La dignità dei lavoratori non può esser elargita da un governo dei padroni. Solo l’organizzazione e la lotta paga

21/02/2016 Roma, Rai, trasmissione televisiva in Mezz'Ora, nella foto Luigi Di Maio

Il governo Lega-5 Stelle, dopo essersi smascherato in politica estera (vedi qui e qui), ora mostra il suo vero volto antipopolare anche in politica economica – e non poteva essere diversamente. Vediamo in dettaglio cosa prevede il “decreto dignità”. 

  1. Contratti a tempo determinato. Le aziende non potranno prorogare più di 4 volte queste tipologia di rapporto di lavoro (mentre prima il limite era 5), fino a un massimo di 24 mesi (contro i 36 di prima). Ma solo il 22% dei contratti a termini e l’1% in somministrazione hanno in realtà durata superiore ai 365 giorni. A fronte di un aggravio dello 0,5% in più di spese contributive (per finanziare la Naspi), se un’azienda vorrà rinnovare un contratto oltre i 12 mesi, dovrà darne “giustificazione”. Le imprese non faticheranno comunque ad adattarsi, licenziando i precari dopo 12 mesi. Ciò significa semplicemente che si creerà una rotazione dei lavoratori, confermando quello che abbiamo sempre detto: il lavoro non è precario, quello è stabile, sono i lavoratori ad essere precari! 
  2. Aumento degli indennizzi per i licenziamenti senza giusta causa previsti dal Jobs Act: +50% e comunque non oltre un tetto massimo di 36 mensilità. Ciò, oltre a non mettere in discussione il “licenziamento senza giusta causa”, costituisce solo fumo negli occhi ai lavoratori. Infatti questa forma di licenziamento è raramente usata, mentre quella più pratica per l’azienda, che vuole disfarsi di un dipendente, è “licenziamento per giustificato motivo oggettivo”, senza contestazione disciplinare e dove le cosiddette “ragioni aziendali” non devono necessariamente consistere in una situazione di crisi (per esempio è stata considerata valida la decisione del datore di lavoro di sopprimere un posto perché poco produttivo; così come è legittimo affidare le mansioni del dipendente a una azienda esterna (“esternalizzazione”). Inoltre, tutti i nuovi assunti sono senza la tutela dell’articolo 18, cioè il loro contratto a tempo indeterminato in realtà è un contratto precario, possono essere licenziati in qualsiasi momento.  
  3. Su delocalizzazione e incentivi, le aziende che ricevono qualsiasi tipo di aiuto di stato dovranno restituirlo da due a 4 volte se delocalizzano, sia in Europa che fuori, entro 5 anni (dimezzato dagli annunciati 10). Revoca anche per le imprese che, senza delocalizzare l’impianto, riducono l’occupazione nelle unità interessate dal contributo (sempre entro i 5 anni). A parte il fatto che non è specificata la soglia minima di licenziamenti né il momento dell’entrata in vigore e che una norma similare era stata già approvata nella scorsa legislatura all’interno della legge di Stabilità del 2014, i fondi europei e le esenzioni fiscali non sono considerati aiuti di stato. Si dovrà vedere alla fine cosa resterà di questa norma dopo il passaggio parlamentare e come esso verrà realmente applicato, in particolare in riferimento ai paesi all’interno dell’UE, e quanto la sanzione possa esser realmente un freno rispetto ai benefici che il padrone trae dalla delocalizzazione. Quindi anche qui possiamo parlare senz’altro di fumo buttato negli occhi dei lavoratori. 
  4. Pubblicità del gioco d’azzardo vietata sui media. Un divieto che non si applicherà sui contratti in essere, né su lotterie a estrazione in differita (una su tutti, la Lotteria Italia). Esclusi, inoltre, tutti quei giochi che hanno ottenuto il logo “Gioco sicuro e responsabile”, sul resto si applicherà una risibile multa del 5%. Insomma, salvato il gettito fiscale proveniente da gratta e vinci e altri “giochi” gestiti dallo Stato. 
  5. Le nuove norme sul fisco. L’esecutivo ha ridotto infatti il redditometro e ha allungato i termini dello spesometro (misure entrambe introdotte contro l’evasione dell’IVA). Quindi, la strada del tutto opposta alla lotta all’evasione promessa 
  6. Salta la prevista abolizione dello staff leasing, ossia la possibilità concessa alle agenzie di lavoro di assumere persone a tempo indeterminato, collocando poi queste ultime presso i propri clienti attraverso la stipula di contratti a somministrazione (con unico paletto inserito del tetto del 20% massimo per impresa). Questo è il meccanismo più utilizzato per rendere flessibile il mercato del lavoro in Italia.  
  7. Salta la compensazione universale automatica tra crediti e debiti nei confronti della pubblica amministrazione, che costituisce il più grosso peso (31 miliardi) a carico delle piccole imprese 
  8. Saltano le nuove norme sui riders, sui quali lunedì è partito al Ministero del Lavoro il tavolo negoziale con le società di food delivery, le quali metteranno in campo tutte le solite argomentazioni. Dall’altro lato i sindacati concertativi hanno avanzato proposte del tutto arretrate (contratti co.co.co.) mentre i rappresentanti dei lavoratori non sono stati neanche ricevuti.  

Le reazioni di Confindustria amplificano come solito le lagnanze dei padroni, che non sono mai contenti delle regalie pubbliche, e quelle del PD, ovviamente in perfetta sintonia con quelle di Confindustria, confermando come questo partito cerca ancora di proporsi come il più fedele interprete degli interessi padronali.  

D’altro lato, Di Maio si è affrettato a tranquillizzare i padroni dicendo che il governo individuerà «le coperture per abbassare il costo del lavoro in modo selettivo su professioni, tipi di impresa e investimento che hanno un margine di crescita» nella prossima legge di Bilancio, confermando anche in questo la porzione della borghesia di cui M5S intende essere riferimento. 

*** 

Possiamo quindi avanzare un commento ai primi passi del governo giallo-verde, in piena sintonia con quello che ci si aspettava da un governo filo-padronale:  

1) la distanza enorme tra quello promesso, per quanto in modo molto fumoso, in campagna elettorale (cancellazione del Jobs Act, del lavoro somministrato e precario, ripristino dell’art.18, salario minimo ecc.) e quanto mantenuto che non scalfisce per nulla l’impianto del Job Act

2) Sui riders, si è individuata una categoria nuova, priva di ogni diritto, per farne un simbolo di propaganda del governo con il quale far passare il messaggio delle «tutele minime» come il massimo delle conquiste, con una contrattazione che deve eliminare il conflitto, confidando nella “sapienza” del governo/ministro. Un capolavoro di manipolazione degli interessi dei lavoratori: si parte da una esigenza giusta e sentita, anche se investe una parte minima dei lavoratori, si finge di farla propria e alla fine si propone una soluzione che in realtà nega il vero problema e anzi pone artificialmente tutto il resto della classe operaia su un piano di “privilegio”. 

3) Ai proclami trionfalistici di Di Maio, per cui questo decreto sarebbe la «Waterloo del precariato», si associa la “narrazione” forviante dei sostenitori da “sinistra” del governo secondo cui “è pur sempre un miglioramento e un cambio di tendenza” (magari cooptando anche qualche settore sindacale accomodato sul collaborazionismo, come abbiamo visto all’ultimo congresso UIL e le dichiarazioni di Barbagallo, Camusso e Cofferati). Ma qual è in realtà il piano? Niente conflitto, niente conquiste, niente organizzazione di classe, ma qualche “concessione” del presunto “governo amico” nel quadro della comunione di intenti tra imprenditori e lavoratori assimilando questi ultimi alla tesi della fine delle contrapposizioni nella difesa dell’“interesse nazionale”. Mentre la narrazione di PD/FI/FdI è che si tratterebbe di un attacco alle imprese e quindi in ultima analisi agli interessi dei lavoratori, che alla fine coinciderebbero anche in questo caso con quella dei padroni. Un gioco delle parti con Confindustria che prepara il depotenziamento delle già misere misure del decreto in parlamento e a far cassa con gli annunciati “tagli del costo del lavoro” in nome della competitività delle imprese.     

Le cose stanno andando da subito molto peggio di come si poteva prevedere a partire da un’analisi sulla natura di classe del governo (vedi qui la posizione del Partito Comunista). Quelle briciole che potrebbero arrivare si sono perse per strada. E del resto, mancando una forte opposizione di massa alle scelte del governo, perché i padroni dovrebbero concederle? 

Dopo questi primi provvedimenti, molti lavoratori che – dopo essere stati platealmente traditi dal PD e delusi dalle sirene berlusconiane – per disperazione si erano rivolti, al nord e al sud, a questi due partiti, Lega e M5S, possono già vedere la reale natura di questo governo. 

Occorre smascherare la natura di questo governo, che utilizzando la demagogia “populista” (qualunque cosa ciò possa significare), è in piena continuità con le scelte filo-padronali del passato, da Berlusconi al PD. Pertanto solo una presa di posizione indipendente della classe operaia, che non la collochi sotto questa o quella bandiera della borghesia, può costituire il primo passo per la ricostruzione di un fronte di classe in Italia per delle vere conquiste e non elemosine. 

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