Françafrique

Sono due i gruppi di Paesi africani ad usare il franco CFA (una volta Franco delle Colonie Francesi Africane, poi dal 1958 Franco della Comunità Francese dell’Africa). Sui 14 Stati africani che lo adottano, 10 sono classificati tra i cosiddetti Paesi meno avanzati. Un primo gruppo di sei Paesi dell’Africa centrale, riuniti nella Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Rep. Centrafricana, Rep. del Congo), e un secondo gruppo di otto Paesi dell’Africa occidentale, riuniti nell’Unione economica e monetaria ovest-africana (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo). La prima ha come istituto di emissione il Banco Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale, con sede a Dakar, in Senegal, la seconda il Banco degli Stati dell’Africa Centrale, con sede a Bangui, nella Rep. Centrafricana.

I due tipi di franco CFA possono circolare solo nel territorio delle rispettive comunità. Il Tesoro francese ne garantisce la piena convertibilità con l’euro.

Il cambio fisso col franco francese, ereditato nel 1999 dall’euro è fissato in 1€ = 655,957 franchi CFA

Esiste un Fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi della zona CFA con almeno il 65% delle posizioni in riserva depositate presso il Tesoro francese, che in tal modo si fa garante del cambio monetario.

I sostenitori di questa moneta usano gli stessi argomenti che usano i sostenitori dell’euro, che – con le dovute differenze – condivide con il CFA il fatto di essere una valuta non emessa da una banca centrale nazionale.

Il primo vantaggio reclamato è lo scudo contro la svalutazione. I sostenitori citano la vicina Guinea, che ha una moneta propria e affronta regolarmente problemi di scarsità di valuta e stabilità del cambio.

Il secondo vantaggio reclamato dei sostenitori consiste nel fatto che il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nei paesi dell’Unione monetaria.

Queste tesi oggi sono contestate anche e soprattutto in Africa.

Una moneta unica con un tasso di cambio fisso con l’euro dà garanzia e libertà di azione alle multinazionali, garantendo i loro investimenti, e produce oligopolismo bancario che limita l’accesso al credito.

Anziché favorire lo sviluppo di quei paesi, essa favorisce solo i profitti delle multinazionali, che grazie a questo sistema possono senza rischi depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.

Ciò si traduce nell’accumulo di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali, che poi provoca fughe di capitali verso i paesi più ricchi del mondo, grazie alla libera circolazione dei capitali, venendo depositati nelle banche occidentali, chiudendo così il cerchio.

Come se non bastasse, tutto ciò avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro. A farne le spese sono soprattutto i produttori africani desiderosi di esportare i loro beni in Europa. Il cambio fisso rende molto costose le loro merci, favorendo così le importazioni da Paesi senza CFA, come la Nigeria o il Ghana, e agevolando al contrario i monopoli francesi ed europei che possono smerciare i loro beni ad alti prezzi. Quindi, alti prezzi e bassi salari.

L’Africa rimane strategica per la Francia, anche se il suo peso economico è in netto declino. Oggi, il 55% dei prestiti bilaterali dei paesi africani sono stati contratti con la Cina, ormai primo partner commerciale, ma la Francia è insidiata anche dall’aggressiva concorrenza di India, Brasile e Turchia. In gioco ci sono l’uranio del Niger e della Repubblica Centroafricana, il petrolio del Gabon e del Ciad, le risorse agricole di altri Paesi, i metalli della Guinea Conakry.

Quando lo ha ritenuto necessario, Parigi non ha mai esitato a intervenire militarmente nelle sue ex colonie. Ricordiamo il guineano Sekou Touré nel 1958, che instaurò buoni rapporti coi paesi socialisti, destituito da un colpo di stato nel 1966. Il più noto però è Thomas Sankara del Burkina Faso, ucciso il 15 ottobre 1987 insieme a dodici ufficiali, in un colpo di Stato organizzato con l’appoggio di Francia, Stati Uniti d’America e militari liberiani. È accaduto in Costa d’Avorio durante la sanguinosa guerra civile che sconvolse il Paese del cacao tra il 2002 e il 2004. Poi è stata la volta del Ciad, nel 2006. Oltre alla guerra contro Gheddafi, sempre nel 2011 i militari francesi parteciparono nuovamente in Costa d’Avorio all’ultima offensiva. Nel 2013 in Mali Parigi ha avviato una nuova campagna militare: Parigi non poteva permettersi di perdere le ricche miniere di uranio del vicino Niger, in quanto la Francia ricava quasi l’80% della sua produzione di elettricità dall’energia nucleare.

Molti economisti ritengono che solo «un’uscita panafricanista» potrebbe risolvere la situazione in modo positivo, evitando che delle monete deboli vengano travolte dalla svalutazione. Gheddafi fu uno che provò a creare una moneta africana agganciata all’oro e sappiamo la fine che fece.

Detto tutto ciò, è evidente che la moneta è solo uno strumento che riesce a rendere più facile la depredazione imperialista delle multinazionali e assicura la stabilità del saccheggio perpetrato dalle multinazionali con la complicità dei governati locali a loro asserviti.

Deve essere chiaro che, qualora questa moneta dovesse essere eliminata, non è che i problemi del continente africano si risolverebbero. Le multinazionali (comprese quelle italiane) depredano anche loro il resto dell’Africa, vi esportano anche lì le guerre imperialiste (insieme alle nostre truppe) e anche la maggior parte delle nazioni africane, tra cui anche ex colonie francesi, che hanno una propria moneta sono soggette all’assoggettamento imperialista.

Sia detto di passaggio: i 10 miliardi che sono depositati nei forzieri della Banca di Francia a garanzia della stabilità del franco CFA rappresentano una quota minima delle riserve valutarie di quel paese.

Insomma, si guarda il dito e non si vede la luna che esso indica.

È lo stesso atteggiamento che scambia l’effetto per la causa che si innesca quando si parla di euro. Come ha sottolineato recentemente Draghi nella sua lectio magistralis a Pisa, i rischi di cambio e le turbolenze finanziarie che aveva subito la lira prima di entrare nell’euro sono state enormi. Ciò è verissimo. Contestare lo strumento (euro o franco CFA), senza contestarne la causa che lo genera (il capitalismo-imperialismo) porta a ridicole contraddizioni che si possono smontare in due battute. In questo senso la polemica istaurata da Di Maio contro la Francia sul franco CFA (così come accaduto sui gilet gialli) è una sciocca manovra diversiva per distogliere l’attenzione dai guai del M5S e ricompattare il suo elettorato chiamando il “popolo” alla “guerra” in vista delle prossime elezioni europee, dove si prevede la débâcle di questo movimento.

D’altro lato è essenziale che questi strumenti (euro, franco CFA) vengano smascherati come strumenti di tortura ai danni dei popoli che li subiscono, come strumenti di attuazione delle politiche antipopolari che il capitalismo-imperialismo attua in Europa, così come in Africa.

I dati veri da osservare sono la caduta del PIL pro capite in Italia pari a -7,9% dal 2017 al 2007 (altro che #10yearschallenge), con punte tremende (Molise -18,0%, Umbria -17,7%, Lazio -14,6%, Sicilia -13,8%) (elaborazione del Sole 24 Ore su dati Istat); l’insopportabile aumento della concentrazione monopolistica dei Paperoni del mondo.

Così come la critica di Di Maio è colpevolmente parziale e svia l’attenzione dell’opposizione al dominio della borghesia europea della classe operaia italiana e dei lavoratori tutti, invocando una effimera crociata antifrancese, altrettanto da respingere seccamente dev’essere la posizione dei più strenui corifei dell’Unione europea, costituiti dal PD, il partito che si è macchiato dei crimini più vergognosi, appoggiando le guerre imperialiste dell’UE, le più selvagge politiche antioperaie e i salvataggi delle potenti famiglie amiche coi soldi pubblici.

Posizione ancora più disgustosa è quella della Lega, che vellica gli istinti più bassi anche passando sui cadaveri dei profughi già da contare a centinaia nell’anno appena cominciato. Un partito che impresso una svolta “securitaria” al paese che si sente già nei focolai di resistenza operaia e creerà ancora più malessere, sfruttamento e in ultima analisi insicurezza nel paese.

Sia detto tra parentesi, per dovere di completezza, tra gli oltre 23mila profughi sbarcati in Italia nel 2018, quelli provenienti dai 14 Paesi che usano il franco CFA sono meno del 9 per cento.

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