più come un settore ad ampia profittabilità e in espansione nel medio periodo. Non è un caso dunque che chi oggi basa gran parte dei propri profitti sulla proliferazione del mercato dei carbon-fossili, come la BMW, sia anche il principale finanziatore delle conferenze intergovernative sul clima.

Partendo da questi assunti viene da sé la necessità di rigettare ogni pretesa di interclassismo legata alla lotta contro il cambiamento climatico. Interi settori del grande capitale promuovono attraverso i propri partiti politici i propri interessi, che nulla hanno a che vedere con la salvaguardia dell’ambiente. Le contraddizioni in questo senso sono evidenti ed un partito come il PD, che è il principale sostenitore della TAV, del TAP e degli accordi sull’ILVA, finisce per promuovere impunemente una mobilitazione per la salvaguardia climatica il 15 marzo.

Questa data promossa fortemente dal Partito Socialista Europeo, dai Verdi e, in Italia dal Partito Democratico, ricalca proprio questa l’impostazione di pressione ai governi per il rispetto degli accordi non vincolanti di COP21.[3] Spuntando le armi ad una vera lotta contro i grandi monopoli dell’industria, finisce per essere solamente uno strumento di pressione per la contrapposizione partitica in Europa, mascherando il contrasto tra capitali che vi si cela dietro. Condividere con questi signori le piazze o considerarli come possibili alleati equivarrebbe a mettere la volpe a guardia del pollaio.

——

[1] IPPC report 2014

[2] Dati FAO, da IPCC report 2014

[3] La conferenza sul clima che si è svolta a Parigi nel 2015 ha prodotto un documento approvato all’unanimità che impegna i paesi a contenere il riscaldamento globale “ben al di sotto dei 2 °C” senza però individuare obiettivi minimi nella riduzione degli agenti inquinanti.

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2 Comments

  1. Apprezzo l’analisi fatta, sottolineo ancor di più come le guerre ambientaliste possano diventare fini a se stesse se non si ha la consapevolezza della natura parassitaria del sistema capitalistico.
    È necessario mettere in evidenza, però, come gli allevamenti intensivi abbiano un ruolo determinante sul cambiamento climatico in atto; questi sono responsabili di ben il 51% dell’emissione in atmosfera dei gas serra; sono i primi responsabili dell’inquinamento idrico del pianeta, dell’estinzione di specie animali e delle zone morte degli oceani.

    Dobbiamo per forza far fronte a questi dati: la produzione di carne è quintuplicata tra il 1950 e il 2000. Produrre mezzo chilo di carne corrisponde a 10000 litri d’acqua, una mucca da sola ne beve 150 al giorno; almeno il 70% della superficie agricola dell’Unione Europea è destinata all’alimentazione del bestiame; la zootecnica produce il 65% dell’ossido nitroso mondiale con un potenziale di riscaldamento globale 296 volte maggiore all’anidride carbonica.

    Il metano, prodotto dalla digestione degli animali, è un gas ad effetto serra che resiste meno nell’atmosfera rispetto alla CO2, ma che – nel periodo in cui è attivo – è capace di produrre un riscaldamento 25 volte superiore a quello generato dal biossido di carbonio!

    “L’allevamento intensivo è un fallimento morale, sociale ed ambientale. Per tutti questi motivi la scelta di un’alimentazione vegetale non può essere definita oggi una mera moda radical chic, ma deve essere intesa come un concreto atto politico.” (S. Montuschi)

    Queste parziali osservazioni non vogliono generare conflitto con l’analisi dell’articolo, è evidente che non vanno in contraddizione con esso; vogliono far entrare ancor in profondità nella questione che non deve nascondere la causa motrice primaria della devastazione ambientale e intendere che un radicale cambiamento del nostro sistema produttivo implichi un radicale cambiamento delle nostre abitudine e modi di vivere.

  2. il capitalismo non è compatibile con l’ambiente perché richiede consumi crescenti per sopravvivere, mentre dobbiamo ridurre drasticamente i consumi, ed eliminare la plastica, che è in tutti i prodotti

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