Al via la missione militare dell’imperialismo italiano in Niger

Nella giornata di ieri (20 settembre) è definitivamente partita la missione militare italiana in Niger che prevede l’invio inizialmente di 120 militari per arrivare a 470 da impiegare a rotazione con una media annuale di 250 soldati (nei programmi originari). Ad annunciarlo è stata la stessa ministra della Difesa, Elisabetta Trenta su Facebook e – secondo quanto riportato da La Stampa – da qualche giorno sono nella capitale del paese centrafricano i primi tre team di addestramento (di circa 10 esperti ciascuno).

L’operazione “Misin”, decisa dal precedente governo PD a guida Gentiloni, vede impegnati esercito, aeronautica e Carabinieri nell’addestramento delle forze di sicurezza locali (forze armate, gendarmeria nazionale, guardia nazionale e forze speciali) e si svilupperà, almeno per ora, principalmente all’interno della base militare USA alla periferia della capitale, Niamey, e non più in quella francese come inizialmente ipotizzato. Già da dicembre del 2017 un gruppo composto da 40 militari era presente in Niger nella base americana.

La missione venne approvata dal parlamento lo scorso gennaio nel cosiddetto “decreto missioni” e aveva visto il voto contrario del Movimento 5 Stelle e l’astensione della Lega. Una volta al governo, questi due partiti hanno cambiato radicalmente posizione su questa missione (così come per le altre già in corso) dando l’ennesima dimostrazione della loro volontà di essere in continuità sulle questioni strategiche dell’imperialismo italiano che accomuna tutti i partiti borghesi. Non è un caso che, naturalmente, le parole della pseudo opposizione del centrosinistra siano quelle di rimproverare all’attuale governo di «rivendersi tutto a proprio merito» invece di «riconoscere il lavoro di chi è venuto prima», come espresso da Tatjana Rojc, membro della commissione Difesa del Senato. 

Per mesi la missione è rimasta bloccata per l’opposizione del governo del Niger, nel quadro delle frizioni e competizione inter-imperialista tra Italia e Francia (in particolare sulla confinante Libia), e si è sbloccata solo recentemente a seguito delle visite di giugno del premier Conte e di luglio del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, con opere di convincimento per ottenere il “via libera”, ossia investimenti e finanziamenti miliardari sotto il mantello di “aiuti alla popolazione” di cui vedremo godere imprese italiane e europee e l’amministrazione governativa locale, insieme a “compromessi” con le forze già in campo (Francia e USA su tutti). Secondo il sito analisidifesa.it, la missione potrebbe esser ridimensionata nei numeri ma indipendente dall’operazione francese Barkhane.

Il Niger è strategico per la sua posizione geografica (a cavallo tra Mali, Burkina Faso, Libia e Nigeria), dove insistono molto forti gli interessi diretti dell’imperialismo francese, sua ex colonia, in particolare per lo sfruttamento delle miniere di uranio di cui è quinto produttore al mondo, soddisfacendo il 50% del fabbisogno francese attraverso la multinazionale Areva, e con una forte presenza militare di 4.000 soldati nell’ambito dell’operazione Barkhane. In un paese dove il 60% della popolazione locale sopravvive sotto la soglia di povertà, non solo l’uranio, ma anche petrolio (con Total e Shell su tutti), diamanti, oro (seppur in misura minore) rappresentano un business nel quale si intersecano gli interessi francesi, americani, tedeschi, russi, cinesi e delle élite corrotte locali.

Sotto il mantello della lotta “ai flussi migratori, ai trafficanti di esseri umani e al terrorismo”, come nei proclami prima di Gentiloni e oggi della Trenta, l’imperialismo italiano in realtà cerca di allargare la sua sfera d’influenza oltre l’area del Mediterraneo, scendendo direttamente sul campo di battaglia (dopo la Libia) in una zona strategica – quella del Sahel – dove sono molteplici gli attori in gioco e in un paese progressivamente sempre più militarizzato.

Limes, dicembre 2017

Oltre i francesi, che hanno costruito una base a Madama (ai confini con la Libia), tra i paesi principali ci sono anche Gran Bretagna, Germania, Canada e soprattutto gli USA, che da anni conducono la cosiddetta “Guerra dei Droni”, presenti con 800 effettivi a terra con gli avamposti di Zinder, Dirkou, Oullam, Anguelal, Dirkou, Diffa, mentre una base aerea è in costruzione nel deserto, a circa 450 miglia a nord-est di Niamey ad Agadez (non lontano da Mali, Algeria, Libia e Ciad). La Germania ha circa 650 soldati in Mali, che agiscono con un avamposto in Niger con una base logistica militare a Niamey. Francia e Germania condividono “l’Alleanza per il Sahel”, un accordo firmato lo scorso anno con il sostegno della Banca mondiale e delle Nazioni Unite, nel quale implementano la loro influenza nell’area dietro l’obiettivo dichiarato di “rilanciare lo sviluppo dei paesi della regione sahelo-sahariana”.

Dal 2017 nella regione è attiva una forza armata congiunta dei paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Chad, Burkina Faso e Mauritania), con il benestare dell’Unione africana e delle Nazioni Unite, con il supporto con propri contingenti e/o finanziariamente l’UE (Francia, Germania e Italia in testa), USA, Canada, Giappone, ma anche Arabia Saudita e Emirati Arabi in chiave anti-Qatar, e altri, per un complesso di diverse centinaia di milioni destinati alla forza multinazionale del Sahel. In questo quadro operano i vari contingenti militari imperialisti, sottoforma di supporto ed addestramento degli eserciti del G5 Sahel che professa l’obiettivo di rafforzare il “legame tra sviluppo economico, stabilità e sicurezza” combattendo “la minaccia dei gruppi terroristi jihadisti, i flussi migratori e i trafficanti di esseri umani”. Questo il contesto in cui opererà la missione italiana, ufficialmente no-combat ossia non direttamente impegnata nella prima linea al contrario ad esempio dei militari francesi e statunitensi che, pur operando allo stesso sotto la copertura dell’addestramento e supporto, agiscono con gli eserciti del G5 Sahel direttamente anche nei combattimenti.

«L’Italia entrerà in pieno supporto del governo nigerino e assisterà le autorità locali attraverso unità di addestratori, uomini e donne delle Forze Armate con alte specialità e professionalità, articolati in Mobile Training Teams che formeranno le forze nigerine al fine di rafforzare il controllo sul territorio», ha scritto la ministra Trenta. L’obiettivo, prosegue, è «arginare insieme la tratta di esseri umani e il traffico di migranti che attraversano il Paese, per poi dirigersi verso la Libia e in definitiva imbarcarsi verso le nostre coste», precisa nel comunicato su facebook corredato da una “umana” foto degli “aiuti” (il mito del “colonialismo buono” che non tramonta mai) in partenza il 19 settembre dall’aeroporto di Pisa verso il Niger. Sulla carta quindi una missione di addestramento delle forze armate locali e di pattugliamento dei confini, in realtà vista anche la complessità dello scenario in cui agirà non si può di certo escludere un coinvolgimento più diretto in futuro.

Come si legge sul sito della difesa la missione ha il compito «di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area». Ma fuori dalla retorica con cui si accompagnano questi interventi, la realtà è che l’unica sicurezza che esiste è quella legata agli interessi delle multinazionali, non quella dei lavoratori e dei popoli che subiscono questo tipo di interventi che perpetuano e inaspriscono instabilità, conflitti, impoverimento e sfruttamento cause dell’immigrazione stessa.

Spesso dimenticato, l’Italia è il principale paese europeo per investimenti diretti esteri in Africa per un valore intorno agli 11 miliardi, dietro solo a Cina e Emirati Arabi nel complesso (si trovava al 170esimo posto nel periodo 2009-2014), con l’ENI, attiva in 16 paesi africani con oltre 8 miliardi di investimenti, ad essere tra i principali player energetici del continente dal quale giunge in Italia oltre il 50% della produzione di gas e petrolio.

Con il forte mantello ideologico della retorica anti-immigrati, il governo M5S-Lega crea l’ambiente ideale per implementare e partecipare ai piani, guerre e interventi imperialisti enfatizzando il cosiddetto “interesse nazionale”, con il quale i governi giustificano sempre le proprie mosse, che non è altro che difesa degli interessi delle grandi compagnie energetiche e minerarie nell’ambito della spartizione del continente africano nel quale l’imperialismo italiano reclama maggior spazio nell’ambito dei conglomerati imperialistici di UE e NATO che si accompagna ai tagli della spesa sociale e alle politiche antipopolari nel nostro paese e a sempre più pericolose frizioni e dispute interimperialiste su scala internazionale.

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1 Comment

  1. c’è poco da dire, almeno qualcuno come me, sa che tutto il marasma globale altro non è che il frutto d’intrighi internazionali che servono ad ogni singola nazione, per i propri interessi. se si pensa che solo il fatto degli aiuti alle popolazioni, è un grande affare, dice tutto. si vendono armi per farli ammazzare per lo sfruttamento minerario, faunistico e boschivo, poi arriva la croce rossa e altri aiuti cosi detti umanitari……e tutte le belve mangiano sulla carcassa.

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