A chi appartiene l’Africa?

Tratto dall’intervento di Carlo Bonaccorso al dibattito “La guerra tra poveri la vincono i padroni” alla IV Festa regionale del Partito Comunista fed. Sicilia, Palermo, 13/10/2018

Il fenomeno migratorio è senza dubbio uno dei temi, anzi IL TEMA che oggi occupa spazio nei media e nei dibattiti politici. Ma di cosa si parla? Un po’ di tutto e un po’ di niente.

Sì perché andare a pescare dentro tanta retorica una posizione coerente e soprattutto utile a comprendere realmente il fenomeno, è cosa difficile. Il decreto sicurezza e immigrazione promosso dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini e fresco di firma da parte del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, rappresenta in pieno quel pensiero anti immigrazionista di chiaro stampo repressivo, utile solo a scatenare una guerra tra poveri.

Grazie ad una sinistra incapace di uscire dagli slogan pro immigrazione, sorda alle richieste di aiuto da parte di una classe lavoratrice ridotta ormai allo stremo, ci ritroviamo oggi un governo M5S-Lega che alla fin fine continua a perseguire quelle politiche favorevoli solo al capitalismo.

Di fatto, la classe lavoratrice continua a essere vittima di un sistema che la priva delle conquiste ottenute negli anni passati. Aziende che delocalizzano, lasciando per strada migliaia di lavoratori, oppure, per rimanere nel tema accoglienza, basta andare a vedere la situazione in cui versano i tanti operatori sociali, costretti a lavorare senza vedere stipendi e spesso in condizioni vergognose, tutto per colpa di una gestione che fa acqua da tutte le parti. Tanto per fare degli esempi.

Eppure, in Italia, la causa principale dei problemi, sembra risiedere nell’immigrato brutto, sporco e cattivo che, “abituato alla schiavitù”, arriva in Italia ingrossando le file di coloro che favoriscono il caporalato nelle campagne.

La cultura occidentale, senza cadere nella retorica da due soldi, ha da sempre considerato l’Africa e l’africano come una merce. Quei migranti economici, tanto osteggiati dal vecchio continente, sono in realtà le prime vittime di una colonizzazione che oggi più che mai, tiene in catene i popoli africani.

L’ITALIA IN AFRICA

Oltre alle missioni militari (di cui l’ultima denominata “Misin”, in Niger, è partita a settembre [vedi qui, N.d.R.]) giustificate con prestesti quali “lotta al terrorismo” o “ai trafficanti di esseri umani”, ma che in realtà mirano ad accrescere la propria influenza su un territorio, il nostro paese in Africa è abbastanza attivo grazie alla presenza di aziende che fatturano milioni e milioni di euro. Petrolio, gas liquido, armi, costruzioni, tutti settori proficui e redditizi.

L’ENI, Ente Nazionale Idrocarburi, è presente in 14 paesi africani (Algeria, Egitto, Nigeria, Angola, Repubbluca del Congo, Ghana, Libia, Mozambico, etc). In particolare, in Africa Orientale, Mozambico nello specifico, l’azienda ha siglato un contratto di cinque anni nell’area 4 del bacino di Rovuma con capacità di 140/180 trilioni cubici di piedi, per lo sviluppo di siti off-shore ai fini di estrazione di gas liquido. La vendita del 25% di interessi indiretti alla Exxon Mobil (USA), conferma il primato che l’azienda ha nella zona. Altro contratto in Algeria, nell’area Berkine (sud est) per esplorazioni di gas e petrolio.

Tra l’altro, l’ENI è sotto processo insieme alla Royal Dutch Shell per l’affare OPL 245; entrambe vengono accusate di versamento di fondi illeciti (circa 1 miliardo di dollari) per il tentativo di acquisizione di un blocco petrolifero in Nigeria.

Altro settore redditizio, quello delle armi, vede un’altra azienda italiana la Leonardo – Finmeccanica, fortemente impegnata nel continente africano. Vendita appunto di armi, ma anche servizi di sicurezza, come l’appalto vinto in Congo dalla IA4P (Italian Alliance for Ports, gruppo di compagnie attive nella logistica ci cui la Leonardo è leader) per la creazione di un sistema di sicurezza marittima integrato nel porto di Pointe Noire (vedi qui).

In barba alla legge 185/90 (che vieta la vendita di armi da parte di aziende italiane a paesi in guerra o in alte spese militari), questo settore cresce sempre di più.

Angola, Congo, Marocco, Sudafrica, Kenya, Mali, Ciad, Namibia, Etiopia, Nigeria, Ghana, Senegal, Mozambico, tutti paesi che hanno acquistato armi da imprese italiane (dati al 2016).

Ma non finisce qui. Il nostro paese è pienamente coinvolto anche nel fenomeno del Land Grabbing, ovvero, l’accaparramento delle terre fertili da parte di stati e multinazionali. Secondo il rapporto di Focsiv (qui) in collaborazione con Coldiretti, dagli inizi di questo millennio, 88 milioni di ettari di terre sono stati “acquistati” in tutto il mondo.

Nello specifico, l’Italia ha investito su un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 stati (di cui la maggior parte africani) in special modo, nell’agro industria. Il gruppo Tozzi, ad esempio, possiede più di 50mila ettari, la Senathonol, joint venture italo senegalese, che ne possiede 26mila.

Questo triste fenomeno, che vede coinvolti diversi stati occidentali in ogni parte del mondo, mira all’acquisizione e alla espropriazione di terre per lo sfruttamento e la realizzazione di aree turistiche o industriali. Oppure, come nel caso del Mozambico (cui arriveremo tra poco), per la trasformazione in grandi piantagioni a monocoltura dove i contadini, una volta espropriati, lavorano a cottimo.

Tra gli investitori maggiori, oltre l’Italia, ci sono USA, Gran Bretagna, Olanda, Cina, Emirati Arabi, ma anche paesi emergenti come India e Brasile. Tali investimenti avvengono in Africa, Asia, America Latina (dove tale fenomeno viene chiamato estrattivismo).

Il Land Grabbing mira principalmente alla produzione a monocoltura a costi bassi per il mercato internazionale, producendo un enorme danno ai lavoratori della terra di tutto il mondo. Migliaia di famiglie, comunità locali, piccole medie imprese agricole, sono vittime di questo sistema che impedisce loro di poter vivere dignitosamente. I governi locali spesso corrotti, vendono ettari a dieci euro ciascuno, senza farsi scrupolo di chi per anni quelle terre le ha coltivate.

In Uganda, l’inglese New Forest Company, azienda inglese di legname, ha costretto più di 26mila famiglie a lasciare le loro terre.

Il caso citato prima del Mozambico mostra chiaramente di cosa parliamo. Il governo di questo paese, tra il 2009 e il 2011 ha concesso al Consorzio Pro Savana 102mila km quadrati di terra arabile nella provincia di Nampula per l’introduzione di piantagioni in stile brasiliano. Composto da imprenditori giapponesi e brasiliani, con il coinvolgimento di imprenditori locali, il mega progetto prevede la trasformazione di tutta la zona in distese di soia e iatropha per l’agro business.

Grazie alla protesta attiva del movimento Nao ao ProSavana, composto da coltivatori e sindacalisti e con l’appoggio dei missionari comboniani, il progetto è rimasto congelato per un po’ ma adesso sembra sia ripartito. Per di più, questa zona è già stata presa di mira da altri colossi agro industriali che hanno tolto ettari di terre, lasciando in povertà la gente dei villaggi limitrofi. In un paese dove la varietà di coltivazione è una ricchezza (manioca, cocco, fagioli, banane, ecc.), produrre a monocoltura significa distruggere una economia locale, solo per il mercato internazionale. Così nascono i migranti economici. Grazie al neocolonialismo.

CONCLUSIONI

L’imperialismo dei paesi occidentali in Africa, di fatto, toglie ai popoli la possibilità di sopravvivere o comunque di non poter vivere dignitosamente. Quei migranti economici che l’Europa tanto odia, altro non sono se non il prodotto terrificante di queste politiche imperialiste. L’uso di manodopera a bassissimo costo da parte delle multinazionali e la quasi inesistenza di una concorrenza locale, impediscono uno sviluppo economico. Il colonialismo del passato ha lasciato posto ad un neocolonialismo economico e finanziario che strozza i paesi africani con i debiti e li costringe ad un perenne immobilismo.

Non c’è nessuna guerra, nessuna persecuzione, l’individuo “semplicemente” non ha di che vivere perché la sua terra appartiene agli imperialisti.

Thomas Sankara diceva:

«Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico in comune».

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