Reddito e quota 100. Quello che il Governo non dice.

Commentiamo alcuni dettagli del decreto appena approvato dal governo giallo-verde.

Reddito di cittadinanza, un percorso a ostacoli

Del fatto che i tempi per realizzare in modo conforme a quanto previsto non ci saranno, è stato detto da tutti i commentatori. Cerchiamo quindi di capire cosa dovrebbe succedere a regime, ammesso che tutto vada per il verso programmato e che l’anno prossimo ci saranno i soldi per prorogarlo. Infatti, se per quest’anno, tra vincoli europei e promesse elettorali mancate, hanno dovuto fare salti mortali per arrivare a mettere insieme queste cifre ben inferiori a quelle inizialmente previste, dal prossimo anno, tra spese dello Stato che sono state spostate in avanti e la spada di Damocle dell’aumento dell’Iva da evitare (vedi qui), già si può prevedere che le difficoltà aumenteranno sensibilmente e con esse diminuiranno le risorse a disposizione.

I requisiti di accesso, com’è noto, sono un’Isee sotto i 9.360 euro e residenza in Italia da 10 anni­, un patrimonio immobiliare (diverso dalla prima casa di abitazione) non superiore a 30mila euro e un patrimonio finanziario che non superi i 6mila euro annui (per un single). Ora, la tassazione in Italia è congegnata a scaglioni, al fine di evitare evidenti ingiustizie per chi si trova in prossimità delle soglie. Qui siamo alla lotteria. Se uno ha ereditato una minuscola porzione di un immobile e non l’ha ancora venduto o se nel suo conto si trova appena un euro oltre la soglia consentita, si trova automaticamente fuori. È una svista o una delle tante trappole messe nel percorso per ridurre i beneficiari, che potranno solo maledire la malasorte?

La condizione per ottenere il reddito di cittadinanza è la sigla di un Patto per il Lavoro con un Centro per l’impiego o un’Agenzia per il Lavoro, una dichiarazione, da parte di tutti i componenti il nucleo familiare maggiorenni, della disponibilità al lavoro. Quindi, se uno dei componenti sgarra sono fuori tutti i familiari? Questo è contrario a ogni principio di responsabilità personale davanti alla legge.

Il beneficiario dovrà accettare almeno una di tre offerte di lavoro «congrue»: entro i primi 12 mesi, la prima offerta potrà arrivare nel raggio di 100 km, se viene rifiutata la seconda entro 250 km, mentre la terza potrà arrivare da tutta Italia; dopo i 12 mesi anche la prima offerta potrà arrivare fino a 250 km. Passati i 18 mesi in caso di rinnovo tutte le offerte possono arrivare da tutto il territorio nazionale. Ora, dato il forte squilibrio territoriale della disoccupazione nel nostro paese e considerato che con quel reddito non si può certo campare lontano dalla propria abitazione, si può prevedere un rapido crollo dei beneficiari. E questa è un’altra trappola lungo il percorso a ostacoli.

I benefici andranno alle aziende che assumeranno. Il datore di lavoro che assume il beneficiario del reddito di cittadinanza intascherà la differenza tra i 18 mesi del reddito di cittadinanza e i mesi già usufruiti dal beneficiario (nel caso di assunzione che passa attraverso ente di formazione, questo ottiene la metà del contributo). L’azienda deve aumentare il numero di dipendenti e inoltre in caso di licenziamento il datore di lavoro deve restituire l’incentivo. Ovviamente per mansioni qualificate nessuna azienda assume al buio, quindi è presumibile che solo mansioni molto basse potranno essere occupate attraverso questo sistema. Alla faccia della “congruità”.

Solo una minima parte potrà essere spesa in contanti. Torniamo alle tessere annonarie del dopoguerra? Si può immaginare il mercato nero che si genererà.

Queste sono solo alcune delle “perle” presenti in questo decreto. Un decreto che aumenterà lo sfruttamento delle fasce economicamente più deboli, offrendo ai padroni un’ampia massa di lavoratori ricattabili e addirittura pagati dallo Stato.

 

Quota 100 e penalizzazione

Il governo ha sbandierato che il provvedimento non comporta penalità. Dipende da cosa si prende in considerazione. Negli esempi che Aon ha elaborato per Il Sole 24 Ore si può vedere che utilizzare quota ­100 (62 anni di età e 38 di contributi) per andare in pensione cinque anni prima rispetto al trattamento di vecchiaia comporta un taglio di circa un quarto dell’assegno previdenziale lordo. Per esempio: «Decidere di smettere di lavorare a 62 anni, quindi con i due requisiti minimi di quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi), comporta la rinuncia al 22% della pensione, a fronte di un’ultima retribuzione annuale di 30mila euro rispetto a quanto si incasserebbe accedendo al pensionamento di vecchiaia a 67 anni di età; si sale al 28% se la retribuzione è di ­150mila euro». E questa non è penalizzazione? «Ciò è dovuto al fatto – continua il giornale della Confindustria – che da 62 a 67 anni, continuando a lavorare, si aumenta il montante contributivo e inoltre, al momento del pensionamento, si beneficia di un coefficiente di trasformazione più vantaggioso.»

Presa in giro colossale per le lavoratrici. Con l’opzione donna taglio fino al 40%

A parte i 18 mesi tra maturazione dei requisiti e primo assegno, per le donne c’è la possibilità di andare in pensione con uno sconto sui requisiti minimi. Però il calcolo dell’assegno si farà tutto con il sistema contributivo, invece di quello misto a cui avrebbero diritto. Il taglio dell’importo della pensione può arrivare al 40%, ma una decurtazione nell’ordine del 25% è molto probabile. Inoltre, secondo i calcoli basati sui dati Inps, in poche raggiungono i 38 anni di contributi.

I lavoratori dei comparti usuranti i più penalizzati

Pr esempio, trentotto anni di contributi per accedere alla pensione con “quota 100” sono traguardi irraggiungibili per il 99 per cento degli operai edili italiani, ma anche per tutti coloro che svolgono lavori gravosi e discontinui, oltre che per i giovani, in particolare nel Mezzogiorno.

 

Flat-tax

Il terzo pilastro – già definito nei giorni scorsi – è la flat-tax, di cui ci siamo occupati già più volte (qui e qui), ma che ora ha preso la sua forma definitiva. Diciamo subito che i lavoratori dipendenti restano a bocca asciutta, come già si poteva immaginare, e che i benefici sono tutti a favore della fascia media dei lavoratori autonomi.

La nuova imposta prevede due misure.

La prima, sostitutiva del 15%, senza i limiti del costo del personale e dei beni strumentali, a cui si accede sotto la soglia di ricavi/compensi di 65mila euro, indipendentemente dall’attività svolta; con inoltre l’esonero dall’applicazione dell’IVA e relativi adempimenti.

La seconda, per le persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni, che hanno conseguito ricavi o percepito compensi compresi tra 65.001 e 100.000 euro, possono tassare il reddito applicando una imposta sostitutiva del 20% in luogo della tassazione ordinaria. L’imposta del 20% è sostitutiva dell’Irpef, delle addizionali e dell’Irap.

Si calcola che circa tre quarti delle partite Iva potranno accedere a questa tassazione.

Sono evidenti gli irrazionali e incostituzionali “effetti soglia” e gli effetti distorsivi che la mancata applicazione dell’IVA comporterà, ma soprattutto qual è la platea a cui si rivolge il provvedimento? la vecchia base elettorale della Lega.

 

Conclusioni

I lavoratori possono capire osservando queste misure quanto poco questo governo vada a loro vantaggio. Se tutti i governi precedenti sono stati appiattiti sugli interessi dei padroni, questi governanti stanno dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Benefici ai padroni, benefici alla classe dei lavoratori autonomi medi, mance avvelenate ai più indigenti.

Per i lavoratori dipendenti, per coloro che creano la ricchezza non c’è proprio nulla, solo specchietti per le allodole.

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