Non arretrare è una condizione necessaria per avanzare

di Alessandro Mustillo (ufficio politico PC)

Dietro i partiti ci sono interessi di classe. Forti, potenti. Troppo forti e potenti per pensare che basti un cambio di leadership per mutarne la natura. I partiti del capitale, sono in competizione tra loro, come in lotta tra loro sono i diversi settori del capitale. Non è un semplice gioco, e non tutto è così casuale come appare: rappresentare gli interessi di settori del grande capitale è diverso da rappresentare quelli della media e piccola borghesia ad esempio. Spesso nel grande capitale stesso – come avviene oggi – esistono visioni differenti sulla politica internazionale, sulle alleanze, sul ruolo dell’Italia.

Il fatto che questi partiti si appellino ai lavoratori e alle classi popolari, che ne intercettino il consenso, anche largo e maggioritario non ne muta la natura, non li trasforma in partiti dei lavoratori. Anzi: è la funzione stessa dei partiti capitalistici a rendere necessario che questo accada, a far sì che le classi popolari assumano come propri degli interessi dei settori del capitale e si mobilitino per essi, se ne pongano alla coda. I partiti borghesi sono cinghie di trasmissione degli interessi del capitale nella società; sono strumenti dell’egemonia di classe e, non a caso, la crisi del sistema dei partiti tradizionali è allo stesso tempo crisi della capacità egemonica e indice del riposizionamento di settori capitalistici.

È del tutto naturale che ciò accada in una società capitalistica. I partiti e i loro leader in competizione – come nel caso delle primarie – sono finanziati direttamente da società, banche, imprese di ogni genere, sia in forma diretta che molto più spesso indirettamente attraverso fondazioni, società e associazioni contigue. L’informazione è strettamente nelle mani del capitale: non informa semplicemente su ciò che accade, ma influenza e spesso contribuisce a determinare gli avvenimenti e la loro lettura. Questo vale anche per internet, dove sotto l’apparente democraticità della rete, si muovono processi di influenzamento altrettanto potenti. Il controllo dei mezzi attraverso i quali si crea l’egemonia è parte integrante del potere delle classi dominanti, e in una società capitalistica domina i mezzi di informazione chi ha i soldi per farlo. Le classi popolari sono poste quotidianamente di fronte a una scelta bloccata fatta di forze che non rappresentano i loro interessi, spinte così a parteggiare di volta in volta per partiti borghesi.

Questo è in parte avvenuto alle primarie del PD, come era naturale e scontato che fosse. Solo alcuni settori di movimenti e partiti della sinistra pronti a salire sul carrozzone Zingaretti o speranzosi di raccogliere le briciole che cadono dall’alto, si sono stupiti dell’accaduto. Hanno parlato di un importante “segnale”, di “risveglio”, hanno subito invitato a non dare giudizi affrettati (quali viene da chiedersi dal momento che abbiamo già visto all’opera tanto il PD che Zingaretti, politico di lunga data…). Hanno preso per buono e enfatizzato un dato autoprodotto e incontrollabile – 1.800.000 voti –  che anche se fosse vero non sarebbe nulla di stupefacente visto il potere territoriale del PD; hanno dimenticato di cogliere la non trascurabile evidenza di una composizione anagrafica del voto che trasmette l’idea più di uno stanco, ciclico e rituale evento che di un segnale di novità.

L’operazione Zingaretti è chiara: rispondere all’avanzata della Lega con la riproposizione dell’apertura a sinistra in chiave emergenziale per frenare il pericolo a destra. Apparentemente il PD di Zingaretti lancia l’attacco a destra. Strategicamente invece impedisce ogni ricomposizione alla sua sinistra, alzando la falsa bandiera dell’unità e l’illusione di uno spostamento a sinistra che non c’è e non può esserci. Qualcosa di non nuovo, da cui dovremmo essere già ampiamente vaccinati.

Venticinque anni fa si apriva la stagione berlusconiana. L’unità delle forze di sinistra divenne allora un valore a sé. L’obiettivo di fermare l’avanzata della destra unendosi alle forze centriste è stato interiorizzato come strategia dall’elettore medio di sinistra. Il parallelismo allora venne fatto – con totale decontestualizzazione e in maniera del tutto artificiosa- con i fronti popolari antifascisti.  Il messaggio però passò.

In nome dell’unità del centrosinistra si approvarono le peggiori politiche di attacco ai diritti dei lavoratori e delle classi popolari. Tanto per essere chiari fu il centrosinistra: a promuovere le prime forme di precarietà (Pacchetto Treu); a modificare il Titolo V della Costituzione; a attaccare pesantemente la sanità pubblica; a promuovere le politiche di tagli e rientro nei vincoli di bilancio europei; a impostare la prima riforma dell’istruzione e dell’università (Berlinguer-Zecchino) che apriva all’autonomia. Il centrosinistra acconsentì alla partecipazione italiana all’attacco alla Jugoslavia, poi votò il rifinanziamento di missioni militari all’estero (iraq, Afghanistan). L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Il centrosinistra fece tutto quello che avrebbe fatto Berlusconi, ma l’elettore di sinistra digeriva queste contraddizioni dietro la minaccia che altrimenti al governo sarebbe tornato Berlusconi. Il seguito è cosa nota: alla fine della giostra abbiamo Salvini. Perché l’operazione Zingaretti dovrebbe essere qualcosa di nuovo? Grazie abbiamo già dato, e con risultati pessimi.

Denunciare tutto questo non significa tagliare i ponti con i lavoratori e le classi popolari. Significa svolgere una parte importante del lavoro per evitare la ciclicità dei processi elettoralistici, del voto che si sposta da destra a sinistra, senza sedimentare la costruzione di un processo realmente alternativo alla falsa alternativa tra i partiti borghesi. Fino a quando si continuerà a pensare che la politica la fanno i leader, che si possono cambiare i partiti dall’interno – concetto valido anche per i sindacati – fino a quando non si percepirà il carattere di classe dei partiti politici e si comprenderanno gli interessi dietro alle dichiarazioni, ai programmi alle strategie, le masse popolari di questo Paese saranno sempre schiave. I nemici dei lavoratori speculano sulla capacità delle classi popolari di dimenticare[1]. L’assenza di una capacità di sedimentazione dell’esperienza storica alimentata da illusioni cicliche è un fattore contro-rivoluzionario potentissimo. A questo serve avere una teoria indipendente: a evitare di ricadere negli stessi errori e avanzare. Se i rivoluzionari non denunciassero questi tentativi, semplicemente smetterebbero di essere rivoluzionari.

Si rimproverano allora i comunisti di “settarismo”, di essere scomparsi dalla scena politica proprio per la loro scelta di “isolarsi” dal centrosinistra, di non provare a mutare le cose dall’interno. Se mai fosse stata necessaria una ulteriore prova della inutilità di una simile posizione, i comunisti in Italia la hanno già data, partecipando ai governi di centrosinistra e smobilitando scientificamente le fondamenta teoriche, organizzative e di lotta che avrebbero potuto e dovuto costituire un’alternativa ai partiti borghesi, per giunta proprio nel momento in cui si avvicinava la crisi. Se il panorama italiano a sinistra è peggiore di quello di altri paesi, è proprio perché maggiore è stata la compromissione dei comunisti con i governi di centrosinistra[2].

È il peso degli errori di quegli anni il freno costante alla nostra attività. È la distruzione operata allora che ha privato i comunisti di autorevolezza –  non ancora riconquistata –  di posizioni all’interno dei sindacati, di influenza delle classi popolari, e anche di strumenti organizzativi e economici necessari alla loro organizzazione. Tutti sentiamo questo peso, ma c’è una cosa ancora peggiore della fatica quotidiana della ricostruzione: pensare di trovare delle scorciatoie ripetendo gli errori già commessi, perché questo annienterebbe anche quel poco che è stato ricostruito specie tra le nuove generazioni.

Questo lavoro di ricostruzione inizialmente non può che peccare di parzialità e insufficienze, specialmente sul lato del radicamento d’altronde quello che è necessario ricostruire sono prima di tutto le basi. Tutti vorremmo una maggiore presenza dei comunisti nei quartieri ad esempio, ma finalizzata a creare legami e portare energie al processo di ricostruzione comunista, non a portare acqua al mulino del PD. Una visione esattamente antitetica rispetto a chi, facendo sfoggio del proprio legame con il territorio, lo concepisce come strumento della legittimazione interna a dinamiche di centrosinistra, o di quanti osannino questi presunti “modelli” parlando di “alternative concrete”.

Forse su questo è giunto il tempo di fare la necessaria chiarezza e di porre un argine alla visione di una comunità diffusa e priva di confini di partito, che invoca “unità” senza chiarezza strategica e senza limiti a questa unità, magari dando valore a presunte posizioni di dissenso interno su temi cruciali che consentono a singoli individui di difendere una presunta “verginità” politica pur facendo a pieno titolo parte di partiti compromessi.

Il fatto che i partiti borghesi adornino le loro file – specialmente i volti più visibili o quelli a contatto diretto con il popolo – con esponenti provenienti dalle lotte sociali, e da una tradizione di sinistra, non ne muta il carattere. In alto ci sono gli interessi del grande capitale, le stanze dove si decidono le strategie e le politiche antipopolari, i dirigenti che vincono grazie a campagne costose finanziate dalle imprese. In basso l’illusione della partecipazione diretta, delle assemblee sull’intitolazione del parco locale, la maschera del dissenso interno e della critica comoda. Le cronache locali sono piene di uomini che “colgono la sfida” dei governi locali di centrosinistra, per “cambiare le cose dal basso” e “stare vicino ai cittadini” in cambio di assicurare la propria sussistenza individuale. La storia invece ne è terribilmente vuota. Si attribuiscono la funzione di “sangue nuovo” nelle città, e invece sono solo il lubrificante che rende possibile uno dei tanti sistemi di controllo sociale del capitale.

Questo modello di “radicamento territoriale” alimenta e sostiene l’egemonia dei partiti borghesi, e quindi è strumento di difesa del sistema. Chi se ne fa portatore non è un compagno diversamente collocato, ma un avversario, esponente di un Partito nemico degli interessi dei lavoratori. Su questo non si possono più tollerare eccezioni. Non è un caso che proprio dove queste esperienze territoriali siano più forti, più complesso è il radicamento dei comunisti, che diviene proprio il primo elemento di attacco, con la retorica dell’unità e del non frazionamento delle lotte, quali però non si sa….

Il radicamento dei comunisti è carente. È necessario fare di più. Con la finalità però di ricondurre ogni sforzo alla ricostruzione comunista, senza tentennamenti, compromissioni, strizzate d’occhio al PD quale ne sia il segretario, accelerando dove possibile i processi di convergenza con compagni che a livello locale comprendono la necessità di dare una svolta, superare la presenza di circoli e piccole organizzazioni frammentate, unendo chiarezza, determinazione e volontà di azione realmente comune e rivoluzionaria.

 

Note


[1] Prendo in prestito da Karl Liebknecht

[2] Per capire quanto il caso italiano sia discusso e studiato all’estero nel movimento comunista, non sempre traendone le dovute conseguenze purtroppo, basta citare questa circostanza. Nel numero del 2013 la Rivista Comunista Internazionale pubblicò un articolo di Herwing Lerouge (Partito del Lavoro del Belgio) dal titolo «Partecipazione al governo da parte dei partiti comunisti: una via d’uscita alla crisi?». Una parte rilevante dell’articolo era dedicata alla tragedia italiana. «In meno di dieci anni Bertinotti [e non solo lui aggiungiamo n.d.r.] è riuscito a portare un grande potenziale rivoluzionario sotto il controllo del sistema[…] senza una chiara opposizione di sinistra anticapitalista alle politiche di guerra e austerità del Governo Prodi la destra riempì il vuoto politico e Berlusconi tornò al governo. Il PRC perse tutta la sua rappresentanza parlamentare nella disfatta elettoralista. Questa è la più recente esperienza dei danni che il revisionismo può fare. Oggi il movimento comunista italiano è in profonda crisi […] Quindi la partecipazione a governi di queste coalizioni significa partecipare solo alla regressione sociale, sia pure un po’ più lenta. Ciò significa disarmare la resistenza dando false speranze al movimento operaio […] La partecipazione al governo ha contribuito a smobilitare la tanto necessaria resistenza e lo sviluppo di un contro-potere».

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