In morte di un signore della guerra

*di Enzo Pellegrin

Il 30 novembre scorso è deceduto il politico statunitense che impegnò per primo direttamente il Paese in una guerra su vasta scala dopo la sconfitta della Guerra in Vietnam. George Bush, petroliere, uomo d’affari, politico del Partito Repubblicano, ex capo della CIA, Presidente dell’Unione.

Il suo predecessore, Ronald Reagan, si produsse in uno sforzo immane per comprare armamenti: ben 2200 miliardi di dollari vennero gettati nel settore della Difesa, il cui bilancio aveva superato nel 1984 quello del 1969 (anno di massima spesa per la guerra del Vietnam), generando un cospicuo aumento del deficit federale. Su tre dollari e mezzo del bilancio, uno era destinato alla difesa (1). Mediante tale flusso di denaro venne costituita una macchina bellica imponente, in parte destinata alla guerra strategica contro l’Unione Sovietica, in parte idonea anche ad un dispiegamento veloce su diversi campi di battaglia, con capacità anche superiori a quelle sovietiche, in grado di contare sulla cooperazione aeronavale fornita dalle Portaerei nucleari delle varie flotte, destinate a rappresentare il potere militare degli Stati Uniti nei settori del globo a loro assegnati.

Questo imponente dispositivo, nel periodo dell’amministrazione Reagan, ha quasi esclusivamente svolto funzione di mera deterrenza. Ma è stato proprio George Herbert Walker Bush ad usarlo massicciamente per la prima volta. Poco oltre la mezzanotte, il 17 gennaio 1991, partirono i primi caccia per bombardare obiettivi iracheni. Alle 3 l’incrociatore Bunker Hill sparò il primo missile Tomahawk diretto contro Baghdad. La diretta del bombardamento veniva trasmessa da tutte le televisioni occidentali, per mezzo della CNN, come una sorta di spettacolo, con i commenti entusiasti degli anchormen, come se sotto quel fuoco non ci fossero vite, ma i mostriciattoli di un videogioco. Con una felice espressione, Manlio Dinucci aveva modo di osservare come il Neo Presidente Bush, poco propenso a mostrare i muscoli come il suo predecessore cowboy, li aveva, effettivamente, usati.

La Prima Guerra del Golfo è stato il primo conflitto su vasta scala in cui gli Stati Uniti si impegnarono direttamente e massicciamente dopo la sconfitta del Vietnam. Di fronte non ebbero un avversario che avesse potuto impensierirli oppure “impantanarli” come in Oriente. Eppure misero in atto una potenza bellica così forte che venne denominata hyperwar.

Gli armamenti impegnati nel primo conflitto in Iraq ammontarono al 75% degli aerei tattici operativi posseduti, al 42% dei carri armati, 6 portaerei su 13, 370.000 uomini su quasi 1 milione di effettivi, tra esercito e marines (2). Le perdite in vite umane della guerra furono oltre 100.000 soldati iracheni, a fronte di 148 morti USA in battaglia e 140 non in battaglia, oltre a 39 morti dei paesi arabi alleati, 24 morti britannici (di cui 9 per il fuoco USA), 2 morti francesi. I civili iracheni rimasti uccisi per mano della coalizione sono stati ufficialmente stimati in un primo tempo in 35.000, ma numerose associazioni per i diritti umani hanno denunciato numeri di gran lunga superiori. (3)

L’Iraq non fu mai più stabilizzato, andò incontro ad un secondo conflitto per opera degli USA che portò al definitivo rovesciamento del governo del Paese. A seguito della Seconda Guerra del Golfo, l’apparato statuale iracheno fu dissolto, si dispiegò una guerra civile in tutto il paese che costò migliaia di vite umane, una destabilizzazione perenne e la crescita dell’influenza dello Stato Islamico (ISIS).

I costi della guerra nel Golfo secondo il Dipartimento della Difesa degli USA sono stati pari a 61 miliardi di dollari, secondo altre fonti il vero costo si aggirerebbe sui 71 miliardi. 53 miliardi di dollari vennero forniti dai paesi dell’Alleanza, soprattutto il Kuwait, l’Arabia Saudita e altri Stati del Golfo (36 miliardi) ma Germania e Giappone spesero ben 16 miliardi di dollari.

Nel suo discorso pronunciato ad Aspen nel 1990 (poche ore prima dell’apertura della crisi), Bush senior aveva delineato la nuova strategia statunitense per gli anni a venire.

La stessa sarebbe poi stata codificata e pubblicata nella direttiva National Strategy of The United States sei mesi dopo la fine della Guerra del Golfo, nell’agosto 1991. In essa si legge: “nel Golfo abbiamo dimostrato che la leadership americana deve includere la mobilitazione della comunità mondiale per condividere il pericolo ed il rischio. Ma la mancanza di altri nell’assumersi il proprio onere non ci scuserebbe. In ultima analisi, siamo responsabili verso i nostri stessi interessi … per ciò che facciamo con la potenza in nostro possesso… Negli anni 90, così come per gran parte di questo secolo non esiste alcun sostituto alla leadership americana”(4). Successivamente, in un documento del Pentagono (Defence Planning Guidance for the Fiscal Years 1994-1999) filtrato attraverso il NY Times nel marzo 1992, si chiarisce il corollario di questa visione strategica: per esercitare la loro leadership globale, gli Stati Uniti devono impedire che altre potenze – vecchi e nuovi alleati compresi – possano divenire in qualche modo – anche economicamente – competitivi. In esso si legge: “gli Stati Uniti devono dimostrare la leadership necessaria a stabilire e difendere un nuovo ordine, il quale si confermi capace di convincere i potenziali competitori che non hanno bisogno di aspirare a un ruolo maggiore o di assumere un atteggiamento più aggressivo per proteggere i loro legittimi interessi. In secondo luogo, nei settori non appartenenti alla Difesa, dobbiamo tenere conto sufficientemente degli interessi delle nazioni industriali avanzate per dissuaderle dallo sfidare la nostra leadership… Infine dobbiamo mantenere i meccanismi per scoraggiare i potenziali competitori globali anche dall’aspirare a un maggiore ruolo regionale globale”(5). Il documento, sempre secondo il NYT, fu redatto sotto la supervisione di Paul Wolfowitz ed elaborato congiuntamente con il Consiglio di Sicurezza Nazionale ed il Presidente.

Alla luce di tali strategie delineate dal Signor Bush dopo la prima guerra su vasta scala intrapresa direttamente dagli USA, gli ultimi discorsi del Presidente Trump non sembrano così nuovi. In un intervista di Michel Collon apparsa e tradotta su Resistenze.org, Mohamed Hassan asseriva che il neo comandante in capo pretende oggi che giapponesi, sudcoreani, sauditi, europei, soprattutto tedeschi e inglesi, paghino la loro parte del conto per mantenere l’ordine mondiale assicurato colle armi americane (6).

Scorrendo le cifre dei costi della Guerra del Golfo di cui sopra c’è da chiedersi quando mai non sia stato così. Piuttosto, il monito di Trump sembra essere ancora una volta l’esecuzione delle direttive presenti e delineate sin dai tempi di Bush senior: mantenere i meccanismi per scoraggiare i potenziali competitori globali dall’aspirare ad un ruolo maggiore. Sia che essi si chiamino Cina e Russia, sia essi si chiamino Germania, Sud Corea o Giappone. Soprattutto quando è l’economia di questi ultimi a infastidire – e parecchio – l’egemonia economica dell’aquila di Washington.

Il 30 novembre è morto un signore della guerra.

Chissà se, come raccontava la bella poesia di Totò, la livella, egli è sceso allo stesso livello dei morti che la sua mano ha lasciato dietro.

“Come you masters of war
You that build the big guns
You that build the death planes
You that build all the bombs
You that hide behind walls
You that hide behind desks
I just want you to know
I can see through your masks”

(Bob Dylan, Masters of War).

Azeglio, 9 dicembre 2018.

________

Note

1) Manlio DINUCCI, L’arte della guerra, annali della strategia USA-Nato 1990-2015, Zambon ed. p. 40

2)Manlio DINUCCI, op. cit. p. 56

3) http://www.fisicamente.net/GUERRA/index-205.htm.

4) Manlio DINUCCI, op. cit. p. 80

5) Manlio DINUCCI, op. cit. p. 81

6) Grégoire Lalieu e Michel Collon | investigacion.net,Mohamed Hassan: Trump vuole che gli europei paghino la loro parte del conto in Resistenze.org n. 690 del 13.11.2018. 

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