I patti di Corleone e la lotta contadina in Sicilia 1892/94

Renato Guttuso, occupazione delle terre incolte in Sicilia, 1949/50

*di Carlo Bonaccorso
(riceviamo e pubblichiamo come contributo esterno ringraziando l’autore)

La lotta contadina che si sviluppò in Sicilia a fine Ottocento grazie al movimento dei Fasci Siciliani dei lavoratori, fu una delle più grandi manifestazioni di rivendicazione sindacale che l’Italia conobbe. Eppure, poco è lo spazio che ancora oggi viene dato ad un evento storico che aprì le porte alle lotte che la classe lavoratrice italiana sostenne nel secolo XIX.

Un movimento, quello dei Fasci, nato nel 1892 a Palermo e Catania, divampò in poco tempo in tutta l’isola. Operai delle città, lavoratori delle campagne e zolfatari presero coscienza della propria forza e affrontarono i padroni. Una intera nazione venne scossa da questo fatto e il governo, difensore di quel capitalismo che ormai avanzava senza pietà, represse con il solo modo a lui conosciuto: la violenza.

Ma perché nascono i Fasci? E come?

I FASCI URBANI E RURALI

Bisogna anzitutto esaminare il contesto, principalmente da due punti di vista: quello economico/sociale e quello politico. Per quanto riguarda il primo, risulta fondamentale conoscere la situazione cui erano costretti a vivere la classe operaia ma soprattutto quella contadina. L’isola, infatti, essendo una terra povera di industrie e profondamente agricola, vedeva una netta superiorità di lavoratori della terra, rispetto ad operai industriali. I fasci urbani, cioè quelli che si formarono nelle città, erano composti prevalentemente da lavoratori di grosse industrie (Fonderia Oretea e officine ferroviarie andavano a comporre lo sterile complesso industriale dell’isola) e di piccoli medi artigiani di svariati mestieri. Era la campagna, però, pronta a scoppiare.

La nascita dei primi fasci (Messina con Petrina, Palermo con Garibaldi Bosco e Catania con De Felice Giuffrida) vide un coinvolgimento iniziale di tipo operaio. Se tutti i Fasci lottavano contro ogni forma di sudditanza politica e sfruttamento, diverse erano le rivendicazioni tra Fasci urbani e rurali. I primi chiedevano riduzione delle ore di lavoro, aumenti dei salari, emancipazione sociale e istituzione della Camera del Lavoro. I dirigenti dei Fasci furono bravi a convogliare in un unico movimento, diverse organizzazioni di mestieri già esistenti, ma spesso in combutta tra loro. La creazione di cooperative di consumo e produzione, indirizzate soprattutto per aiutare gli artigiani, erano ben controllate ma non dovevano diventare obiettivo finale.

Nelle campagne, la situazione era tragica. Nelle province di Palermo, Caltanissetta, Trapani e Girgenti, i proprietari si disinteressavano delle loro terre, dandole in affitto ai gabelloti; quest’ultimi, spesso gente appartenente alla mafia locale, subaffittava ai contadini con contratti totalmente svantaggiosi per quest’ultimi. Ovviamente la tipologia del contratto variava dai tipi di colture, ma ciò che accomunava i lavoratori della terra, era appunto lo sfruttamento. Nelle zone cerealicole, in particolare, il latifondo dominava l’economia agricola. Come ci spiega egregiamente il Professore Francesco Renda nel suo libro “I Fasci Siciliani 1892-94”, edito da Einaudi,

Qui il tipo di coltivazione, richiedendo nessun capitale di investimento e pochissimi capitali di esercizio, consentiva l’impiego generalizzato delle braccia di lavoro così dei contadini medi e ricchi, come dei contadini poveri e degli stessi braccianti. Dal punto di vista sociale, la massa contadina aveva, quindi, caratteri meno differenziati, che si riflettevano nei rapporti contrattuali. I contadini medi e ricchi stipulavano contratti di affitto e anche di mezzadria aventi una durata più lunga del solito, che garantiva loro una certa autonomia; i contadini poveri e i braccianti, invece, subivano la condizione del concedente, che assegnava loro, in rapporto alle esigenze della rotazione agraria, una determinata quantità di terra sotto forma di affitto (subaffitto nel caso in cui la concessione fosse data da un gabelloto) o sotto forma di mezzadria impropria. L’affitto o subaffitto prevedeva sempre il pagamento di un canone (estaglio) da parte del concessionario; il concedente, da parte sua, era obbligato, ma non sempre, ad anticipare al concessionario le sementi e i cosiddetti soccorsi, cioè una convenuta somministrazione in denaro o in natura nei mesi invernali, riscuotendo al raccolto l’interesse del 25 per cento.[1]

Oltre a questo, una forma ancora peggiore di affitto era il cosiddetto terraggio: il concedente aveva garantita una quota (appunto il terraggio) per ogni unità di misura di terreno concesso. Così se il patto era 2 terraggi, la parte garantita era sempre di 2 ettolitri di frumento per ogni ettaro di terra. In più, dalla parte restante, veniva tolta la semente anticipata. Ciò che rimaneva (molto poco) era del contadino. Il lavoratore poteva portare a casa qualcosa solo se la produzione superava le 6-7 sementi; in caso contrario, il terraggere tornava a casa dopo un anno di lavoro, senza niente in mano. La mezzadria, seppur non eccellente, rimaneva per i contadini la forma contrattuale migliore, anche se le angherie e le illegalità commesse da proprietari e gabelloti superavano qualsiasi tipologia di contratto.

Cerchiamo dunque di comprendere la situazione economica di quel periodo: tra il 1860 e il 1885 le industrie minerarie dello zolfo e l’agricoltura avevano fatto significativi passi in avanti, progredendo nei mercati nazionali ed internazionali. La produzione di olio, grano e vino era significativamente aumentata.  La crisi successiva e conseguente scelta protezionistica, ridusse fortemente le esportazioni e diversi settori non vennero adeguatamente difesi. I mercati tedeschi, austriaci e statunitensi subirono una grossa perdita e la guerra doganale con la Francia distrusse molta della produzione isolana del vino. Si aggiunga, inoltre, la diffusione della fillossera (insetto che distrugge le radici delle viti).

La gente iniziò a non avere più il pane né il denaro per pagare le tasse. Bisogna puntualizzare un aspetto determinante, ossia che in Sicilia a beneficiare principalmente dei periodi positivi furono comunque i grandi proprietari terrieri; essi avevano accresciuto i loro possedimenti e gli effetti della crisi non furono da loro percepiti.

Non bisogna poi dimenticare l’aspetto politico che contraddistinse il movimento; nel 1892 nacque il Partito Socialista ma già da anni, in Italia, organizzazioni di lavoratori si erano messe in moto. Il proletariato industriale era sicuramente maggiore nel Nord Italia, a differenza della Sicilia, dove comunque i lavoratori delle industrie non svolgevano ruolo passivo. Da tempo, infatti, in Sicilia, società operaie erano presenti soprattutto nella parte orientale dell’isola; pochissimi, però, erano i complessi industriali presenti ed era difficile poter trovare una classe proletaria compatta ed organizzata. Il tessile, una volta attivo e ricco, era stato penalizzato e sacrificato per lo sviluppo delle industrie settentrionali. Intanto, le idee socialiste si diffondevano tra gli intellettuali e giovani studenti.

Da qui nacque quel Comitato Direttivo che guidò i Fasci Siciliani dei lavoratori, organizzando la lotta sindacale e pagando in prima persona la repressione governativa. Rosario Garibaldi Bosco, Giuseppe De Felice Giuffrida, Giacomo Montalto, Agostino Lo Piano Pomar, Nicola Petrina, Francesco Lo Sardo, ma soprattutto Nicola Barbato e Bernardino Verro, maggiori diffusori dell’ideale socialista nella provincia di Palermo e guide di quei fasci rurali che contribuirono all’elaborazione, nel Luglio del 1893, di quei Patti di Corleone, vero e proprio documento di rivendicazione dei contadini cui tutti contribuirono alla sua stesura.

I PATTI DI CORLEONE E L’AVANZATA DELLA CLASSE CONTADINA SICILIANA

“Bisogna francamente riconoscerlo, noi non potremo mai completamente trionfare se gli agricoltori che in Italia costituiscono la maggioranza degli sfruttati non si uniranno a noi”. Così diceva Garibaldi Bosco, capo del Fascio di Palermo e membro del Comitato Direttivo durante l’inaugurazione del Fascio palermitano; e ciò non potevo che essere vero soprattutto in Sicilia. Ma la diffusione delle idee socialiste e la nascita dei Fasci rurali non avvenne in tempi brevissimi; Corleone e Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi) i due centri più attivi nella lotta, erano ancora dormienti. Ma saranno proprio i loro esponenti principali (Verro a Corleone e Barbato a Piana) a svegliare i contadini dalla loro condizione di sfruttati. Tra il Marzo e l’Aprile del 1893, dunque, nacquero i Fasci dei due paesi, ma ancora prima, nel Gennaio dello stesso anno, la campagna siciliana iniziò a scuotersi per effetto dell’eccidio di Caltavuturo, dove 11 contadini rimasero uccisi e 40 furono i feriti, colpiti dal piombo delle forze repressive per aver “osato” occupare le terre comunali usurpate dai borghesi illegalmente. Napoleone Colajanni e Garibaldi Bosco due giorni dopo organizzarono una riunione all’interno della sede del Fascio di Palermo, per onorare le vittime e preparare l’opera di propaganda nelle campagne; in quell’occasione, Colajanni non solo espresse solidarietà ai contadini, ma aggiunse:

In Italia, mi piace dirlo, c’è nelle grandi città un risveglio. Vi posso assicurare che qualcosa si farà e questa volta davvero. Come mai potremmo continuare in questo modo? La fame si fa sentire solamente per gli operai; e voi operai non dovreste ignorarlo. E’ necessario che voi sappiate che attualmente i grassi borghesi cercano di mangiarsi i piccoli; il che vuol dire che fra poco anche quest’ultimi saranno con voi. I contadini, non bisogna dimenticarlo, in Italia sono il maggior numero e se non li avrete alleati saranno vostri nemici formidabili; Sapete voi qual è il salario di un bracciante siciliano? Una lira al giorno, che in rapporto al lavoro che essi sopportano da un’ alba all’altra tende a ridursi fino a venticinque centesimi. Che cosa rimane e quest’altra misera classe dell’umana famiglia? La legittima ribellione. E quando non siano organizzati, si attendono le fucilate.[2]

Unione tra operai e contadini. Questa era l’essenza del socialismo. I Fasci vi riuscirono, seppur per poco tempo. La sottoscrizione che il Fascio di Palermo fece partire per le famiglie delle vittime, estesa sul piano nazionale dal Partito dei Lavoratori Italiani, fruttò la somma di 2600 lire. In più, Fasci venivano fondati a Partinico, Corleone, Piana dei Greci e grazie all’opera di divulgazione di Verro e Barbato, si estese a tanti altri centri rurali dell’isola. A nulla valsero i divieti da parte delle forze dell’ordine, i due promotori dei Fasci, sostenuti dalle popolazioni locali, venivano accolti come eroi, ottenendo sempre più consensi.

Ed è così che si arrivò ai Patti di Corleone: i contadini, riunitisi in una organizzazione, compatti tra loro, decisero di fissare le loro condizioni chiedendo in maniera decisa alla controparte l’accettazione. Lo sciopero come arma in loro possesso, fu un vero salto di qualità nella strada per l’emancipazione.

Il 31 Luglio 1893 a Corleone, la classe contadina siciliana formulava, dunque, le sue condizioni:

Stabilita come base la mezzadria, ed abolito il terraggio terratico, la terra è sempre apprestata dal proprietario ed anche la semente a fondo perduto: cioè realforte biancuccia, gigante, scavorella ed altro, salma un mezzo pari ad ettari 3.09.6 per ogni salma. Timilia, salma un mezzo pari ad ettari 3.09.06 per ogni salma di terra di estensione pari ad ettari 2,68.

Quando la coltivazione della terra vien fatta con il lavoro umano l’intiera produzione viene divisa in parti uguali, tra colono e proprietario senza tener conto della qualità della terra.

Se la cultura delle terre galibe il colono la fa con l’aratro, deve compensare al padrone tumuli 6 di frumento prelevandolo dalla metà. Avvenendo il caso di sopra con le terre (ristoppie) la rivalsa è di tumuli 5.

Qualora un proprietario concede terre per la semina delle fave la convenzione è intesa per due annualità nel modo seguente: il primo anno il padrone appresta la terra e concime e il colono esegue tutti i lavori a cominciare dal caricare il letame dal posto in cui trovasi al sito da concimare e così di seguito fino alla fine, mettendo lui la sementa delle fave e resta padrone assoluto dell’intera produzione. L’anno appresso il proprietario appresta terre e seme frumento nelle proporzioni anzidette, restando l’obbligo al colono di rivalere al padroni con tumuli 12 di frumento per ogni salma e ciò dalla sua metà. Qualora il proprietario prepara la terra arandola una sola volta (fiaccatina) il mezzadro deve rivalerlo con 10 tumuli di frumento per ogni salma di terra dalla sua parte. Se la terra sarà arata due volte (fiaccatina e rifondi mento) la rivalsa come sopra raggiunge i tumuli 16.

Ove poi le arature saranno tre o poco più la ripartizione avviene a terzo, cioè due terzi il proprietario e un terzo il lavoratore.

La semente dell’orzo è fissata a tumuli 26 e della avena a tumuli 28 sempre a fondo perduto, solo che il mezzadro deve prelevare e restituire al padrone dalla sua produzione la metà della semente avuta e ciò per ogni salma di terra di terra coltivata.

La spigolatura dopo usciti i covoni è facoltata al colono e di quest’ultimo è l’intero ricavato.

Durante l’anno colonico se al mezzadro occorre pane, il padrone deve soccorrerglielo salvo a ritenersi frumento sul raccolto e ciò nelle proporzioni di n. 9 pani di Kg. 1,600 ciascuno per ogni tumulo di frumento.

Il padrone percepisce un tumulo del prodotto a titolo di diritto di custodia, solo nei casi 1 e 2 questo diritto viene aumentato a tumuli due e ciò prelevando sempre dalla metà del prodotto spettante al mezzadro.[3]

Bisogna tener conto del fatto che, pur essendo di notevole importanza, l’applicazione completa dei Patti sarebbe potuta avvenire completamente solo con una legge agraria di altrettanta rilevanza. Tuttavia, in tante parti della Sicilia, i contadini riuscirono, seppur non totalmente, a farli applicare. E poi bisogna considerare l’impatto che essi ebbero nelle lotte contadine degli anni successivi.

I contadini dei Fasci rifiutavano di lavorare alle condizioni precedenti e pretendevano l’applicazione dei patti; nonostante una forte resistenza dei proprietari e delle violenze perpetrate dalle guardie campestri, molti furono i latifondisti che accettarono tali richieste. Dall’Agosto al Novembre del 1893, la lotta non ebbe sosta.

Non solo contadini, ma anche piccolo borghesi e artigiani dei centri rurali, visto il coraggio mostrato dagli scioperi nei vari paesi, decisero di partecipare ai Fasci protestando contro l’esosità delle tasse. Un tema che interessava tutti, d’altronde.

Dal canto loro, gli zolfatari non furono da meno; costretti a condizioni di lavoro disumane, nell’Ottobre del 1893 a Grotte, provincia di Agrigento, durante il Congresso minerario in cui parteciparono più di 2000 operai e piccoli imprenditori, venne elaborato quel documento in cui vennero stilate le richieste da presentare ai proprietari. In particolare, si chiedeva la garanzia del salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro e l’innalzamento dell’età dei carusi (14 anni). I carusi erano bambini, prevalentemente tra i 6 e i 12 anni, impiegati nelle miniere alle dirette dipendenze del picconiere. Costretti a trasportare in superficie carichi pesantissimi, arrivando anche a 16 ore di lavoro, molti di loro morivano o rimanevano infermi. Spesso erano le stesse famiglie, poverissime, che portavano i figli in miniera in cambio di un po’ di denaro.

La Sicilia socialista mostrava dunque i denti e tutta l’Italia seguì con attenzione (superando il silenzio delle maggiori testate giornalistiche) gli sviluppi; giornalisti come Adolfo Rossi documentarono l’avanzata del movimento dei Fasci e conobbero le realtà e le difficoltà del popolo siciliano. La solidarietà che le diverse organizzazioni operaie e contadine esprimevano nei loro confronti, rafforzava la determinazione del gruppo dirigente.

Come si comportò il Partito dei Lavoratori Italiani (Partito Socialista Italiano)? Quale fu la sua posizione riguardo a ciò che avveniva in Sicilia?

Per il partito, ciò che accadeva in Sicilia era sì di notevole importanza, ma era lontano dalla strategia del socialismo italiano. Così si espresse nel Congresso di Zurigo dell’Agosto del 1893. La Sicilia faceva notizia, ma non politica.

Che il socialismo siciliano delle campagne ebbe più una tendenza “cristiano primitiva” e non marxista, questo è un dato di fatto; ma la superficialità con il quale venne discusso l’argomento durante il Congresso di Reggio Emilia, fu una grave colpa. Sia da parte del Partito, sia da parte di quella corrente presente all’interno del Comitato Direttivo dei Fasci, che, durante il Congresso del Maggio 1893, sostenne l’entrata del movimento nel PSI. Quest’ultimo rimase in disparte, non si schierò a favore dei socialisti siciliani quando nel 1894 il governo Crispi, succeduto a Giolitti, represse con eccidi e arresti i Fasci dei Lavoratori.  La Sicilia non poteva essere il fronte primario per i socialisti; a detta loro, non era pronta a combattere il potere borghese. Probabilmente, a non essere pronto era il Partito che non voleva essere trascinato in quella tremenda repressione operata dal Governo.

LA REPRESSIONE 

La scelta del Partito Socialista di rimanere semplice spettatore della vicenda, coinvolse diverse figure di spicco del socialismo italiano, a cominciare da Colajanni che condannò tale scelta. Ciò nonostante, egli diede fiducia al governo Crispi portando all’interno del Comitato direttivo dei Fasci la creazione di gruppi in contrasto tra loro; chi sosteneva il Colajanni, chi rifiutava il Crispi e il PSI e chi invece continuava a perseguire l’obiettivo di una unione con il Partito. L’obiettivo di Colajanni fu quello di pressare il nuovo Presidente del Consiglio con misure economiche e sociali in grado di salvaguardare i lavoratori, ordinando alle amministrazioni locali di lavorare in tal senso. Crispi, dopo un iniziale tentativo, tramite una direttiva ministeriale, di abolizione dei dazi, però assunse tutt’altro atteggiamento: da tempo, infatti, la proclamazione dello stato d’assedio sembrava l’unica soluzione e di fatti il 23 Dicembre del 1893, il Consiglio dei Ministri votò a favore. Il Generale Morra di Lavriano venne incaricato di operare nell’isola con 30000 uomini sotto il suo comando.

I fatti sanguinosi di Giardinello (10 Dicembre 1893, 11 morti), Lercara (24 – 25 Dicembre 1893 11 morti), Marineo (3 Gennaio 1894 18 morti) perpetrati dall’esercito nei confronti della popolazione in protesta, accentuarono il clima di terrore che le forze dell’ordine e i proprietari terrieri diffusero in Sicilia. I Fasci erano ormai diventati un problema grosso da eliminare con le cattive.

Frattanto, Il Comitato Direttivo, si riunì d’urgenza per elaborare un fronte comune. De Felice era per la prospettiva rivoluzionaria (e molti erano d’accordo con lui), Bosco per una mediazione. Ma la macchina della repressione si era ormai attivata e così il 4 Gennaio 1894 fu proclamato lo stato d’assedio.

Tutti i membri del Comitato Direttivo vennero arrestati e processati da Tribunali militari.

Si concluse così la prima vera esperienza di lotta di classe in Italia; la questione siciliana nacque, probabilmente, proprio grazie ai Fasci, così come la questione agraria che nel tempo venne messa in secondo piano rispetto alla questione operaia. Tuttavia il socialismo agrario siciliano non morì e le lotte intraprese negli anni successivi dimostrarono l’importanza del movimento dei Fasci Siciliani.

“Da socialista ho tentato di contribuire alla più umana, alla veramente umana delle rivoluzioni con tutti i mezzi che ho creduto necessari e che il codice della borghesia permette a tutti i cittadini italiani. Certo la nostra propaganda è stata energica, essa fa rialzare la testa alla gente che prima andava curva. I contadini si lasciano crescere i baffi, diceva il delegato. E’ vero, essi hanno acquistato la coscienza di essere uomini. Non domandano più l’elemosina, chiedono ciò che è loro di diritto…Il socialismo procede appunto perché non è sentimentalismo, è forza e pratica. Esso si fonda sulle leggi economiche…Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza e i miei compagni hanno creduto di sostenere la loro difesa giuridica. Questo io non credo di dover fare. Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda…. Voi condannerete; noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre…E noi diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia, la civiltà socialista non deve cominciare con atti di viltà.” Nicola Barbato.

[1] Francesco Renda, I Fasci Siciliani 1892-94, Piccola Biblioteca Einaudi, 1977, Torino, pag.162

[2] Salvatore Francesco Romano, Storia dei Fasci Siciliani, editori Laterza, Bari, 1959, pag. 173

[3] Ibidem pag. 297

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