Intervista a Davide Vannini, operaio Bekaert: «Presidiamo la fabbrica per impedire che portino via i macchinari»

Intervista a Davide Vannini, operaio della Bekaert di Figline Valdarno (FI) in lotta contro la chiusura dello stabilimento ex Pirelli e la delocalizzazione in Romania decisa dalla direzione della multinazionale belga che mette a rischio il posto di lavoro di 318 lavoratori.

1.      Davide, puoi spiegarci cosa sta accadendo ai lavoratori di Bekaert? 

Il nostro stabilimento produce lo steelcord, ovvero la cordicella metallica impiegata all’interno degli pneumatici, da quasi sessant’anni. Fino a quattro anni fa rappresentavamo l’eccellenza della Pirelli per quando riguarda questo prodotto, perché a Figline Valdarno c’era il laboratorio per la ricerca e sviluppo dei nuovi prodotti. Negli anni, grazie alle nostre competenze, abbiamo contribuito ad avviare vari stabilimenti produttivi in tutte le parti del mondo. Quattro anni fa Pirelli ha venduto tutto il comparto Steelcord (oltre al nostro, altri 4 stabilimenti: in Cina, in Romania, in Turchia e in Brasile) alla multinazionale belga Bekaert, che è pertanto divenuta monopolista in Europa e leader nel mondo per la vendita di steelcord. In questi anni sotto la proprietà Bekaert abbiamo continuato a sviluppare nuovi prodotti e contemporaneamente a produrre soprattutto per Pirelli, la quale, grazie agli accordi privilegiati stipulati contestualmente alla vendita, ci acquistava la cordicella a prezzi estremamente concorrenziali. 

Quest’anno, improvvisamente, è saltato fuori un deficit – a detta della proprietà – insostenibile (si parla di una perdita di 5 mil. di euro) che Bekaert poco e nulla ha fatto per contrastare e del quale anzi abbiamo faticato parecchio per ottenere i dettagli; finché siamo arrivati al 22 giugno scorso, in cui di buon mattino si è presentato il numero 2 del board della multinazionale, scortato da due guardie del corpo prezzolate all’aeroporto. Con una riunione di 25 minuti la nostra Rsu è stata liquidata, con tre slide hanno dichiarato che il deficit strutturale è irrisolvibile e dichiarato la cessazione di ogni attività in fabbrica. 

Il passaparola immediato ci ha permesso di assediare la palazzina della dirigenza, mentre già stavano accorrendo tutti i sindaci del Valdarno e le rappresentanze sindacali, insieme a vigili urbani, carabinieri e digos. Le istituzioni tentavano di far ritirare la procedura di licenziamento che da lì a 75 giorni lasciava in mezzo a una strada 318 persone, più altre 100 dell’indotto, ma ricevevano solo arroganza e disprezzo nei confronti dei lavoratori e dell’intero territorio. Infine il manager otteneva di lasciare la fabbrica a bordo di un’auto dei carabinieri, con la quale sfuggiva all’“abbraccio” dei suoi dipendenti. Insieme a lui se la davano a gambe, la ventiquattrore stretta al petto, anche il nostro capo del personale e il direttore della Bekaert Italia, lasciando lo stabilimento senza guida e allo sbando. 

Contemporaneamente a casa ci stavano recapitando le lettere di licenziamento, a noi che eravamo di turno e a coloro appena smontati dal turno di notte. In questa situazione ci siamo trovati, dimostrando un grande senso di responsabilità, a dover fermare gli impianti e i forni, e mettere in sicurezza le centrali termiche e elettriche, prima di dichiarare uno sciopero con assemblea permanente e continuare a presidiare la fabbrica.  

2.      Qual è stata la reazione dei lavoratori e quali forme di lotta avete intrapreso contro questo ennesimo atto di arroganza da parte dei padroni? 

Le istituzioni si sono mosse subito: è stato convocato un incontro urgente in regione, durante il quale sindacati e istituzioni hanno delineato la trattativa da portare il 26 giugno al ministero del lavoro, dove, ancora una volta però, la proprietà mostrava tutta la sua arroganza, non presentandosi al tavolo. Era il secondo affronto ai lavoratori, al territorio e anche al governo che convocava un nuovo incontro per la settimana successiva. In serata noi lavoratori terminavamo lo sciopero e rientravamo nei reparti, mettendoci a disposizione del datore di lavoro.  

La sera del 30 giugno un corteo infinito partiva dal nostro stabilimento per arrivare in piazza Marsilio Ficino: tutto il Valdarno, un’intera comunità, si stringeva a fianco di noi, delle nostre famiglie e di uno stabilimento che per anni è stato un simbolo per tutta la vallata.  

Il 4 luglio tutti i metalmeccanici della provincia hanno scioperato, a Firenze, durante l’incontro in Confindustria, quando abbiamo cercato di portare anche Pirelli davanti alle proprie responsabilità, dal momento che è impensabile che non fosse a conoscenza, visti gli accordi commerciali stipulati al momento della cessione, delle intenzioni del compratore. 

Il 5 luglio nuovo incontro al MISE, dove questa volta il padrone si presentava, ma solo per ribadire, anche davanti al ministro, il rifiuto di annullare la procedura di licenziamento. Il ministro, davanti all’ennesimo atto di protervia, dichiarava che avrebbe fatto del governo il “primo sponsor negativo” della Bekaert, e anche noi iniziavamo una campagna di boicottaggio contro i prodotti dell’azienda, che spaziano dalle reti per recinzioni alle gabbiette dei tappi dello spumante. 

A livello europeo ci sono state interrogazioni da parte di alcuni parlamentari di centrosinistra e una discussione al CAE (comitato aziendale europeo) nella quale è stato nominato un perito di parte che avrà accesso ai dati di bilancio per verificare eventuali irregolarità, in particolare sulle modalità con cui è stato “creato” il deficit e sull’acquisizione che ha di fatto imposto un monopolio a livello europeo. 

3.      Prima di tale decisione da parte dell’azienda quali erano le condizioni di lavoro nella fabbrica? 

Negli ultimi anni le condizioni di lavoro erano molto peggiorate: dopo l’acquisizione da parte di Bekaert c’era stata una prima ristrutturazione in seguito alla quale 53 persone furono licenziate e contemporaneamente furono aumentati i carichi di lavoro per far fronte alla richiesta di produzione. Inoltre ci fu imposto un cambio di turnazione che prevedeva il lavoro a ciclo continuo 7 giorni su 7, fino ad arrivare a pochi mesi fa quando i 23 contratti a termine non venivano riconfermati e venivano spostati in produzione alcuni addetti alla manutenzione, cosa che si ripercuoteva inevitabilmente sull’efficienza generale dello stabilimento. Tuttavia niente lasciava presagire una fine così improvvisa, tanto più che lo scorso aprile, sempre davanti al ministero, l’azienda aveva confermato che c’erano le commesse fino al 2020 e che la settimana precedente alla chiusura ci veniva corrisposto il premio di risultato.   

4.      In estate continuerete a presidiare la fabbrica contro il rischio di smantellamento e di delocalizzazione dei mezzi di produzione? 

Certo. In agosto chiudiamo per ferie e il timore è proprio che la proprietà non aspetti altro per saldare i cancelli o mettere le guardie all’interno per impedirci di rientrare e smantellare così i macchinari con calma. Per impedirlo siamo pronti a presidiare giorno e notte gli impianti e dovremo mettere in atto delle iniziative per avere la cittadinanza insieme a noi in quel periodo. Pensiamo a eventi, cene di solidarietà, concerti. Inoltre abbiamo avuto assicurazione da circoli ARCI e comitati antifascisti della zona che sono pronti a darci un sostegno. Credo che non saremo soli.  

5.       Quale può essere secondo voi la soluzione migliore contro questo ulteriore attacco da parte dei padroni contro i diritti dei lavoratori? 

Credo che una risposta a un problema che oggi è nostro, ma nel quale domani potrebbero ritrovarsi molti altri, la possa dare solo il governo. Davanti alla violenta ingiustizia che è stata perpetrata alla comunità valdarnese, poiché si è trattato di uno strappo che può rappresentare un precedente pericolosissimo per chiunque, credo che il governo possa, e debba, fare la voce altrettanto grossa, mettendo in essere qualsiasi atto in grado di porre un freno alla protervia dei padroni e alla feroce presunzione di questa multinazionale che, dopo averci depredato delle nostre capacità, delle nostre conoscenze e dei nostri brevetti, crede di fare terra bruciata qui per andare a produrre in altri paesi. Quindi, abbiamo deciso di redigere noi, con l’aiuto dei sindacati, un decreto legge da presentare al ministero, nell’incontro che potrebbe essere decisivo per risolvere la situazione. Chiederemo che venga reintrodotta la norma che ci permetterebbe di accedere agli ammortizzatori sociali anche in caso di cessazione di attività, come avveniva prima dell’introduzione del jobs act. Chiederemo inoltre che in caso di cessazione attività per delocalizzazione la proprietà sia obbligata a bonificare il sito e gli impianti con tutti i costi che comporta.

Ad oggi la multinazionale belga Bekaert non ha voluto accettare nessun tavolo di trattativa concreto. L’azienda si è difatti risolutamente rifiutata di ritirare la procedura di chiusura immediata ma solo di posticiparla di qualche mese e annullare con ciò i 318 licenziamenti. Bekaert si è invece resa disponibile ad avviare una trattativa economica: in pratica dice: “quanti soldi volete per rinunciare alla vostra dignità, al vostro lavoro, al futuro economico di un intero territorio?”  

La nostra risposta è che siamo stufi di chi continua a provare a mettere un prezzo ai nostri diritti fondamentali! 

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In tutto questo il ministro Di Maio non si è mai fatto vedere, evidentemente è più facile continuare a fare campagna elettorale e vendere fumo piuttosto che affrontare i veri problemi che affliggono i lavoratori.

Come Partito Comunista apprendiamo e facciamo nostro l’appello per il presidio davanti ai cancelli dal 5 al 19 agosto durante il periodo di chiusura dell’azienda, saremo presenti e proveremo a dare ancora più forza al presidio. Tutto questo per evitare che vengano portati via i macchinari dalla fabbrica e per far vedere che i lavoratori uniti con la lotta possono provare a cambiare il corso degli eventi. 

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