Sulla demagogica distribuzione dei terreni alle coppie con tre figli. La risposta di un contadino.

 

Distribuzione gratuita dei terreni demaniali alle coppie sposate che faranno il terzo figlio, una sorta di comodato gratuito della durata di vent’anni.

Ecco la lungimirante proposta del ministro alle politiche agricole, al fine di rendere produttivi il mezzo milione di ettari di terreni demaniali, incentivando le natalità delle famiglie italiane. Sembra un romantico richiamo alla terra e un concreto aiuto per quello che dovrebbe essere il settore trainante della nostra economia.

In realtà il nostro caro ministro, con una laurea in scienze politiche forse non sa che i terreni in questione sono nella quasi totalità, terreni marginali, ovvero improduttivi, per infertilità dei suoli, per scarsa meccanizzazione , per mancanza di sistemi irrigui…

Infatti, i terreni fertili e produttivi sono stati già venduti o affittati dall’agenzia del demanio, con il progetto “terre vive”. Quello che rimane è un peso sul groppone dello Stato che in questo caso spaccia per opportunità in funzione del lavoro e della crescita. Quello che non sa il leghista Gian Marco Centinaio e gli attivisti penta stellati che sostengono con entusiasmo, questa illuminata politica del fare è che la loro proposta è un vero e proprio insulto all’intelligenza, al settore agricolo in perenne crisi che esigerebbe ben altre proposte e alle famiglie italiane in difficoltà.

Ritornando alla proposta, dovreste sapere che un incentivo del genere è rivolto a famiglie disoccupate, che hanno già due figli, perché chi anche vagamente ha una idea di cosa voglia dire lavorare la terra sa che una tale attività è incompatibile con altri lavori che possono essere svolti in città. Questo vuol dire che ad una famiglia, con due figli, già in difficoltà, lo Stato chiede di fare il terzo figlio, per appioppargli sul groppone, un bel pezzo di terra incolto che, se tutto va bene, dopo averlo miracolosamente reso produttivo, indebitandosi con le banche, vendendo i propri beni e magari impiantando un bell’uliveto che dopo dieci anni inizierà a produrre e a ripagare gli enormi debiti che si sono contratti, al ventesimo anno bisognerà restituirlo!

Certo, L’illustre ministro potrebbe suggerire di ricorrere alle numerose risorse economiche distribuite con i rigidi progetti del “piano di sviluppo rurale”. Peccato che la progettualità di queste risorse è rivolta alle grosse aziende, a chi ha già del capitale da investire e certamente un ettaraggio di molto superiore alle superfici che la brillante proposta intende distribuire. Infatti, anche la misura del primo insediamento che da un bonus a fondo perduto, dovrà essere legata ad altre misure, non interamente a fondo perduto e quindi, necessiterà di un bel gruzzoletto che bisogna avere a priori.

Sembra ovvio ai meno sprovveduti che questa chiamata alla terra e alle nascite, altro non è che l’ennesima ignorantissima fanfara populista, atta a strumentalizzare tematiche che nell’immaginario collettivo, riscuotono consenso.

L’ultima distruzione delle terre, risale alla riforma agraria degli anni ’50. Vennero distribuite terre incolte, di pochi ettari, insufficienti all’auto sostentamento, lontane dalle città d’origine degli assegnatari e in molti casi, prive di vie d’accesso e acqua. Questa promessa di una terra tanto desiderata, riuscì in Sicilia a sedare il movimento di lotte per la terra che aveva compiuto quasi sett’anni, con un filo rosso che partiva dai fasci siciliani dei lavoratori di fine ‘800 e terminava dopo il grande periodo delle occupazioni delle terre, delle stragi dei sindacalisti, dell’eccidio di Portella della Ginestra, con la riforma degli anni ’50.

Molte sarebbero le cose che si dovrebbero fare: Dalla distribuzione delle terre demaniali, con un piano pascoli che metta fine alla violenza e prevaricazione della pastorizia sull’agricoltura. Alla creazione di un piano di distribuzione delle acque irrigue serio e accessibile. Ripristino delle vie di comunicazione, costruzione di infrastrutture logistiche per la trasformazione e vendita delle produzioni agricole…

Bisogna che ci sia un intervento statale sul mercato, perché sia il mercato che si adegui alle reali esigenze dei territori e non il contrario. Oggi abbiamo un sistema di produzione a basso costo che si basa sullo sfruttamento sconsiderato della terra e della manodopera sottopagata, chi non si adegua viene tagliato fuori! Inutili le leggi sul caporalato, perché l’alternativa è l’abbandono. Piccole, virtuose e resistenti realtà rurali, si ritagliano delle fette di sostenibilità lavorativa, mettendosi in diretta comunicazione e vendita con le città, ma è solo una goccia nell’oceano e le normative, in ogni caso remano contro.

a terra è di cu a travagghia” (la terra è di chi la lavora) questo motto guidò una stagione di lotte che risollevò le sorti dei nostri territori e dei nostri nonni, ma avvenne dopo aver maturato una consapevolezza politica e di classe che in questo scuro periodo è solo un nostalgico e lontano ricordo.

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