60 anni di rivoluzione: perché l’esperienza cubana rappresenta una lezione per il mondo

Desfile del primero de mayo en la Plaza de la Revolución Vicente García, en la oriental provincias de Las Tunas, el primero de mayo de 2010. AIN CARICATURA/ Yaciel PEÑA DE LA PEÑA
*di Sabrina Cristallo
(Resp. Donne Partito Comunista – Toscana)

Lo scorso 2 Febbraio la sezione fiorentina del Partito Comunista ha partecipato all’incontro in favore del sessantesimo anniversario della Rivoluzione Cubana promosso dall’Associazione di Amicizia Italia-Cuba presso il circolo XXV Aprile di Firenze alla presenza del Primo Segretario Affari politici dell’Ambasciata cubana in Italia, Mauricio Martínez Duque, e della Presidente nazionale dell’associazione Irma Dioli.

Riproponiamo qui l’intervento mediante il quale abbiamo voluto evidenziare un aspetto rivelatore di come l’esperienza cubana rappresenti ad oggi un esempio politico e sociale per i popoli del mondo: la condizione della donna.

 

Già con la “Sacra famiglia” del 1844 Karl Marx, sviluppando un concetto a suo tempo espresso da Fourier e dal socialismo utopico premarxista, affermava che l’indice del progresso di una società si misura dal grado di emancipazione della donna.

Durante la secolare colonizzazione spagnola la donna cubana era perlopiù relegata alla sua funzione naturale riproduttiva e alle fatiche del focolare domestico. Una delle poche funzioni produttive accessibili alla donna era la fabbricazione dei sigari o dei contenitori per sigari. Dopo l’Indipendenza raggiunta nel 1898, dove l’intervento degli Stati Uniti scesi al fianco delle forze cubane si tradusse in ovvi interessi di dominio, la donna iniziò ad introdursi nel mondo del lavoro salariato e di conseguenza arrivarono le prime intenzioni di riscatto, sebbene sulla scia del femminismo nordamericano e il suffragismo. Nel frattempo le madri lavoratrici continuavano ad operare in un sistema che non le sosteneva affatto, le molestie sul luogo di lavoro erano all’ordine del giorno mentre lo sfruttamento minorile e la prostituzione divennero un fenomeno massiccio e radicato. Sotto la dittatura di Batista, l’isola per quasi trent’anni era diventata un immenso latifondo produttore di zucchero mentre l’Avana si assodava come il bordello e la casa da gioco dell’alta borghesia nordamericana e internazionale.

Nel 1959 con la vittoria della Rivoluzione Cubana guidata da Fidel Castro, la rivendicazione dei diritti della donna cubana per la prima volta viene posta all’ordine del giorno. Nel 1960 nasce la Federación de mujeres cubanas (FMC) fondata dalla guerrigliera rivoluzionaria Vilma Espín, moglie di Raúl Castro, con l’obiettivo di affrontare tutte le problematiche riguardanti la così detta “questione femminile”, occupandosi della formazione professionale e politica delle donne, della tutela e la protezione della maternità, della creazione di asili nido e del recupero sociale ed economico delle donne costrette alla prostituzione o altre condizioni di degrado.

Oggi sappiamo che la partecipazione della donna cubana allo sviluppo del paese, nonché il suo ruolo nella società, sono preponderanti. A Cuba non esiste alcuna legge che obblighi la parità dei sessi nell’assegnazione di cariche politiche, eppure essa occupa il terzo posto nella classifica mondiale della percentuale di deputati donne. Prima della Rivoluzione, le donne rappresentavano solo il 12% della popolazione attiva e ricevevano, a parità d’impiego, una remunerazione sensibilmente inferiore a quella degli uomini. Oggi, diversamente dall’Italia, sappiamo che Cuba garantisce la parità salariale tra i due sessi, sappiamo che oltre il 60% dei laureati sono donne e che più della metà dei medici cubani sono donne. Cuba è stato il primo tra i soli tre paesi latino americani ad oggi a rendere l’aborto libero e legale già nel 1965, tredici anni in anticipo sull’Italia, dove ancora oggi della legge 194 viene costantemente fatto scempio dalla presenza massiccia di obiettori di coscienza negli ospedali pubblici e dove si sta macchinando un barbaro tentativo che porti all’ abrogazione della stessa per sostituirla con una legge che punisca donne e medici con il carcere. Ancora, le neomamme cubane hanno la possibilità di occuparsi a tempo pieno dei propri figli e percepire, allo stesso tempo, il proprio salario al 100% da un mese e mezzo dal parto fino ai tre mesi successivi. Il congedo di maternità può essere prolungato a un anno con una retribuzione pari al 60% del salario seguito dal reintegro automatico nel proprio posto di lavoro. Non possiamo dire altrettanto dell’Italia che, per cullare gli interessi padronali, adesso vuole la donna a lavoro fino al giorno del parto (ne abbiamo parlato qui).

L’elenco delle conquiste della donna apportate dal Socialismo a Cuba è ancora lungo, dal diritto alla pensione a 60 anni o dopo 30 anni di lavoro alla speranza di vita che è aumentata di venti anni. Diversamente, le contraddizioni subite dalla donna lavoratrice in seno al capitalismo sono sempre più aspre e i diritti per cui in passato abbiamo duramente lottato sono oggi a rischio.

Per concludere l’intervento abbiamo lasciato la parola proprio al comandante Fidel Castro che così si pronunciò: «quando si giudicherà la nostra Rivoluzione negli anni futuri, una delle questioni per cui saremo giudicati sarà la forma con cui avremo risolto nella nostra società e nella nostra Patria i problemi della donna, benché si tratti di uno dei problemi della Rivoluzione che chiedono più tenacia, più fermezza, più costanza e più sforzo».

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