«Pane, giustizia, democrazia», prosegue la rivolta in Sudan

Le proteste iniziate lo scorso 19 dicembre contro l’aumento del costo del pane e del carburante si sono presto trasformate in rivolta politica contro il trentennale governo di Omar al-Bashir 

Il nuovo ciclo di misure antipopolari, sotto dettatura della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, unitamente a significative carenze di cibo, carburante e denaro e all’indurimento della repressione e oppressione delle autorità statali, ha portato all’esasperazione gli strati popolari poveri del Sudan che in migliaia scendono da settimane nelle strade portando il paese sull’orlo della crisi politica.  

In un vasto paese con 40 milioni di abitanti e una significativa ricchezza, quasi la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà sottoposta all’oppressione e sfruttamento. Oggi non è in grado di assicurare nemmeno il pane sulla tavola a causa della mancanza di cibo, di carburante e delle restrizioni sul denaro imposte dai controlli del regime, con una frenetica inflazione al 70% (tra le più alte mondo) che colpisce il reddito delle famiglie popolari, la forte svalutazione della sterlina sudanese e una disoccupazione al 20%.  

La situazione economica del paese è drammaticamente peggiorata dalla secessione del Sud Sudan avvenuta nel 2011 – dopo un referendum a seguito della sanguinosa guerra civile durata dal 1983 al 2005 – che ha riguardato il 25% del territorio nazionale, il 20% della popolazione e soprattutto la perdita del 75% dei pozzi petroliferi, principalmente in mano al monopolio cinese China National Petroleum Corporation (che importa dal Sud Sudan circa il 7% del suo petrolio) – ma anche alla Malesia Petronas, India Oil and Natural Gas Corporation e di recente il monopolio russo Gazprom – con conseguente ripercussione della netta diminuzione delle entrate (stimate tra il 40% – 60%) per lo Stato con capitale a Khartoum.  

Il Sud Sudan a sua volta, non avendo sbocchi sul mare, deve, per esportare il suo petrolio, utilizzare gli oleodotti che attraversano il Sudan in cambio di una parte dei proventi sull’oro nero, generando continuamente conflitti in una fragile pace.  

Venute meno le riserve petrolifere, il governo di Khartoum procede alla svendita anche di ampie estensioni di terra a compagnie straniere, per lo più cinesi e delle monarchie del golfo, per lo sfruttamento da parte di monopoli minerari, avviando nuove industrie estrattive per quanto riguarda i cinesi e per la realizzazione e la gestione di grandi progetti agricoli monocolturali per i secondi. Ad oggi, i principali paesi con maggiori affari in Sudan sono proprio, Cina, Arabia Saudita e Emirati Arabi.   

La lotta popolare 

Migliaia di persone, lavoratori, disoccupati, studenti, sono in mobilitazione da diverse settimane, rivendicando “pane, giustizia e democrazia”, chiedendo le dimissioni del governo. Il Partito Comunista Sudanese sta svolgendo un ruolo attivo nelle mobilitazioni la cui intensità rimane costante nonostante la forte repressione attuata dalle autorità statali con oltre 40 morti, diverse centinaia di feriti e di arresti – di cui molti militanti e dirigenti del PCS, tra cui i membri del Comitato Centrale: Siddig Yousif, Masoud Alhassan, Hanadi Fadl, Amal Gabralla, Kamal Karar, Sied Ahmed Alkhteeb, Tariq Abdalmagied, il portavoce ufficiale del partito Fathi Alfadl (delegato al XX Incontro Internazionale di Atene) e il membro dell’ufficio politico e segretario dell’organizzazione della capitale, Masoud Ali, sequestrato dalle forze di sicurezza penetrate negli uffici del partito nella capitale e portato in una località ancora oggi sconosciuta.

Le prime proteste sono iniziate a Marawi, il 5 dicembre scorso, in occasione della chiusura dei forni a causa della mancanza di farina, per poi diffondersi in tutto il paese dal 19 dicembre a partire dalla città nord-orientale di Atbara, nota per la sua tradizione di lotta operaia, per arrivare fino alla capitale Khartoum e in ogni angolo del paese.  

Il 24 dicembre, la Unione dei Professionisti Sudanesi, che riunisce professionisti, avvocati, giornalisti, ingegneri, ecc., ha sostenuto lo sciopero generale indefinito di medici e infermieri negli ospedali del paese, a cui sono seguite grandi manifestazioni il 25 dicembre e il 31 dicembre. Nonostante le minacce e la repressione contro i manifestanti e scioperanti, le manifestazioni del 31 dicembre, alla vigilia dell’anniversario dell’indipendenza nazionale dai colonialisti britannici (1 gennaio 1956), al grido di “Libertà, giustizia, la rivoluzione è la scelta del popolo” hanno visto una ancora maggiore partecipazione e una risposta popolare non solo nella capitale Khartoum, ma in molte altre importanti città sudanesi. Altre importanti manifestazioni si sono svolte l’8 e il 9 gennaio ad al-Qadarif, Burri e Omdurman, mentre i conflitti armati nella provincia occidentale del Darfur, nel Kordofan meridionale e nello stato del Nilo Azzurro continuano a intensificarsi.  

Una rivolta nel mezzo di interessi e ingerenze esterne 

Non è la prima volta che il paese viene scosso da proteste di massa con sanguinose esplosioni di ampie fasce della popolazione. Ma questa volta le cose sembrano diverse. L’indignazione popolare cresce, ma anche sezioni più ampie della borghesia, che hanno sostenuto il presidente islamista dal 1989, così come i partiti che hanno cooperato apertamente o meno all’acuire lo sfruttamento degli strati popolari, iniziano a ritirare il loro sostegno. 

Il giorno di Capodanno, 22 partiti hanno infatti istituito il cosiddetto Fronte Nazionale per il Cambiamento, firmando a Khartoum la Dichiarazione per la libertà e il cambiamento. In questa dichiarazione si chiedono le dimissioni di al-Bashir e del parlamento sudanese, con la nomina di un “consiglio transitorio” di 100 membri e un nuovo “governo di transizione”, in quanto il governo di al-Bashir non sarebbe più in grado di gestire l’attuale crisi a causa di continue politiche di crescente corruzione. Inoltre accusano il governo di ignorare lo sviluppo di specifici settori dell’industria, della produzione agricola e dell’economia e di applicare politiche errate che hanno portato all’aumento della disoccupazione, al peggioramento dell’istruzione e dei servizi sanitari. Fanno appello alle forze di opposizione, ai sindacati, alle organizzazioni studentesche e alle associazioni professionali per firmare la “Carta per la Libertà” al fine di “istituire un governo di transizione di unità nazionale fino a nuove elezioni generali”.  

Questo fronte di partiti borghesi (sia islamisti che laici, di cui molti ex alleati del governo), oltre il Partito Nazionale Umma dell’ex primo ministro Sadeq Al Mahdi e il Democratic Unionist Party (DUP), include anche il partito Sudan’s Reform Now Movement, del politico borghese israeliano del Darfur, Ghazi Salahuddin Atabani. Per anni stretto consigliere di Omar al-Bashir, si è dimesso dal governo proprio il giorno di Capodanno, chiedendo ai membri del suo partito di impegnarsi in “proteste pacifiche”. Ma Salahuddin non è l’unico a prendere le distanze da al-Bashir. Anche i Fratelli Musulmani Sudanesi, che sostenevano al-Bashir e l’islamista Partito Nazionale del Congresso (NCP) al potere, hanno preso le distanze sostenendo di non avere più “rapporti” con il regime. 20 partiti politici si sono ritirati da posti di governo.

Il regime – a cui rimane il sostegno della Lega Araba – accusa che le manifestazioni sono sobillate da potenze straniere, in particolare Israele, e dai gruppi ribelli armati (Movimento di Liberazione Sudanese, il Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza in Darfur e l’SPLM-N negli stati del Kordofan Meridionale e del Nilo Blu, raggruppati nel Fronte Rivoluzionario Sudanese). Le autorità sudanesi hanno ammesso di aver catturato e imprigionato almeno 816 persone che hanno partecipato alle massicce dimostrazioni anti-governative nelle ultime settimane, senza fornire il numero di morti ufficiali.  

Nel 2017 gli USA – che negli anni hanno fomentato i conflitti etnico-religiosi, la destabilizzazione e la politica di divisione – hanno rimosso le sanzioni economiche contro il regime in vigore dal 1997 (mentre sono in essere per il Sud Sudan) – segnando un cambio di strategia che di fatto ha favorito la Cina (nel paese è installata la più grande sede della CIA in Africa). Al contempo il regime di al-Bashir è coinvolto attivamente nei piani imperialisti in Yemen supportando l’aggressione saudita con l’invio di truppe (integrate nell’USAfricom) e il reclutamento di bambini soldato 

da Limes

Al crocevia tra Nord Africa e Africa subsahariana, il Sudan è uno dei paesi più estesi dell’Africa e si trova al centro degli appetiti e interessi di potenze imperialiste (USA, Cina, Russia, Israele, India, Francia, Italia) nella competizione per lo sfruttamento delle risorse energetiche e materie prime e il controllo di un’area strategica, affacciandosi sul Mar Rosso e rappresentandone uno dei più importanti porti. USA (Energy Link International) e Russia (TK Ural Trade) si competono, ad esempio, la realizzazione della più grande raffineria di petrolio regionale a Port Sudan dove confluisce il petrolio dal Sud Sudan, mentre molto attive sono anche le diplomazie italiane e francesi nel portare avanti i loro interessi nella regione, in particolare relazione alla Libia.  

L’Italia, promotrice della riapertura delle relazioni dell’UE e degli USA con il regime sudanese, promuove gli investimenti delle imprese italiane (sfruttando gli sgravi fiscali per le aziende estere, niente tasse per l’importazione di macchinari, manodopera specializzata a 100€ al mese, ricchezza di beni primari sul posto), invio di cospicue “donazioni e aiuti” e la collaborazione tra le polizie in particolare per la repressione dei flussi migratori (il Sudan è il terzo paese di partenza dei migranti in Italia). La maggiore presenza economica italiana si registra nei settori delle costruzioni, del pompaggio idrico, dell’energia e dell’agricoltura, con esportazioni italiane – in particolare macchine agricole e sistemi di pompaggio idrico – pari a 130 milioni di euro nel 2016 e importazioni – soprattutto materie prime per il sistema agro-alimentare nostrano ed oro – per circa 16 milioni di euro. 

La posizione del PC Sudanese 

Il PC Sudanese denuncia come sia in atto un tentativo fuorviante di minare la lotta dei lavoratori, come avvenuto già in passato. I comunisti invitano quindi il popolo a intensificare la lotta contro i nemici del popolo, l’imperialismo e il neoliberismo, sottolineando che il popolo sudanese scende in strada per chiedere la fine di queste politiche, del regime e del sistema alla sua base. Allertano anche sugli interventi delle potenze imperialiste straniere, in particolare degli Stati Uniti, che possono sfruttare la situazione al fine di promuovere un mite e controllato cambio di scena intra-borghese e di assicurare una uscita “soft” di al-Bashir, che è stato al potere per 30 anni con il supporto di gran parte della plutocrazia locale.  

Il PC Sudanese nell’ultimo comunicato denuncia quindi «le cospirazioni in corso da parte di forze interne ed esterne per sottrarre la lotta al popolo e far abortire la rivoluzione. Inoltre, ha invitato le masse a restare salde e unite attorno alle loro aspirazioni per un futuro luminoso basato sull’uguaglianza, sullo stato di diritto e la partecipazione indipendente dei lavoratori ai processi decisionali e alla loro attuazione». «Ora è chiaro – conclude che la lotta del nostro popolo ha raggiunto una fase molto importante. Il regime non è più in grado di governare. Il popolo deve avanzare fino a sferrare il colpo finale e rovesciare il regime dittatoriale corrotto». In solidarietà e supporto ai comunisti e alla lotta del popolo sudanese decine di Partiti Comunisti hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta: tra questi, il Partito Comunista per l’Italia, chiedendo tra le altre la liberazione immediata dei prigionieri politici.

Di fronte a questa situazione, la vera soluzione alla povertà e all’oppressione può venire con l’escalation della lotta di classe degli strati popolari, con l’obiettivo di rovesciare non solo al-Bashir ma in generale il potere borghese, con il controllo da parte del popolo e della classe lavoratrice sudanese del proprio destino e delle proprie risorse.  

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