Il capitalismo continua ad uccidere a Taranto e Di Maio incassa l’ennesima smentita

*di Enzo Pellegrin

Ricordate quando Luigi Di Maio beatificava l’accordo concluso sull’Ilva dal proprio governo?

Ne avevamo parlato qui. Il Ministro pentastellato affermava che la carta in più del nuovo accordo era il cosiddetto “addendum ambientale”, attraverso il quale si sarebbe previsto un percorso migliorativo per le emissioni inquinanti.

Vi abbiamo invece spiegato che – al contrario – il capitolo 4 autorizzava i nuovi padroni ad inquinare ai livelli fino ad oggi autorizzati, cioè ai livelli condonati dai precedenti governi, livelli che avevano portato la magistratura a chiedere il sequestro dell’impianto.

Tuttavia, per coprire le magagne serve sempre un po’ di propaganda, specialmente se infarcita di promesse splendide.

Come da manuale del perfetto demagogo, proprio l’8 settembre del 2018, l’ineffabile Ministro del Lavoro proclamava “abbiamo risolto la questione Ilva” e dichiarava: “abbiamo installato tecnologie a Taranto che riducono del 20% le emissioni nocive” 

Taranto è però una città che si organizza e resiste come l’acciaio.

Ai tarantini coscienti non la si può dare a bere per molto. Alle promesse da marinaio hanno fatto il callo quasi come all’aria avvelenata. I tarantini si organizzano, monitorano e smentiscono i pifferai dei padroni.

Nelle deposizioni testimoniali del processo ILVA, emerge il racconto di Alessandro Marescotti, presidente di peace-link; egli narra di come sono stati i tarantini – attraverso la sua associazione – a scoprire e comunicare per la prima volta che a Taranto c’era la diossina in quantità mai viste, che la diossina si trovava nel latte delle pecore, nei campi attorno all’Ilva.

Si è proceduto a praticare rilevazioni strumentali delle emissioni, per confrontarle con quelle dell’ARPA, si sono mobilitate “ecosentinelle” come Piero Mottolese, che effettuavano i filmati degli slopping, delle emissioni gassose degli altiforni, negli stessi momenti in cui venivano compiuti i rilevamenti.

I rilevamenti erano sempre precisi come quelli ufficiali e di giorno in giorno procedevano a smentire i padroni dell’Ilva ed i politici che minimizzavano o silenziavano un inquinamento mortifero. La deposizione al processo può essere ascoltata qui:

Puntuale come un orologio, in merito alla dichiarazione del Ministro Di Maio, l’associazione di Marescotti ha proceduto in questi giorni a confrontare i dati delle emissioni attorno alla cokeria nel bimestre gennaio-febbraio 2019 e li ha confrontati con quelli del bimestre gennaio febbraio dell’anno prima (gennaio-febbraio 2018).

La fantomatica e misteriosa tecnologia segreta di cui vaticinava Luigi Di Maio, con sicumera da cinegiornale Luce, avrebbe dovuto ridurre le emissioni del 20%.

Invece non è così.

Le emissioni sono al contrario aumentate, e non poco.

Nella cokeria si registrano:

1) un aumento del 160% delle emissioni di Benzene, pericoloso inquinante cancerogeno

2) un aumento del 140% dell’Idrogeno solforato cancerogeno e neurotossico

3) un aumento del 195% degli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) totali, cancerogeni e neurotossici.

4) un aumento tra il 18 ed il 23 % delle polveri sottili del tipo PM10 dati ARPA Puglia, particolato che penetra le vie respiratorie ed è composto di vari pericolosi inquinanti.

5) un aumento del 23%  per il PM 2,5, polvere sottile ancor più pericolosa perché formata di particelle di misura ancora minore e quindi maggiormente inalabili nelle vie respiratorie bronchiali

Solo per il black carbon si registra una piccola diminuzione pari al 5%. I dati sono stati confrontati con il software Omniscope, che consente di raffrontare con facilità e precisione diversi archivi di dati ufficiali, comprese le centraline Arpa.

Quindi, secondo l’addendum Ambientale del Ministro, i padroni possono aumentare la produzione, le emissioni della cokeria aumentano peggio di prima, i padroni godono persino dell’immunità penale, la mirabolante tecnologia (mai precisata!) se c’è non serve a niente, e Taranto con i suoi bambini continua a morire d’aria per il profitto di un padrone indiano, non nuovo a pratiche inquinanti irrispettose della salute, come avviene in Belgio.

I bluff del governo gialloverde e del vicepremier Dimaio non si contano più: dalla TAP alle trivelle, dai salvataggi delle banche alle spese militari in ossequio all’impero americano, Muos compreso. L’inganno di Taranto  è però uno dei più odiosi, perché incide sulla carne viva di un popolo, il quale da anni subisce malattie tumorali, malattie respiratorie, l’incremento dei tumori infantili oltre ogni limite, il sapore della polvere minerale in bocca, nelle orecchie dei bambini nei giorni di vento, come raccontano la pediatra Grazia Parisi o il medico di base Cosimo Cassetta, al maxiprocesso ILVA.

Per inciso, gli enormi parchi minerali che inquinano colle loro polveri i quartieri Tamburi e Paolo Sesto, il cimitero San Brunone, proprio accanto ai parchi, dove lavorano i cimiteriali organizzati dal combattivo Slai Cobas.

Sul versante della salute e del lavoro sono pochi i sindacati (Cub, Slai Cobas tra questi) che non hanno chinato la schiena ai ricatti padronali tra salute e lavoro.

La popolazione tarantina da anni fa da cavia per un esperimento produttivo in cui il profitto finisce tutto nelle tasche del padrone di turno: dai Riva ad Arcelor Mittal, con la benedizione del servo politico corrispondente, buon ultimo il Ministro delle promesse non mantenute.

Per questo Taranto ha sfilato ieri, 25 febbraio, in fiaccolata, per ricordare le morti passate presenti e future dei propri bambini, per indicare quale responsabili i bluff dei politici, il profitto padronale.

Il dramma di Taranto non finirà, se non finirà il capitalismo.

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