Ungheria, il governo Orbán vara l’antioperaia “legge sulla schiavitù”

Non conosce limiti l’offensiva antioperaia nei paesi dell’Unione Europea, confermando l’assunto che le borghesie europee possono litigare tra di loro su come spartirsi la torta ma si trovano in perfetta sintonia nel condurre in modo compatto l’attacco ai diritti e salari della classe lavoratrice, alla contrattazione collettiva, alla democrazia nei luoghi di lavoro e al diritto di sciopero.

Le “riforme” del lavoro si susseguono una dietro l’altra in tutto il continente con l’unico obiettivo di svalorizzare la forza lavoro e incrementare il tasso di profitto dei padroni e dei monopoli capitalistici. Lo vediamo con i governi cosiddetti “europeisti” del PD in Italia, con il Jobs Act, e di Macron in Francia, con la Loi Travail, e con i governi cosiddetti “euroscettici” come quello di Kurz in Austria, con l’incremento della giornata lavorativa a 12 ore, per finire con quello di Orbán in Ungheria, con la recente approvazione di quella che è stata ribattezzata come la “legge sulla schiavitù”.

Fortemente voluta dal presidente Orbán e dal partito di governo di destra Fidesz, stretti alleati di Salvini e della Lega, la “legge sulla schiavitù” aumenta le ore di straordinario che il padronato potrà richiedere ai propri dipendenti, portandole da 250 a 400 l’anno,  consentendo il pagamento fino a 3 anni dopo ed eliminando anche la contrattazione sindacale sostituita dalla trattativa diretta tra dipendente e azienda. Naturalmente dal governo nazionalista Fidesz-KDNP fanno sapere ipocritamente che sarà una “libera scelta” del lavoratore decidere se “guadagnare di più” accettando questo straordinario, utilizzando le solite ingannevoli argomentazioni facendo finta di ignorare il livello di ricattabilità a cui viene sottoposto il lavoratore che sarà costretto a lavorare quasi due ore in più al giorno (raggiungendo 10 ore di lavoro) o un giorno in più a settimana!

Proteste di piazza si sono svolte lo scorso 8 dicembre e per quattro giorni consecutivi dal 12 al 16 dicembre. Con le mobilitazioni dei lavoratori e dei sindacati, il Partito dei Lavoratori Ungherese (Munkaspart), che afferma come «le richieste dei sindacati sono giuste ed eque, al servizio degli interessi dei lavoratori», mentre la “legge sulla schiavitù” rappresenta un altro colpo per i lavoratori ungheresi e il popolo condannando le intenzioni del governo.

I comunisti ungheresi, che hanno dovuto rinunciare al loro nome per rimanere in legalità a causa della legislazione anticomunista vigente nel paese voluta da Orbán, si sono rivolti criticamente però anche all’opposizione liberale indicando che «i partiti di opposizione non vogliono veramente fermare la legge, vedono solo uno strumento nelle loro aspirazioni in preparazione delle elezioni europee», non appoggiando le manifestazioni da loro dirette.

Infine sottolineano come «nel socialismo, il codice del lavoro serviva i lavoratori. L’avvento del regime capitalista ha cambiato tutto ciò. Oggi, il codice del lavoro rappresenta gli interessi del proprietario capitalista contro gli interessi dei lavoratori. Dopo il cambio di regime, tutti i governi hanno servito gli interessi dei capitalisti senza eccezioni e hanno modellato la legge di conseguenza. I governi possono fare qualche concessione solo su pressioni da parte dei lavoratori».

Le politiche del governo ungherese, così come di quello austriaco e italiano, definiti “populisti”, “sovranisti”, “anti establishment”, “euroscettici” ecc.  confermano come non rappresentino alcuna “alternativa”, ma al contrario sono in piena compatibilità con le direttrici stesse dell’UE, dimostrando la perfetta continuità esistente tra tutti i governi e forze borghesi che, al di là di posizioni particolari, marciano sul terreno della gestione capitalista servendo la reddittività dei monopoli e dei propri capitalisti nella competizione internazionale con tutto il corollario di politiche antipopolari, inganni e demagogia nazionalista o cosmopolita.

L’unica strada per i lavoratori è la propria organizzazione indipendente di classe, uniti sotto la bandiera internazionalista dei propri interessi di classe.

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