La giusta lotta dei pastori sardi

Nell’ultima settimana, in Sardegna, si è infiammata la protesta dei pastori, diffusa su tutto il territorio e con obiettivi precisi, causata dall’ennesima crisi del settore che ha portato il prezzo del latte al di sotto dei 60 centesimi al litro.  

In Sardegna la zootecnia ovicaprina da latte è costituita da circa 12 mila allevamenti con oltre 3 milioni di capi ovini e da circa 3 mila allevamenti con oltre 330 mila capi caprini, e rappresenta il principale aggregato zootecnico della Sardegna. Ogni pecora produce annualmente oltre 120 litri di latte, per una produzione complessiva del comparto che si attesta intorno ai 350 milioni di litri, che poi vengono trasformati e portano ad una produzione totale di formaggi di circa 590 mila quintali di formaggio (ripartiti così: 160/170 milioni di litri a Pecorino Romano DOP; 130 milioni ad altri formaggi; 10/11 milioni a Pecorino Sardo DOP, 4/5 milioni a Fiore Sardo DOP). La Sardegna è il più importante produttore nazionale di latte ovicaprino, arrivando a coprire più di due terzi della produzione nazionale di ovino e oltre la metà di caprino, occupando circa 100 mila persone tra lavoratori diretti e indiretti. 

La mobilitazione che ha origini antiche, visto che la lotta per il prezzo del latte esisteva già all’inizio del XX secolo, con moventi non troppo distanti da quelli attuali, nel segno di uno scontro tra produttori primari (cioè i pastori) e i monopolisti lattiero-caseari (cioè gli industriali). Questo conflitto non nasce per caso: il settore della pastorizia è caratterizzato da un numero molto ampio di piccolissimi produttori e un numero molto ristretto di caseifici importanti in grado di esportare. Il trasformatore acquista il latte in acconto all’inizio dell’autunno, basando la sua offerta sul prezzo di mercato di un pecorino DOP sardo, detto “pecorino romano”, che viene esportato in Stati Uniti e Canada.

Quando vi è una contrazione del mercato, come in questo momento, gli industriali la scaricano sul prezzo del latte, e a pagarne le conseguenze sono i pastori che non hanno alcun potere di scegliere il proprio acquirente, e il prezzo di vendita rimane tale anche per chi non produce romano ma formaggi ben più costosi.

Il ristretto numero di trasformatori permette invece di formare un cartello e imporre un prezzo, senza la minima contrattazione: un prezzo fisso che a gennaio è sceso sotto i 60 centesimi, sotto i costi di produzione. In un’annata buona, produrre un litro di latte ovino costa 75 centesimi, mentre in annate difficili e colpite dalla siccità il costo può arrivare ai 90 centesimi. Questa oscillazione dei prezzi viene fatta ricadere sulle spalle dei pastori, grazie a pratiche scorrette e non sempre legali, quali l’importazione di latte dall’Europa dell’est, l’accumulazione di formaggio e soprattutto di latte surgelato. 

I monopolisti lattiero-caseari hanno un potere immenso, ma allo stesso tempo la loro gestione risulta miope, inefficiente e di corto respiro, a danno della nostra economia. Non si tratta però soltanto di incapacità, come qualcuno ha voluto far intendere, dei trasformatori nel programmare la produzione, né tanto meno di una incapacità “imprenditoriale” dei piccoli allevatori: nell’annata 2015-2016 fu dichiarata dai principali trasformatori una sovrapproduzione di latte al solo fine di abbassare i prezzi di acquisto, ma si trattava di un piano deliberato che fu smascherato dagli stessi pastori. 

L’analisi di dinamiche di cartello, che coinvolgono ceto politico e associazioni di categoria, traccia la strada da percorrere: uno scontro diretto con gli industriali che salti ogni mediazione inutile e unisca i pastori in un solo grande fronte. Le rivendicazioni dei pastori sono chiarite nel comunicato del 9 Febbraio del Movimento Pastori Sardi: ritornare ad essere padroni del prodotto del proprio lavoro, al fine di restituire dignità e libertà ai tanti lavoratori del settore.

Oggi questa protesta che sta tornando a infiammare l’isola non è soltanto una protesta spontanea di allevatori, ma la mobilitazione di un mondo intero legato alla pastorizia: una lotta fino all’ultima goccia di latte e di sudore. Soltanto l’unione dei pastori può dar loro la forza di far pendere la bilancia del conflitto tra capitale e lavoro dalla parte dei lavoratori. 

E la politica? Il presupposto necessario per una soluzione concreta, che vada oltre le futili promesse, utili soltanto ad ottenere qualche voto in più nelle imminenti elezioni regionali del 24 Febbraio, è la messa in discussione delle regole che Stato e Unione Europea ci impongono, e che sono le regole del capitalismo e del libero mercato, che impediscono qualsiasi intervento serio sull’economia da parte pubblica, al di là di quell’assistenzialismo sterile che ha caratterizzato il settore in questi decenni, privo di una qualsiasi programmazione. 

Dalle rivendicazioni sacrosante di breve periodo, quali l’imposizione del prezzo del latte ovicaprino per legge a 1,00€/litro più IVA, è necessario estendere però le proprie istanze verso un processo di pianificazione che coinvolga principalmente i produttori primari e i lavoratori dell’indotto, che impedisca eccessi di produzione e superi il regime di monocoltura che ne è la causa. 

Ma questo tipo di rivendicazione, come anticipato, presuppone una politica di rottura dei vincoli europei e un ceto politico che riassuma improvvisamente il potere di indirizzare la propria economia. Insomma tutto l’opposto di quello che è l’andazzo generale del governo regionale marcato PD o della finta alternativa messa in campo dal governo giallo-verde. 

L’importanza del settore per la Sardegna è dettata da fattori di tipo economico, naturalmente, ma anche di carattere sociale, ambientale e culturale.

La pastorizia svolge però anche un ruolo importante nella cura e nella gestione dell’ambiente, mentre soprattutto nelle aree interne dell’isola costituisce uno dei principali freni allo spopolamento e alla dispersione della cultura sarda, fondamentale per il mantenimento delle radici del nostro popolo. 

Il Partito Comunista e il Fronte della Gioventù Comunista hanno ribadito la solidarietà la vicinanza alla lotta dei pastori, invitando a rilanciare e intensificare la lotta contro i monopoli e per l’unità di classe. 

Come comunisti e come lavoratori, mettiamo in luce la debolezza di una classe politica regionale e nazionale schiacciata sotto i diktat del mercato, incapace di mettere a punto un processo che non miri soltanto ad una stentata sopravvivenza del settore agro-pastorale ma che lo rivitalizzi e lo renda nuovamente un motore per la nostra economia e per il nostro popolo. 

La lotta dei pastori è anche la nostra lotta. 

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2 Comments

  1. Compagni nell’articolo c’è una inesattezza da correggere. Si parla di una produzione di 120 litri annuì per capo. In realtà una pecora produce circa 1 litro e mezzo di latte al giorno.

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