Il marxismo

*dip. formazione del Partito Comunista

Oggi cade il duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, avvenuta a Trier (l’antica Treviri, in Germania) il 5 maggio 1818. 

L’occasione è opportuna per fare una serie di riflessioni sulla straordinaria validità del pensiero di Marx, sulla sua innegabile attualità e sulla imprescindibile necessità di studiarlo e di difenderlo da tutte le distorsioni e revisioni che i nemici della classe operaia, comunque mascherati, hanno sempre portato al marxismo.  

Ci sembra opportuno invitare alla rilettura di due testi – uno del suo più stretto compagno, Friedrich Engels, e uno del suo più geniale continuatore, V.I. Lenin – che hanno avuto la possibilità di sintetizzare in due occasioni e in due periodi diversi la vita e l’opera di Marx. Il primo testo è del 17 marzo 1883 a tre giorni dalla scomparsa di Marx, il secondo è un articolo pubblicato sulla Pravda il 1° marzo 1913, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, scritto per il trentesimo anniversario della morte di Marx, articolo poi ampliato l’anno successivo e pubblicato nel 1915 col titolo di Karl Marx insieme a una vasta biografia. 

*** 

Engels nel Discorso pronunciato al cimitero di Highgate (Londra), dopo qualche frase, dice:

Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana e cioè il fatto elementare, finora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un’epoca in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte ed anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora. 

Engels usa il termine «legge dello sviluppo della storia umana», sintetizzando alcuni presupposti fondamentali.  

Primo, stiamo parlando non di singoli individui tra di loro intercambiabili, ma dello studio della società, ossia di come questi individui si relazionano storicamente tra di loro. Questo è fondamentale se pensiamo al fatto che tutti i premarxisti hanno sempre tentato di analizzare la storia come le gesta di singoli uomini, come eventi che si succedevano per ragioni incomprensibili o casuali. Fino ad Hegel nessuno aveva mai pensato alla storia come a un processo, ossia un organismo che ha una sua evoluzione per ragioni che risiedono all’interno dell’oggetto esterno che si evolve e delle relazioni che esso istaura nel suo movimento insieme agli altri processi coi quali entra in relazione (dialettica). Lo studio di queste relazioni ci permette di estrapolare le “leggi” dell’evoluzione del processo, non leggi meccaniche capaci di previsioni esatte e incontrovertibili, ma leggi di evoluzione, di tendenza. Ma Hegel pone queste “leggi” in un mondo in cui l’evoluzione è quella del pensiero umano che si riverbera nell’evoluzione dei rapporti umani, ossia nella “Storia”. 

Secondo, Engels espone nel modo più semplice e comprensibile le fondamenta del materialismo storico: l’inversione della priorità tra quella che chiamiamo la struttura o base economica e la sovrastruttura politica, giuridica e ideologica di una società. Infatti prima di Marx si riteneva che fosse questa seconda a dare la forma alla prima; infatti, se ci si sofferma alla superficie della realtà sociale, sembra che siano le leggi e l’etica a dettare le relazioni giuridiche e sociali. Invece Marx scopre che è tutto il contrario: sono i rapporti di produzione che, storicamente e geograficamente dati, determinano quali siano le leggi e cosa si ritenga giusto o sbagliato. Chi nell’epoca antica avesse voluto mettere in discussione lo schiavismo o l’avesse dichiarato una cosa “ingiusta”, sarebbe stato preso per matto, perché la società era basata su quei rapporti e sarebbe crollata se questi fossero stati messi in discussione. Oggi invece la schiavitù appare ai nostri occhi una cosa moralmente intollerabile, ma questo non perché “le nostre opinioni e la nostra sensibilità” si siano evolute spontaneamente ma, al contrario, perché la nostra società oggi è basata su rapporti di produzione differenti. Lo stesso si potrebbe dire del feudalesimo e del fatto che il signore feudale era tale per un motivo divino.  

Perché questa inversione nella priorità tra i rapporti di produzione (o base materiale) e le leggi statali e morali e la filosofia (la sovrastruttura) è così rivoluzionaria e viene ostinatamente negata da tutti i nemici del marxismo? Perché definire una società come un processo reale che si evolve e che trova le sue ragioni in fatti puramente materiali, smonta tutta l’aura di sacralità all’ideologia dominante; permette di pensare che ciò che oggi è considerato un diritto inalienabile dell’uomo, come la proprietà privata dei mezzi di produzione, sia solo una forma storicamente transitoria dei rapporti che gli uomini istaurano tra loro e che quindi può essere messo domani nella spazzatura della storia, in compagnia della schiavitù e del servaggio, da una nuova società che istaura altri rapporti di produzione; fa uscire la scienza sociale dalla preistoria, cioè fa uscire il socialismo dalla fase dell’utopia, in cui le nuove società venivano preconizzate in base alle più o meno sensate o belle aspirazioni di uomini isolati, per farlo diventare una scienza basata sullo studio di quali forme possano assumere i nuovi rapporti sociali della nuova società che concretamente può sostituire l’attuale. 

Continuiamo con Engels: 

Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell’oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti. 

Per chiarire compiutamente come si istaurano i rapporti sociali tra gli uomini e come essi evolvano, è stato necessario studiare la struttura economica della società che abbiamo davanti. Tanti prima di Marx avevano affrontato questo compito, riuscendo a portare contributi importanti ma parziali, come Adam Smith e David Ricardo, i quali compresero che la produzione della ricchezza risieda non negli oggetti statici o in quelli inanimati, ma nel lavoro umano incorporato. Le macchine o gli animali possono fare un lavoro, ma non istaurano una relazione sociale con chi si appropria dei frutti del loro lavoro; il valore del loro lavoro consiste nel lavoro che serve a ripristinarne la capacità: la ricostituzione delle materie prime, l’usura del macchinario, l’alimento per gli animali, ecc. Ciò che aumenta il valore di un bene sta nel fatto che qualcuno ci ha lavorato – non una macchina, non un animale, che possono solo trasferire la ricchezza in essi accumulata e che vale quanto serve per ripristinarla – ma il lavoro di un uomo. La peculiarità della società capitalistica è quella per cui due persone “libere”, il capitalista e l’operaio, si scambiano una merce, il lavoro del secondo in cambio del salario. «L’oscurità in cui brancolavano» gli economisti borghesi prima di Marx consiste nel fatto che non riuscivano a spiegare correttamente da dove scaturisse la ricchezza che restava in mano al capitalista, se essa fosse generata dal capitale – ma questo è un controsenso, perché il denaro da solo non può produrre altro denaro – o se fosse un semplice furto ai danni dell’operaio – ma una società basata sul furto non va molto lontano, perché un furto non genera valore ma lo trasferisce dal derubato al ladro. Come ricorda Engels, fu la scoperta fatta da Marx della categoria del plusvalore a chiarire scientificamente su cosa è basato il modo di produzione capitalistico e la conseguente società borghese (si veda come ancora una volta Engels sottolinea che sono i rapporti di produzione capitalistici che creano la società borghese che li avvolge, li protegge, li mistifica). L’operaio non vende al padrone il proprio lavoro, ma la propria forzalavoro, ossia non il prodotto del proprio lavoro, ma la sua capacità di lavorare. Però la sua capacità di lavorare, per essere ripristinata, richiede una quantità di lavoro inferiore a quello producibile nel tempo di lavoro dell’operaio, ossia per far sì che l’indomani il lavoratore riesca a tornare sul suo posto di lavoro occorre una quantità di lavoro inferiore a quella che egli può sviluppare durante il suo orario di lavoro. Da lì nasce la differenza tra il valore del prodotto dell’operaio dal valore della sua capacità di lavorare, o forza-lavoro; questa differenza è il plusvalore e spiega completamente il meccanismo della produzione capitalistica.  

Perché la scoperta del plusvalore è così rivoluzionaria? Primo, perché toglie al capitale la possibilità di essere visto come l’origine di qualsivoglia valore aggiuntivo che esso possa apportare a un nuovo prodotto: esso può solo trasferire nel nuovo prodotto un lavoro accumulato in esso da precedente lavoro umano. Secondo, perché spiega il valore appropriato dal capitalista non come un “furto”, ma il risultato di un ineguale rapporto sociale che si istaura tra il padrone e l’operaio. Ancora una volta è dentro la relazione sociale, mascherata dallo scambio economico “alla pari” tra forza-lavoro e salario, che Marx riesce a trovare la spiegazione della società. Quindi, anche lo studio dell’economia politica dei meccanismi delle relazioni economiche è subordinato a qualcos’altro; è il bandolo della matassa che ci permette di capire, ma non è la matassa. 

Nelle parole successive Engels spiega compiutamente cos’è il marxismo, ossia l’opera complessiva di pensiero e azione che Marx ha condotto nella sua vita. 

Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire tutta una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. 

Qui risiede il vero nocciolo del marxismo. Chiunque riduca il marxismo alla filosofia o all’economia o allo studio della storia attacca il marxismo, fa di esso o un mero anelito utopistico, o uno sterile studio di meccanismi astratti o uno spettatore, per quanto originale ma estraneo, degli eventi. 

No. Marx fu un rivoluzionario, un maestro della teoria rivoluzionaria, ma anche un dirigente del proletariato internazionale, un uomo che ha consacrato tutta la sua vita alla rivoluzione proletaria. Nella sua opera non si può scindere la teoria dalla pratica e viceversa. Le sue astrazioni teoriche, come la teoria del plusvalore o la visione della storia come lotta tra le classi, non derivano da acquisizioni libresche, per quanto il tempo che egli passò a studiare nelle biblioteche fu straordinariamente grande. Le sue teorie discendono dalla partecipazione attiva alla lotta di classe. Anche la sua lotta teorica contro le deviazioni che allora infestavano il movimento operaio internazionale prendeva sempre le mosse dalla polemica più urgente e quotidiana.  

Ma c’è di più. Tutto il metodo marxista è basato su una attenta osservazione dei processi reali. Nel Capitale non si descrive una società astratta che non esiste, come fa l’economia borghese, che inventa un mondo fatto di concorrenza perfetta, di attori economici mossi da motivazioni irrealistiche, di modelli matematici coerenti solo con se stessi. I risultati teorici sono sempre un distillato (un’«astrazione storicamente determinata») di uomini in carne e ossa che si scontrano e si battono all’interno di una società reale. Le analisi storiche non discendono mai da assunti irreali, ma sono un’attenta disamina di ciò che concretamente, materialmente è avvenuto e avviene nella società che egli ha studiato. Per questo i suoi scritti sono di così abbagliante attualità.  

Come ogni scienziato che si rispetta, Marx cerca. Sa che se non si sa che cosa cercare, non la si trova neanche se ce la si ha sotto gli occhi (e qui risiede l’importanza della teoria), ma sa anche che ciò che si deve trovare non è già nella propria testa (come presupporrebbe un idealista), ma deve essere la realtà a mostrarla. 

Ci si consenta qualche esempio. 

La acerrima lotta tra gli operai inglesi e quelli irlandesi. Sostituite a questi termini, “italiani” e “stranieri” e avete la lotta tra poveri odierna basata sulla definizione di esercito industriale di riserva, che si rivela essere un’astrazione scientifica storicamente determinata e quindi valida in tutte le società capitalistiche. 

Le crisi economiche, come crisi di sovrapproduzione, la distruzione delle forze produttive e l’immane scontro tra i capitali a livello internazionale, con la conseguente caduta tendenziale del saggio di profitto. Anche qui un’astrazione scientifica che si ripropone nella società capitalistica – in forme e modi odierni – ma nella sostanza del tutto simile a quella descritta da Marx. Si badi bene qui che si parla di caduta del saggio, ossia della percentuale, non della caduta assoluta, quindi non sono i profitti a diminuire, ma la loro redditività, ossia la quantità relativa di profitti rispetto all’enorme massa di capitali che è stata finora accumulata. Inoltre la caduta è tendenziale; ciò non implica in alcun modo la previsione di un crollo inevitabile, come hanno preconizzato le degenerazioni meccanicistiche e opportunistiche della II Internazionale socialdemocratica dopo la morte di Engels, proprio per togliere dall’ordine del giorno la rivoluzione proletaria. 

*** 

Il secondo testo che consigliamo per la lettura è Tre fonti e tre parti integranti del marxismo di V.I. Lenin. 

Come al solito, la partenza di Lenin è bruciante, una dichiarazione di guerra senza quartiere a tutte le deviazioni antimarxiste, una presa di posizione politica inequivocabile: 

… una scienza sociale “imparziale” non può esistere in una società fondata sulla lotta di classe. In un modo o nell’altro, tutta la scienza ufficiale e liberale difende la schiavitù del salariato, mentre il marxismo ha dichiarato una guerra implacabile a questa schiavitù. 

Ma subito dopo chiarisce che la guerra del marxismo è condotta contro il capitale e suoi servi, non contro l’umanità e la sua storia, anzi! 

La storia della filosofia e la storia della scienza sociale dimostrano con tutta chiarezza che nel marxismo non v’è nulla che rassomigli al “settarismo” inteso come una specie di dottrina chiusa e irrigidita, sorta fuori dalla strada maestra dello sviluppo della civiltà mondiale. Al contrario, tutta la genialità di Marx sta proprio in ciò, che egli ha risolto dei problemi già posti dal pensiero d’avanguardia dell’umanità. La sua dottrina è sorta come continuazione diretta e immediata della dottrina dei più grandi rappresentanti della filosofia, dell’economia politica e del socialismo. 

Il pensiero di Marx, per quanto giganteggi sopra gli altri, non è estraneo a tutto il processo umano che l’ha preceduto, ne è la continuazione, il completamento, l’approdo a una “dottrina” (così la definisce Lenin, cioè un insegnamento) che tutto è fuorché però estraneo alla lotta dell’umanità.  

Il marxismo è il successore legittimo di tutto ciò che l’umanità ha creato di meglio durante il secolo XIX: la filosofia tedesca, l’economia politica inglese e il socialismo francese. 

Lenin sintetizza in queste parole non solo le origini da cui il marxismo prende origine, ma anche i tre ambiti in cui Marx ha espresso il proprio insegnamento al proletariato internazionale. In ciò riprende quanto scritto da Engels a conclusione del suo testo L. Feuerbach: 

E non è che nella classe operaia che si mantiene intatto il senso teorico tedesco. Il movimento operaio tedesco è l’erede della filosofia classica tedesca. 

Ossia è la necessità di dare un “senso teorico”, una sintesi teorica alla propria concezione del mondo e alla lotta di classe. Dirà più avanti Lenin: «Non c’è movimento rivoluzionario, senza teoria rivoluzionaria». 

Continuiamo col testo di Lenin. 

La filosofia del marxismo è il materialismo. … Marx non si fermò al materialismo del secolo XVIII, ma spinse avanti la filosofia. Egli la arricchì delle conquiste della filosofia classica tedesca, soprattutto del sistema di Hegel … La principale di queste conquiste è la dialettica, cioè la dottrina dello sviluppo nella sua espressione più completa, più profonda e meno unilaterale, la dottrina della relatività delle conoscenze umane, riflesso della materia in perpetuo sviluppo. 

Qui Lenin ricorda una cosa che già Marx ed Engels hanno sempre riconosciuto: il debito inestimabile che essi devono a Hegel colui che ha posto il metodo dialettico alla base del pensiero umano, ossia lo studio dei fenomeni come processi organici che si evolvono.  

Lenin anticipa un tema che svilupperà poi nei suoi scritti filosofici, ossia la teoria del riflesso. È importantissimo rendersi conto che l’evoluzione dei processi reali e l’evoluzione della nostra conoscenza di essi, per quanto possano essere strettamente connessi (e anzi noi nella ricerca scientifica debbiamo cercare di fare in modo che tale riflesso sia il più rispondente possibile alla realtà), non sono fenomeni che soggiacciono alle stesse leggi. La metafisica (idealista o meccanicista) ha sempre avuto bisogno di fondarsi su tali assunti, incapace di riconoscere la relazione dialettica del conoscere tra chi indaga e cosa è indagato. Pur ben sapendo che la realtà che ci circonda e il pensiero umano sono entrambi processi materiali, l’identificazione aprioristica delle loro leggi può basarsi solo sull’assunzione dell’esistenza di qualcosa di estraneo ad entrambi che ne assicuri l’identità sia formale che sostanziale, e ciò è sempre stato una astrazione antiscientifica e non necessaria assunta di volta in volta da questa o quella forma di divinità extramateriale.  

Lenin continua: 

Approfondendo e sviluppando il materialismo filosofico, Marx lo spinse fino alle ultime conseguenze e lo estese dalla conoscenza della natura alla conoscenza della società umana. Il materialismo storico di Marx fu una delle più grandi conquiste del pensiero scientifico. Al caos e all’arbitrio che regnavano fino allora nelle concezioni della storia e della politica, venne sostituita una teoria scientifica integrale e armonica, la quale mostra come da una forma di vita sociale, in seguito all’accrescimento delle forze produttive, si sviluppi un’altra forma più elevata, come, per esempio, dal feudalesimo nasca il capitalismo. 

Vediamo come qui Lenin inserisce pienamente il materialismo storico di Marx all’interno del materialismo dialettico, come sua indispensabile applicazione allo studio della società. Anche questo punto è stato spesso oggetto di attacchi di tanti antimarxisti, che hanno tentato di contrapporre il Marx storico al Marx scienziato, il materialismo storico, ridotto a una mera raccolta di fatterelli o al contrario a un rigido schema di fatti concatenati meccanicisticamente, al materialismo dialettico, ridotto a uno sterile “sistema”, quasi un gioco da tavolo.  

Allo stesso modo che la conoscenza dell’uomo riflette la natura, che esiste indipendentemente da lui, cioè la materia in sviluppo, così la conoscenza sociale dell’uomo (ossia le diverse concezioni e le dottrine filosofiche, ecc.) riflette il regime economico della società. Le istituzioni politiche sono una sovrastruttura che si erige sulla base economica. Noi vediamo, per esempio, come le diverse forme politiche degli Stati europei contemporanei servono a rafforzare il dominio della borghesia sul proletariato. 

Qui la consonanza con quanto già visto in Engels è perfetta, ma è ancora di più sottolineato l’aspetto politico d’attualità. 

La filosofia di Marx è il materialismo filosofico integrale, il quale ha dato all’umanità, e particolarmente alla classe operaia, un potente strumento di conoscenza. 

La conclusione di Lenin di questa parte è perfettamente coerente con quanto affermato all’inizio: non scienza super partes, ma strumento di lotta di classe. 

Lenin passa alla seconda parte. 

Là dove gli economisti borghesi vedevano dei rapporti tra oggetti (scambio di una merce con un’altra), Marx scoprì dei rapporti tra uomini. Lo scambio delle merci esprime il legame tra singoli produttori per il tramite del mercato. 

Seguendo l’esposizione del Capitale, Lenin ricorda che quel testo parte dall’individuazione della cellula della società. Qual è la cellula di una società costituita da uomini? Un uomo, direbbe chi non ha studiato Marx. E invece no. La cellula della società è posta da Marx nella merce. Non un bene o un prodotto avulso dalla società dove esso viene prodotto e dallo scopo per cui esso viene prodotto, ma un oggetto che incarna e contemporaneamente maschera la relazione sociale che si istaura tra i protagonisti dello scambio di merci all’interno di un mercato.  

Merce particolarissima, come già visto, è la forza-lavoro, dalla quale scaturisce il plusvalore. Ma Lenin dà a questa entità subito una connotazione di carattere storico e politico. 

Il capitale, creato dal lavoro dell’operaio, opprime l’operaio, rovinando i piccoli proprietari e creando un esercito di disoccupati. Nell’industria, la vittoria della grande produzione è evidente a prima vista; ma anche nell’agricoltura osserviamo lo stesso fenomeno: la superiorità della grande azienda agricola capitalistica aumenta, l’impiego delle macchine si estende, l’azienda contadina cade sotto le grinfie del capitale finanziario, decade e va in rovina sotto il peso della sua tecnica arretrata. Nell’agricoltura le forme della decadenza del piccolo produttore sono differenti, ma la decadenza è un fatto indiscutibile.  

Il capitale, prendendo il sopravvento sulla piccola produzione, porta a un aumento della produttività del lavoro e crea una situazione di monopolio per le associazioni dei più grandi capitalisti. La produzione stessa diventa sempre più sociale: centinaia di migliaia e milioni di operai sono legati a un organismo economico sottoposto a un piano regolare, ma un pugno di capitalisti si appropria il prodotto del lavoro comune. Crescono l’anarchia della produzione, le crisi, la corsa sfrenata alla conquista dei mercati, l’incertezza dell’esistenza per la massa della popolazione. 

È un brano scritto nel 1913 o ai giorni nostri? La teoria di Marx, vista a trent’anni dalla sua morte da Lenin e ad altri cento da noi, è una teoria scientifica o si è rivelata fallace ed è stata smentita dalla storia? 

Passando alla terza parte, ossia alla terza fonte del marxismo, Lenin descrive l’evoluzione che il pensiero socialista ha avuto nella storia. Inscrive quindi con piena legittimità il marxismo in questa storia, ma insieme ne delinea il superamento. 

… il socialismo primitivo era un socialismo utopistico. Esso criticava la società capitalistica, la condannava, la malediceva; sognava di distruggerla e fantasticava di un regime migliore; cercava di persuadere i ricchi dell’immoralità dello sfruttamento. Ma il socialismo utopistico non poteva indicare una effettiva via di uscita. Non sapeva né spiegare l’essenza della schiavitù del salariato sotto il capitalismo, né scoprire le leggi del suo sviluppo, né trovare la forza sociale capace di divenire la creatrice di una nuova società.  

Intanto le rivoluzioni tempestose che, in tutta l’Europa e principalmente in Francia, accompagnarono la caduta del feudalesimo e del servaggio, dimostravano in modo sempre più evidente che la base e la forza motrice di ogni sviluppo era la lotta di classe. 

La genialità di Marx consiste nel fatto che da ciò egli seppe, per primo, trarre ed applicare coerentemente la conclusione che la storia universale insegna. Questa conclusione è la dottrina della lotta di classe. 

La lotta di classe quindi da Lenin viene indicata non solo come un fatto storico che esiste al di fuori della volontà umana, ma soprattutto come una dottrina, un insegnamento, una scienza, fondata da Marx.  

«Senza teoria rivoluzionaria, non vi è movimento rivoluzionario». 

Dirà più avanti in Stato e rivoluzione nell’agosto del 1917 alla vigilia dell’Ottobre:  

Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista … Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato.  

A cosa serve la scienza della lotta di classe? Ce lo spiega Lenin nella frase successiva:  

Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni.  

Soltanto il materialismo filosofico di Marx ha indicato al proletariato la via di uscita dalla schiavitù spirituale nella quale hanno vegetato fino ad oggi tutte le classi oppresse. Soltanto la teoria economica di Marx ha chiarito la situazione reale del proletariato nel regime capitalistico.

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