271 morti sul lavoro: il profitto dei padroni sulla pelle dei lavoratori

*di Graziano Gullotta

Quella passata è stata un’altra settimana tragica per i lavoratori italiani. Dalle Acciaierie Venete di Padova, al cantiere navale del gruppo Antonini a La Spezia, ai tre incidenti sul lavoro in due giorni in Friuli, al fattorino di Just eat con la gamba amputata dopo un incidente stradale a Milano, fino all’incidente mortale all’Ilva di Taranto: non si può parlare più di fatti di cronaca, ma del principale sintomo di un’epoca di nuovo sfruttamento.

La realtà quotidiana porta ad interrogarsi su molteplici questioni, sui motivi, sull’ingiustizia di quello che accade, ma anche sulla reazione a questi eventi: una reazione che purtroppo appare sempre insufficiente, sia che si parli di azioni spontanee dei lavoratori, sia che si parli di azioni organizzate da strutture sindacali o politiche: troppo poco per una società dove la precarietà dei contratti sta trovando il suo riflesso diretto nella precarietà dell’esistenza in fabbrica e fuori dalla fabbrica.

Una precarietà e una insicurezza sul lavoro entrambe conseguenza di un attacco padronale al lavoro, ai diritti e ai salari, che negli ultimi 25 anni ha proseguito senza soluzione di continuità sotto i nomi più diversi: ulivo, centrosinistra, centrodestra, Forza Italia, Partito Democratico, pacchetto Treu, legge Fornero, Jobs Act e decine di altri provvedimenti che hanno contribuito, sotto l’egida dell’Unione Europea, a costruire questa perfetta macchina omicida.

Un’umanità portata all’esasperazione. Nonni con pensioni minime sempre più insufficienti. Genitori che arrivano vicino all’età della pensione e si accorgono di aver perso quelle certezze per le quali avevano lavorato per decenni. Ragazzi che lavoretto dopo lavoretto, sfruttamento dopo sfruttamento, vanno avanti in una vita saltuaria, vuota di certezze, nell’assoluta ignoranza dei loro diritti e di quelle che erano le condizioni di lavoro di un paio di generazioni fa. Un’umanità immersa in una vita precaria quanto frenetica.

Lo smantellamento della sicurezza di un’occupazione e della sicurezza sul lavoro va di pari passo con un’ulteriore accelerazione della vita quotidiana. La necessità di competere continuamente con il vicino di casa, con il vicino di banco e con il vicino di linea a lavoro, per resistere ai ritmi frenetici imposti dal padrone allo scopo di accrescere i propri profitti. La manutenzione degli impianti e la sicurezza degli operai sono alcuni dei principali settori di spesa sui quali i padroni vanno a tagliare gli investimenti. Il meccanismo dei subappalti, soprattutto nel settore della manutenzione, va sicuramente ad incidere negativamente sulla sicurezza.

I dati sulle morti nei luoghi di lavoro, incrociati con i rapporti statistici sull’andamento dell’economia italiana, ci dicono che questi profitti crescono, ma a caro prezzo. E il prezzo lo pagano nonni, genitori e figli delle classi lavoratrici, delle classi popolari, privati del presente e del futuro.

È fondamentale reagire a questa guerra totale che viene imposta alla classe lavoratrice giorno dopo giorno, andando oltre gli sterili spontaneismi, portando coscienza ed organizzazione in ogni reparto, in ogni fabbrica, in ogni settore al fine di ricostruire le forme di protagonismo operaio che storicamente hanno raggiunto dei risultati concreti nel miglioramento della vita di intere generazioni: il sindacato ed il partito di classe.

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