Intervista a Ástor García, Segretario generale del PCPE sul nuovo governo “di sinistra” in Spagna

In questi giorni in Italia si sta discutendo della manovra finanziaria che il governo Lega-M5S sta portando avanti. È una politica che risulta dalla sommatoria di due ispirazioni che hanno in comune illudere due settori diversi del popolo: una, più reazionaria, che fa leva su fattori di insicurezza personale tipicamente di destra, contro l’immigrazione e la delinquenza, e l’altra che fa leva sul reale malessere degli strati più disagiati, con provvedimenti, quali il reddito di cittadinanza.  

Alcuni in certa sinistra vedono con favore questi secondi provvedimenti e anzi propongono di incalzare il M5S per acuire le contraddizioni con la Lega. Il nostro Partito ha già smascherato ripetutamente la vacuità e la dannosità sia dei provvedimenti che della politica che va a rimorchio del M5S, semplicemente chiedendo qualcosa in più di quanto promesso. 

Un’altra sinistra, di ispirazione moderata, invece prende a esempio quanto sta avvenendo in Spagna, dove vi è un governo guidato dai socialisti, con la partecipazione di altre forze. 

Chiediamo al Segretario generale del Partito Comunista dei Popoli di Spagna, il compagno Ástor García Suárez, una valutazione politica sul governo spagnolo e sugli effetti che essa sta avendo sulla classe operaia e i lavoratori in generale. 

1. Caro compagno, in primo luogo, descrivici brevemente i partiti che formano l’attuale coalizione di governo in Spagna e il loro ruolo (partecipazione, appoggio esterno, ecc.). 

Innanzitutto, permettetemi di ringraziare il fratello Partito Comunista per questa intervista. Desidero inviare un fraterno saluto alla militanza comunista e a tutta la classe operaia italiana. In questi giorni commemoriamo in Spagna l’80° anniversario della partenza delle Brigate Internazionali. Noi comunisti spagnoli porteremo per sempre nel nostro cuore gli uomini e le donne che partirono dall’Italia per difendere il nostro popolo dalla bestia fascista. Agli eroi della Brigata Garibaldi, che diedero il meglio di loro stessi combattendo il fascismo in suolo spagnolo, in difesa della libertà dei popoli e del socialismo.  

Oggi, come allora, è necessario intensificare il nostro impegno internazionalista. Dobbiamo apprendere dall’esperienza della classe operaia di tutti i paesi, in un momento pieno di pericoli. In questo senso, questa intervista ci permette di spiegare alla classe operaia gli sviluppi attuali della politica spagnola dopo l’arrivo della socialdemocrazia al Governo. Ci permette di generalizzare l’esperienza e avvertire la classe operaia italiana dei pericoli che comportano le false illusioni che alcune forze politiche cercano di seminare in seno al popolo lavoratore.  

Lo scorso 1° giugno il parlamento spagnolo approvava una mozione di censura [sfiducia, ndr] contro il Governo di Mariano Rajoy, per cui l’attuale Segretario Generale del PSOE [Partito Socialista Operaio di Spagna, ndr], Pedro Sánchez, è stato investito della carica di presidente. Il cambio di Governo è stato approvato con un risultato risicato: 180 voti a favore, 169 contro e una astensione. Questo risicato risultato presagiva che il nuovo governo della socialdemocrazia doveva far fronte a una situazione di tremenda instabilità, data la difficoltà di articolare una maggioranza parlamentare stabile che potesse garantire stabilità all’azione di governo. 

Contro la mozione di censura si sono schierati il Partito Popolare, e i suoi alleati di Unione del Popolo Navarro e Foro Asturie, e Ciudadanos. I primi, che avevano perso il governo, duramente colpiti dalla sentenza della Corte Nazionale nel noto “caso Gürtel”, in cui si è scoperta una trama di finanziamento illegale sostenuta da decenni da una corruzione generalizzata negli appalti pubblici. Da parte sua, il partito Ciudadanos, che aveva appena dato il suo appoggio ai Bilanci Generali [Finanziaria, ndr] presentati da Mariano Rajoy e che aspirava a trasformarsi in forza principale della destra, presentando una immagine di falso rinnovamento e modernità basata su un importante appoggio mediatico, si è opposta alla mozione di censura reclamando la convocazione immediata delle Elezioni Generali; una rivendicazione che mantiene ancora oggi. 

La mozione di censura ha avuto l’appoggio di due settori differenti dell’opposizione. Da una parte il gruppo parlamentare di Unidos Podemos, che comprende il partito Podemos, Izquierda Unida e alcune alleanze elettorali territoriali, e che rappresenta un conglomerato ideologico in cui si raggruppano da nuovi socialdemocratici, che si pongono come alternativa rinnovatrice rispetto al PSOE, in un processo simile a quello già spiegato nella relazione tra Ciudadanos e Partido Popular, fino alle più svariate espressioni di postmodernismo, includendo anche i vecchi eurocomunisti. L’altra gamba su cui si è appoggiata la mozione di sfiducia sono state le varie forze nazionaliste, catalani (ERC e PDeCAT), baschi (PNV e Sortu), galiziani e canari; un appoggio basato sulla crisi del modello territoriale aperta dal processo indipendentista in Catalogna e per l’interesse di alcune forze nazionaliste ad un cambio di Governo che gli permettesse di negoziare le loro rivendicazioni particolari in condizioni migliori, facendo valere a loro vantaggio l’appoggio a un Governo di minoranza e, pertanto, in condizioni di debolezza. 

Su questa base instabile, si è formato un Governo del PSOE, senza alcun’altra forza politica. Nonostante Pablo Iglesias [segretario di Podemos, ndr] abbia manifestato chiaramente la volontà di Podemos di assumere responsabilità nel nuovo Governo, proponendosi fin dal primo momento come partner principale della vecchia socialdemocrazia che rappresenta il PSOE. Si tratta di un governo che nel peccato porta la penitenza. Le correlazioni parlamentari che hanno permesso il trionfo della mozione di censura sono, a loro volta, la principale causa della debolezza attuale di Pedro Sánchez, che difficilmente conterà su sufficienti appoggi per portare avanti una nuova Finanziaria per il 2019, data l’eterogeneità dei suoi appoggi parlamentari, che vanno dai nuovi socialdemocratici ai vecchi eurocomunisti, passando da forze nazionaliste di destra. 

Così come analizzavamo giusto un anno fa, nell’XI Congresso del PCPE, dopo decenni di bipartitismo, basato sull’alternanza tra governi del PSOE e del PP, questo si è ampliato, sia da un lato che dall’altro dell’asse parlamentare. PP e Ciudadanos da un lato e PSOE e Unidos Podemos dall’altro; tutto ciò si interseca col mutevole ruolo delle numerose forze nazionaliste, che hanno una rappresentazione parlamentare. Questo nuovo bipartitismo ampliato è nato dal forte malcontento prodotto dalla crisi capitalista in ampi settori sociali, malcontento nei confronti della gestione realizzata dal PP e PSOE manifestatosi con la creazione di nuovi partiti. Le misure di lifting messe in moto in una timida riforma del sistema politico spagnolo hanno permesso finora allo Stato di intrappolare il malcontento della classe operaia e di importanti settori popolari dentro i limiti del parlamentarismo borghese, sia dell’Unione Europea e della NATO. In fondo, questo nuovo bipartitismo ampliato, esprime la vecchia contraddizione tra le due forme tradizionali di gestione del capitalismo: liberale e socialdemocratico. Entrambe basate sullo sfruttamento della classe operaia spagnola e sull’intensificazione degli sforzi dei vari Governi per mantenere, almeno, la posizione della Spagna nella piramide imperialista, sulla base dell’appartenenza all’Unione Europea e la NATO. 

2. Quali sono le misure più importanti che ha preso il governo, specialmente verso gli padroni e i lavoratori? 

L’opposizione socialdemocratica al precedente Governo del PP, sia da parte del PSOE di Pedro Sánchez come di Unidos Podemos, si basava nel seminare false illusioni tra la classe operaia e il popolo. Hanno seminato l’idea che era possibile raggiungere la giustizia sociale nel capitalismo e combattere le conseguenze della dura crisi economica che ha colpito il capitalismo spagnolo. Per questo, secondo il loro punto di vista, bastava solo un cambio di governo che garantisse un’altra forma di gestione capitalista, quella socialdemocratica. 

Nei mesi precedenti al cambio di governo si è vissuto in Spagna un ciclo di intensificazione delle lotte. Da una parte, i lavoratori pensionati chiedevano con forza che si garantisse il potere d’acquisto delle pensioni. Sono state convocate manifestazioni di massa, che hanno visto un grande appoggio popolare. A sua volta, l’8 marzo, sono scese in strada centinaia di migliaia di persone chiedendo che si garantissero i diritti della donna. Queste spettacolari mobilitazioni acquisirono un forte carattere di massa grazie al coinvolgimento nella lotta delle organizzazioni sindacali, che hanno posto l’attenzione sui diritti delle donne lavoratrici, colpite più di tutti dalla crisi, dallo sfruttamento e la violenza capitalista. Allo stesso tempo, si intensificarono alcune lotte in importanti imprese e settori produttivi. Tutto era pronto perché si annunciasse prima dell’estate la convocazione di uno sciopero generale per quest’autunno e il nostro Partito ha lavorato duramente perché questa convocazione fosse possibile. 

Tuttavia, questo nuovo ciclo di lotte si è indebolito con l’arrivo al governo del PSOE. Pedro Sánchez ha annunciato l’introduzione di una serie di misure simboliche che vanno dall’innalzamento delle pensioni per quest’anno sulla base dell’incremento dei prezzi di consumo, fino al trasferimento del dittatore Franco dal monumento Valle de los Caídos o l’accoglienza nel porto di Valencia degli immigrati della nave Aquarius. Inoltre sono stati annunciati cambiamenti nella politica della donna e dell’istruzione. Si trattava di calmare il malcontento attraverso un’abile politica di gesti che ha ottenuto di smobilitare alcuni settori, attraverso false illusioni, false promesse, e, soprattutto, di polarizzare il dibattito politico sulla base dell’asse sinistra-destra. 

Le false illusioni generate si smascherano una dietro l’altra. Prendiamo ad esempio il caso della Aquarius. Pedro Sánchez si è presentato al mondo come difensore dei diritti umani, come esempio di solidarietà. Si è trattato di un mero gesto e, se mi si permette, di un autentico esercizio di ipocrisia. Mentre si accoglievano temporaneamente gli immigrati della Aquarius, si intensificava l’espulsione immediata degli immigrati nella frontiera di Ceuta e Melilla, violando sistematicamente i diritti umani di queste persone e lo stesso ordinamento giuridico spagnolo. Altrettanto possiamo dire del caso dei resti di Franco. Si propone di portarli fuori dal Valle de los Caídos e, adesso, il principale problema del Governo è che la famiglia del dittatore fascista pretende di seppellire Franco nella Catedral de la Almudena, situata nel centro di Madrid, che può trasformarsi in un nuovo centro di pellegrinaggio del fascismo. Sono due casi chiari di politica di gesti, di false illusioni, di cretinismo parlamentare. 

Ma nella realtà che vivono quotidianamente milioni di lavoratori spagnoli le cose non cambiano. Lo sfruttamento capitalista continua e si intensifica. E il Governo socialdemocratico non vuole né può cambiare la situazione, mentre un pugno di capitalisti fanno quello che vogliono e la corruzione generalizzata permane. Poniamo un altro esempio. Pedro Sánchez ha proposto di pubblicare la lista dei milionari che hanno accettato l’amnistia fiscale approvata dal PP. Questa proposta, ampliamente sostenuta da coloro che credono che si possa perfezionare la democrazia borghese, è durata fino a quando si è fatto il Governo, poiché dopo, con pretesti legali, non si è fatto nulla di quanto detto. 

In realtà, la strategia del Governo si è giocata con una sola carta: l’approvazione dei bilanci generali per il 2019, creando le condizioni che gli permettessero di finire la legislatura. Per questo, hanno investito Pablo Iglesias e Podemos del ruolo di partner principale del governo, con cui hanno firmato un accordo sul bilancio che non ha la maggioranza parlamentare sufficiente. Questo accordo è degno di studio, un vero esempio di quello che significa l’azione del governo socialdemocratico. Si basa su una sola idea: tornare al capitalismo esistente prima dello scoppio della crisi economica una decina di anni fa. Per questo rinunciano apertamente ad alcune delle misure che sia il PSOE come Podemos avevano proposto nel periodo precedente, come ad esempio l’abolizione delle riforme del lavoro del 2010 e 2012, che hanno facilitato il licenziamento, portato ad una costante diminuzione del potere d’acquisto dei salari, generalizzato la precarietà lavorativa e sostenuto un duro attacco ai contratti collettivi, intensificando la dittatura capitalista dentro le imprese e colpendo con durezza il movimento sindacale. Bene, nell’accordo adesso non si tratta più di abolire le riforme del lavoro, ma solo di modificare alcuni aspetti della riforma del 2012, approvata dal governo di Mariano Rajoy. La sostanza di queste riforme rimane intatta e la sostanza è quella che ha permesso e continuerà a permettere l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro. Della riforma del 2010, approvata dal governo di José Luis Rodríguez Zapatero (PSOE), ovviamente se ne dimenticano; anche se quella riforma ha gettato le basi della successiva, che acuisce la stessa linea di aggressione alla classe operaia. 

Altro esempio paradigmatico è tutto quello che si riferisce al settore dell’insegnamento. Sono giunti al governo proponendo di abolire la LOMCE [Legge organica del 9 dicembre per il miglioramento della qualità educativa, ndt] e nel caso di Podemos mettere in discussione il Processo di Bologna [processo di riforma internazionale dei sistemi di istruzione superiore dell’Unione europea per la realizzazione di uno spazio europeo dell’istruzione superiore, ndt]. e il Decreto 3+2 [che istituisce i due cicli di Laurea, triennale e magistrale o specialistica, ndt]. Ovviamente non ne è rimasto nulla, al di là di proporre un timido abbassamento delle tasse universitarie e un ancor più timido aumento delle borse di studio. Nel caso delle politiche della donna, nessuna misura diretta alle lavoratrici, tutto si limita a proporre riforme nel Codice Penale e una Legge Integrale di Protezione della Libertà Sessuale, senza attaccare la base del problema. Non una parola sulla depenalizzazione definitiva del diritto all’aborto. Nulla a riguardo della lotta per l’uguaglianza reale delle lavoratrici nelle imprese, nulla che garantisca la vecchia parola d’ordine di a uguale lavoro, uguale salario. Non una misura tendente a socializzare il lavoro riproduttivo e di cura. Fanno proposte esclusivamente di facciata dirette a frenare le importanti mobilitazioni sviluppatesi negli ultimi tempi per evitare che si rivolgano contro di loro, riempendosi la bocca con parole sul “governo femminista”, nello stile tipicamente borghese. 

Altrettanto possiamo segnalare in materia di casa, di amministrazione locale, o nel caso dei diritti civili, nei quali, dopo aver proposto elettoralmente l’abolizione della Legge Mordaza, sulla quale si è basata una linea di dura repressione contro il movimento operaio e popolare, adesso propongono solo di “revocare i suoi aspetti più lesivi”. Non dicono nemmeno una parola neanche sull’art. 135 della Costituzione, che PP e PSOE riformarono notte tempo in modo meschino, nell’agosto del 2011, per includere il principio di stabilità dei bilanci, che lo stesso Pedro Sánchez qualificò come un errore. Adesso non se ne ricorda, chiaramente. 

E cosa dire dell’amministrazione della giustizia. Dopo scandalosi casi con sentenze maschiliste come quella nota in Spagna come “caso de la Manada”, o quello ridicolo di cui si è appena coperta la Corte Suprema, che prima dice che le spese fiscali causate dalle ipoteche devono pagarle le banche, restituendo le quantità riscosse al popolo, per poi cambiare criteri successivamente, riconoscendo la pressione dei poteri economici, il PSOE si è appena accordato con il PP il rinnovamento del Consiglio Generale del Potere Giudiziario, in un esercizio di ostruzionismo politico che comporta un vero imbarazzo. 

Sul piano energetico, ad esempio, in nome dell’”economia verde”, si prosegue lo smantellamento della nostra industria e si rinuncia alla sovranità energetica. Le nostre miniere chiuderanno il 31 dicembre 2018, liquidando l’eroica classe operaia dei minatori. E di seguito chiuderanno le centrali termiche, colpendo migliaia di famiglie lavoratrici e regioni intere senza offrire nessun tipo di alternativa credibile. E che dire del caso di imprese a suo tempo privatizzate, come ALCOA, che adesso pretende di chiudere gli stabilimenti di Asturie e Galizia, gettando per la strada migliaia di lavoratori. I monopoli continuano e continueranno a loro piacimento e sembra che i problemi ambientali, per cui è preoccupata – a ragione – gran parte della popolazione, verranno risolti con pedaggi all’entrata delle automobili nelle grandi città o potendo entrare solo con auto di lusso e di ultima tecnologia, come propone Manuela Carmena nel Municipio di Madrid, o pagando nuovi pedaggi in autostrade e superstrade, come proposto dal ministro Ábalos. Possiamo continuare ad analizzare ognuna delle aree di governo e il risultato sarebbe lo stesso: false illusioni, false promesse, politiche di annunci che si tradiscono il giorno dopo, ecc. 

In sintesi, una politica gattopardiana. Ma conviene tenere in conto di una serie di aspetti che segneranno il corso della lotta di classe e della politica spagnola nei prossimi anni. Il movimento operaio e popolare deve trarre conclusioni. E deve farlo velocemente, perché i rischi e i pericoli che si avvicinano sono grandi. 

La prima questione è caratterizzare correttamente i governi socialdemocratici o governi di sinistra. Sono governi del capitale e servono i monopoli, nessuno deve esser ingannato da false illusioni e gesti ipocriti. E come tale, devono esser combattuti fin dal primo giorno. Il PCPE, lo stesso giorno in cui il PSOE andava al Governo, pubblicava una risoluzione lanciando la seguente parola d’ordine: Nemmeno un minuto di respiro al nuovo governo capitalista! Da allora la pratica ci sta dando ragione. È necessario che le forze comuniste lottino contro questi governi sul fronte ideologico e politico, smascherando le loro proposte, scoprendo i loro inganni, mobilitando le forze operaie e popolari contro il capitalismo e i suoi gestori, relazionando le lotte per miglioramenti immediati nelle condizioni di vita del popolo con il necessario superamento del sistema politico che causa tutti i nostri mali. Non c’è soluzione per la classe operaia e la maggioranza lavoratrice nel quadro del capitalismo, né con una gestione liberale né con una gestione socialdemocratica. 

La seconda questione è caratterizzare correttamente le nuove forze socialdemocratiche, postmoderne, movimentiste, ecc. Presentandosi come si presentano in ogni paese, rappresentano essenzialmente posizioni di taglio piccoloborghese, cercando di aggregare gli strati medi della popolazione e di subordinare il movimento operaio a queste posizioni e di dividerlo attraverso rivendicazioni parziali, particolari, basate su una falsa diversità che si poggia in una assolutizzazione della libertà individuale – tipicamente borghese – che attacca la coscienza di classe, che corrode il movimento operaio. L’esempio spagnolo è chiaro. Dopo il movimento 15-M, dal quale si generò Podemos, vince il Partito Popolare. Podemos canalizza il malcontento negli stretti margini del più rancido parlamentarismo borghese. E, infine, si subordinano completamente alla vecchia socialdemocrazia del PSOE. Giocano, nella Spagna attuale, lo stesso ruolo che i vecchi eurocomunisti svolsero rispetto alla socialdemocrazia, sono una mera stampella dei partiti socialisti.  

E qui, mi devo soffermare sulla posizione particolare che svolge Izquierda Unida, che quadra il cerchio subordinandosi a sua volta a coloro che si subordinano al PSOE. Durante le negoziazioni che portarono all’accordo di bilancio, Pablo Iglesias ignorò spudoratamente Izquierda Unida, che insieme ad essi costituisce il gruppo parlamentare di Unidos Podemos. Quasi potremmo dire che hanno saputo dell’accordo dai titoli di giornale. Bene, la sua posizione per cercare di differenziarsi da Podemos e di giustificarsi davanti alla loro propria base, è una limitata chiamata alla mobilitazione. E dico limitata, perché ciò che pongono è la necessità della mobilitazione per garantire che si compiano questi accordi e conseguire qualche altro obiettivo. In questo modo, subordinano la classe operaia e i settori popolari disposti a lottare all’azione del governo del PSOE. Si pongono e cercano di mettere coloro che lottano sotto bandiera altrui. Questo è stato il contenuto essenziale delle ultime mobilitazioni del 24 e 27 ottobre, nelle quali abbiamo partecipato smascherando il governo, chi lo appoggia e chi cerca di limitare gli obiettivi delle lotte. La classe operaia e il popolo devono seguire una linea indipendente a livello ideologico, politico e organizzativo. Non esiste altro cammino. 

L’ultima questione che vorrei porre è quella del pericolo fascista e la pressione che si esercita sulle forze comuniste sotto l’appello all’unità della sinistra o della riedizione di alleanze antifasciste. Si tratta di un problema internazionale e pertanto la risposta comunista deve avere lo stesso carattere e, per questo, dobbiamo avere ben presente la nostra propria storia. Nel caso della Spagna, la crescita dell’estrema destra ha molto a che vedere con l’incremento del nazionalismo. Di fronte all’assurda deriva delle forze indipendentiste catalane, si acutizza il nazionalismo spagnolo. Si tratta di una guerra di bandiere con la quale si cerca di occultare la lotta di classe. Ma mai bisogna separare la politica dall’economia. Dietro questa crescita del nazionalismo spagnolo si nascondono importanti gruppi imprenditoriali, si nascondono interessi economici strategici rispetto alla nuova crisi economica in gestazione, che hanno a che vedere sia con la repressione del movimento operaio all’interno sia con la competizione internazionale tra potenze imperialiste. A sua volta, la socialdemocrazia è interessata a dividere il voto della destra, ora non solo tra PP e Ciudadanos, ma con il possibile arrivo nelle istituzioni di un partito di estrema destra come Vox, che conta su numerose risorse economiche e con una crescente presenza mediatica. Alla base di tutto questo, si trovano le necessità non soddisfatte del popolo, le aspettative frustrate dalle false illusioni generate dalla socialdemocrazia. Il popolo necessita di soluzioni e l’esasperazione va crescendo, in un momento in cui non ci siamo ancora lasciati alle spalle gli effetti della crisi precedente che già si vedono i nuvoloni di una nuova crisi capitalista. 

Le forze comuniste non devono lasciarsi impressionare. Non si può separare la lotta contro il fascismo dal sistema che lo genera. Insieme alla gestione liberale e quella socialdemocratica, si solleva adesso quella dell’estrema destra. Le linee di continuità, l’interrelazione tra le une e le altre forme di gestione sono chiare. Solo una linea politica che punta al superamento del capitalismo e che combatta tutti i sui sostenitori, ha possibilità di successo. Ed è su questa prospettiva strategica di lotta per il rovesciamento, di lotta per il socialismo-comunismo, sulla quale la classe operaia deve costruire il suo proprio quadro di alleanze. Senza “bastoni e carote”, senza lasciarsi confondere dalle politiche del male minore, che prima o poi si trasformano nel male maggiore. 

3. In Italia, le ultime cifre sulle tendenze economiche segnano il passo, mentre l’economia spagnola sta sperimentando una espansione duratura, superiore alla crescita media dell’eurozona. Come si sono ottenuti questi risultati? È vero che c’è un miglioramento nelle condizioni di vita del proletariato? 

Il capitalismo spagnolo è riuscito a superare la crisi economica a partire dal 2014, quando il Prodotto Interno Lordo (PIL) è cresciuto dell’1,4% dopo una caduta continua nel periodo 2008-2013. Nei tre anni successivi la crescita si è attestata tra il 3,4% nel 2015 e il 3% dello scorso anno. Da allora si percepisce un chiaro rallentamento, con una crescita al momento del 2,5% e un prevedibile incremento del rallentamento per il prossimo anno. 

Non c’è alcuna formula magica, non c’è alcuna “ricetta spagnola”. Questi dati sono stati possibili per una molteplicità di fattori. Il primo e più importante, il brutale incremento del tasso di sfruttamento imposto alla classe operaia spagnola. I salari non hanno smesso di continuare a perdere capacità d’acquisto, indipendentemente dall’evoluzione del PIL e i redditi da lavoro hanno notevolmente ridotto la loro quota sul reddito nazionale, nella stessa percentuale in cui sono incrementati i redditi del capitale. Lo abbiamo detto nel momento in cui scoppiò la crisi, il capitale continuerà la sua guerra contro la classe operaia indipendentemente dal ciclo economico. Gli sforzi che chiedono imprenditori e governo per superare la crisi, non si ricompenseranno nei momenti di crescita, così come è stato. La notevole riduzione dei costi del lavoro ha comportato – e come non poteva esser diversamente – un aumento dei profitti dei capitalisti, come dicono loro, un “miglioramento” della produttività, ossia, si produce di più in cambio di meno. In parallelo si è sviluppato un intenso processo di concentrazione e centralizzazione del capitale, proprio della tappa monopolistica del capitalismo che viviamo. Questo processo si è attuato con particolare virulenza nel settore bancario. Lo stato ha contribuito a questo processo in modo decisivo, dimostrando ancora una volta quali interessi serve, ponendosi interamente al servizio dei monopoli spagnoli. 

Ci sono anche fattori internazionali, approfittando di alcuni fattori come il basso prezzo del petrolio, che ha permesso al capitalismo spagnolo di migliorare la bilancia commerciale e aumentare le esportazioni. Un caso paradigmatico è quello del settore turistico, nel quale l’instabilità di alcuni paesi direttamente connessi con il turismo spagnolo, come può esser il caso della Tunisia, ha permesso che negli ultimi anni si raggiungessero cifre record. Tuttavia, la crescita degli ultimi quattro anni si basa su premesse estremamente deboli. Ad esempio, le esportazioni si vedono chiaramente minacciate dalla crescente ondata protezionista e la guerra commerciale scatenata tra le principali potenze imperialiste. Senza andare molto lontani, varie esportazioni spagnole negli Stati Uniti sono state colpite dalle politiche del governo Trump. Nell’ultimo trimestre le esportazioni spagnole sono regredite dell’1,8% e la cosa non sembra migliorare per il futuro. I dati negativi in Germania e la stagnazione in Francia, o la questione della Brexit, non fanno presagire niente di buono per il capitalismo spagnolo. Dobbiamo aver presente i rapporti fortemente diseguali tra l’economia spagnola e tutti questi paesi. 

Nell’ultimo trimestre la crescita si è basata soprattutto sulla domanda interna. E questo ci ricorda l’inizio della crisi capitalista precedente, perché, come già detto, il potere d’acquisto della maggioranza del popolo da anni è in caduta libera e inoltre sopportiamo un maggior carico fiscale, per cui il consumo interno si può sostenere solo sulla base di una nuova fase di indebitamento delle famiglie popolari. Questo si osserva chiaramente, ad esempio, nel caso del mercato immobiliare, che è tornato a crescere sulle stesse basi e, pertanto, con i piedi di burro. La questione della sentenza della Corte Suprema sulle spese delle ipoteche, che commentavo poco fa, non è estranea a questo. Le banche non dovranno restituire un solo euro a coloro che hanno firmato mutui, ma il governo coglie l’opportunità per approvare un Decreto Reale in base al quale tali spese saranno a carico delle banche. Con questo si lancia un messaggio chiaro: è il momento di tornare a comprare! È il movimento di tornare ad indebitarsi! In realtà, le banche hanno molti modi per recuperare tali costi, al di là di quello che dice Pedro Sánchez, poiché nel capitalismo, come tutti sanno, le banche vincono sempre. Molte delle misure della socialdemocrazia, che si presentano in modo ingannevole come redistributive vanno in questa stessa direzione, ad esempio, l’annunciato aumento del salario minimo interprofessionale a 900 euro e l’aumento delle pensioni secondo l’indice dei prezzi al consumo. Di fronte ai nuvoloni sul piano internazionale, la socialdemocrazia serve il capitalismo cercando di stimolare la domanda interna. È un salto in avanti che porta a un vicolo cieco, che porta allo stesso punto di partenza del 2008, ma in condizioni peggiori per i lavoratori, ecco perché si sta preparando una soluzione politica più dura, più estrema. 

Mentre, le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia non smettono di peggiorare. E questo si riflette nella coscienza. Lo scorso 11 novembre, il quotidiano El País titolava che l’82% degli spagnoli prevedono un’altra crisi economica prima del 2023, curiosamente, e non per casualità, gli elettori socialdemocratici, più esposti alla propaganda del Governo e delle forze che lo appoggiano, erano i più ottimisti. Il nostro Partito lo ha ben chiaro, viviamo in uno scenario di grande fluidità causata da una chiara intensificazione delle contraddizioni che stanno alla base del sistema capitalista. Si avvicina una nuova crisi ancora più intensa della precedente. È nostro dovere prepararci per combattere in questo scenario, per questo stiamo intensificando i nostri sforzi per creare organizzazioni del Partito nei luoghi di lavoro e settori strategici dell’economia, per questo cerchiamo di rafforzare l’organizzazione sindacale della classe operaia, di preservare una linea d’azione indipendente, di curare soprattutto l’organizzazione del partito stesso, di rafforzarci ideologicamente e programmaticamente. Vengono tempi duri e dobbiamo esser preparati per lottare in tutte le condizioni, è una nostra responsabilità. 

4. La “ricetta” spagnola viene presa a esempio da una certa sinistra “moderata” italiana. Dalla tua esperienza come comunista spagnolo, cosa puoi dirci in merito? La linea riformista “socialdemocratica” è praticabile oggi in un paese a capitalismo avanzato come la Spagna? 

La domanda che mi poni è di massimo interesse e noi comunisti dobbiamo esser molto chiari su queste questioni. Già ho parlato su qual è il risultato principale della “ricetta spagnola”: aumentare lo sfruttamento che subiamo, distruggere i nostri diritti lavorativi e sociali, e allo stesso tempo ottenere che gli sfruttati si trasformino in difensori del sistema che li macina guidati da forze socialdemocratiche o di sinistra di vecchio o nuovo stampo. Mentre intanto – e nella misura in cui i problemi popolari non si risolvono – si prepara una uscita reazionaria, una dura soluzione basata nell’alienazione delle masse e nella repressione del movimento operaio. 

Guarda, con il caso spagnolo e la presunta “ricetta” accade qualcosa che abbiamo già visto negli ultimi anni. Ricordo perfettamente quando Syriza vinse le elezioni in Grecia nel 2015. In quei momenti tutta questa nuova sinistra, tutti questi nuovi socialdemocratici, si ammazzavano per farsi fotografare con il signor Alexis Tsipras. Era qualcosa di incredibile, che non poteva non far provare vergogna. Ricordo quel falso referendum sull’accettare o no il memorandum e la tremenda pressione che si esercitò contro i compagni del Partito Comunista di Grecia. Pablo Iglesias e i leader di Izquierda Unida si disputavano la fotografia e attaccavano furiosamente la coraggiosa posizione del KKE. Oggi, ciò che rimane da tutto questo, è la coerenza dei comunisti greci, che previdero ciò che stava succedendo, e ovviamente la tremenda figuraccia di tutti i suoi critici, inclusi quelli che criticavano di un presunto “fuoco amico”, che sono i più patetici di tutti.   

Ovviamente, la gestione di Syriza oggi non viene portata come esempio da nessuno che vuole rivolgersi alla classe operaia e al popolo. Quindi sorge un altro modello, le coalizioni alla portoghese. Si presentano alcune misure concrete per giustificare l’ingresso delle forze comuniste nei governi capitalisti o, almeno, nel dargli appoggio. Si incorre in una chiara manipolazione basata nello scambiare la parte per il tutto. Si presenta una misura concreta isolata dalla realtà in cui vive la classe operaia, mentre si mantiene invariato lo sfruttamento capitalista e gli impegni di questi paesi con criminali alleanze imperialiste come l’Unione Europea e la NATO. Cercano di convincerci che è possibile convertire il lupo in vegetariano accarezzandogli la schiena, quando in realtà sono i monopoli che accarezzano le forze che ottengono questo tipo di compromesso con la gestione capitalista, è una forma di addomesticamento, di cooptazione e disarmo delle forze rivoluzionarie. Qualcosa di molto simile a quando ci dicono che è possibile costruire il socialismo-comunismo prendendo misure di taglio capitalista, estendendo le relazioni mercantilistiche di produzione. Tutto questo fa parte dello stesso processo, è il fronte ideologico della lotta di classe e qui non esiste un terreno neutrale. Come ci insegnò Lenin, tutto ciò che significa abbassare le posizioni proletarie significa rafforzare le posizioni della borghesia. 

E adesso cercano di portare come esempio il Governo spagnolo! La gestione socialdemocratica può mettersi in marcia, ovviamente sì. E precisamente, può mettersi in marcia perché è una via capitalista, solo con l’ipocrita appello al sostegno della classe operaia. E questo si può fare in un paese capitalista più o meno sviluppato. Il problema è che la gestione riformista che propone la socialdemocrazia non risolverà realmente e in modo duraturo nessuno dei problemi dei lavoratori e delle lavoratrici, nessuno dei problemi del popolo. E spianerà inoltre il cammino per altre forme di gestione, come quella liberale e dell’estrema destra, che crescono sulle rovine dei tradimenti e delle false illusioni seminate dalla socialdemocrazia e dagli opportunisti di ieri e di oggi. 

Nessun partito comunista che si sia compromesso nella gestione capitalista è uscito indenne. Alcuni hanno avuto importanti contraccolpi elettorali. Altri si sono mutati in forze socialdemocratiche, indipendentemente da come si denominano. Altri semplicemente sono scomparsi. Abbiamo molto chiaro che questo percorso non conduce da nessuna parte. Ovviamente ogni partito è liberissimo di adottare la strategia che considera opportuna, ma anche noi altri abbiamo la libertà di esprimere fraternamente i nostri punti di vista e in più considero che è nostro dovere internazionalista avvertire sui vicoli ciechi a cui conducono certe pratiche. Il PCPE non si lascia subordinare. Il movimento comunista spagnolo, come quello italiano, ha sofferto sulla propria pelle il costo di queste politiche, che introdusse a suo tempo l’eurocomunismo. Abbiamo pagato un alto prezzo e sappiamo molto bene che alcuni cammini conducono nel precipizio e non siamo disposti a compierli di nuovo.  

Spero di aver aiutato con questa intervista a chiarire ciò che realmente sta accadendo in Spagna. Auguro al fratello Partito Comunista, ai comunisti italiani, i maggiori successi nella lotta e vi trasmetto il fraterno saluto della nostra militanza. Saremo insieme a voi nelle decisive lotte che nei nostri rispettivi paesi stanno per arrivare.  

Molte grazie, compagno! Ricambiamo i fraterni auguri comunisti!  

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