Intervista ad Ástor García Suárez, Segretario Generale del PCPE, sulla situazione in Catalogna

Ástor García Suárez, Segretario Generale del PCPE

Intervista realizzata da La Riscossa al compagno Ástor García Suárez, Segretario Generale del Partito Comunista dei Popoli di Spagna (PCPE) sulla situazione in Catalogna, le politiche del governo e le analisi e posizioni dei comunisti per tracciare una linea indipendente di classe dei lavoratori contro il nazionalismo e il capitalismo.

Come analizza il PCPE l’attuale situazione in Catalogna? 

Nel capitalismo spagnolo contemporaneo sono storicamente esistite due tendenze, una accentratrice e l’altra decentralizzatrice, una centralista e l’altra federalista, se vogliamo. Lo Stato autonomo che esce dalla dittatura fascista, non senza tensioni, è espressione della seconda, dando risposta agli interessi di alcuni settori borghesi e, in parte, alle aspirazioni nazionali e regionali che c’erano in vari territori. 

Ma il capitalismo tende alla concentrazione e centralizzazione del capitale, ancor di più nel contesto di una grande crisi economica come quella che abbiamo vissuto. Tra le altre cose, la crisi è servita a mostrare con chiarezza che esiste una borghesia spagnola, di cui le vecchie borghesie nazionali basca e catalana fanno parte integrante, che necessita di consolidare l’unità di mercato e rafforzare i meccanismi statali per difendere gli interessi dei loro monopoli sul piano internazionale. Da qui si va producendo un fenomeno tendente alla centralizzazione politica che si scontra con le manifestazioni ideologiche, culturali e dei sentimenti di appartenenza nazionale di differenti settori sociali, frutto della relativa autonomia dei fenomeni sovrastrutturali rispetto ai cambiamenti che operano nella base economica della società. 

In questo contesto, uno dei fenomeni che hanno messo in tensione la sovrastruttura statale spagnola è stato, e continua ad esserlo, il processo indipendentista in Catalogna, dove una parte della media borghesia catalana e ampi settori piccoloborghesi, che vedono minacciate le loro posizioni di classe nell’intensificazione del processo di concentrazione capitalista, optano per utilizzare la questione nazionale come muro di contenimento di fronte ai grandi monopoli. 

E’ un fenomeno che ha dei parallelismi con il 15M, con il movimento degli “indignati”. Questo movimento ha rappresentato una valvola di sfogo del malessere popolare ed è stato condotto sotto le bandiere della piccola borghesia. In Catalogna il malcontento popolare si è canalizzato, inoltre, per la via nazionalista, il cui contenuto di classe, segnato dagli strati medi della borghesia e dalla piccola borghesia, ha determinato un programma caratterizzato dalla difesa di una Repubblica catalana, capitalista e alleata ad altri Stati nell’Unione Europea. Una fantasticheria piccoloborghese utilizzata come trincea nel quadro della competizione inter-borghese che, sotto le bandiere del nazionalismo, è riuscita ad attrarre importanti settori popolari; alla quale ha contribuito, bisogna dirlo, la confusione regnante all’interno del movimento comunista catalano. 

Allora ci sono settori popolari o operai indipendentisti? 

Sì, è chiaro che ci sono. Se non ci fossero non si potrebbero produrre mobilitazioni così grandi come quelle che ci sono state, né l’indipendentismo avrebbe l’appoggio elettorale e sociale che ha. Ciò che noi diciamo è che una parte importante della classe operaia catalana, così come è successo con il 15M, si sta ponendo dietro bandiere estranee, assumendo un discorso e alcuni obiettivi politici che interessano ad altri settori sociali, ma non alla classe operaia. E fuori dalla Catalogna succede lo stesso, in reazione al processo catalano – anche se già si esprimevano in precedenza – sta risorgendo il nazionalismo spagnolo sciovinista e reazionario che, oltre ad esser forza di scontro delle posizioni più anti-operaie, arriva al punto di negare i diritti culturali e linguistici dei popoli di Spagna. 

La posizione comunista è complessa, in questo contesto. 

No, tutt’altro, è abbastanza semplice, perché risponde esclusivamente agli interessi della classe operaia. Il problema è che stiamo vivendo un processo di polarizzazione nazionalista in cui, se non assumiamo le posizioni e le tattiche di uno o dell’altro, entrambi ti accusano di esser alleato dell’altro. A noi ci hanno chiamato “sinistra spagnolista” e “amici degli indipendentisti” nello stesso giorno. Ci accusano di esser nazionalisti spagnoli per parlare della necessità dell’unità della classe operaia, e anche di voler “rompere la Spagna” per manifestarci contro la repressione contro il popolo catalano. 

Ma sapevamo già che sarebbe successo questo, perché la posizione comunista, indipendente e classista, a prima vista non si adatta bene in un contesto in cui i mezzi di comunicazione di massa difendono a spada tratta l’una o l’altra posizione, e perché la posizione di classe è quella che è stata assente in tutto questo processo. La classe operaia non ha potuto parlare e i suoi interessi non sono stati mai tenuti in conto in tutto questo processo. In questo senso la nostra posizione è altrettanto difficile, o facile, come in qualsiasi altro dibattito politico di rilievo, dove sembra che noi comunisti siamo sempre obbligati a posizionarci a favore di uno dei settori borghesi in conflitto. Noi aspiriamo a rompere questa dinamica e per questo la prima cosa che dobbiamo fare è parlare chiaro e esprimere la nostra posizione senza deviazioni. 

Il PCPE ha chiamato a non partecipare alla votazione del 1° ottobre. Perché? 

Perché abbiamo analizzato che si stava conducendo il popolo lavoratore catalano verso una via senza uscita, come si è dimostrato subito dopo. I dirigenti indipendentisti pensavano che il Governo spagnolo avrebbe accettato un ipotetico risultato a favore dell’indipendenza, ma non volevano né potevano stabilire i meccanismi necessari per rendere effettiva questa ipotetica indipendenza. È così perché ciò esigerebbe un livello di scontro politico e sociale che nessuna forza borghese è disposta ad assumere. Per questo, tra le altre cose, diciamo che non ci sarà diritto all’autodeterminazione nel quadro del capitalismo spagnolo, finché la Spagna continuerà ad esser capitalista. 

Il ruolo del governo spagnolo è molto criticato, sia in Spagna come all’estero. 

Si, certo. Noi abbiamo criticato molto duramente l’utilizzo di meccanismi giudiziari e polizieschi per affrontare il conflitto catalano. Nell’aggravamento di tutta questa situazione ha avuto un ruolo primario l’atteggiamento del Governo spagnolo, che ha pensato che con la persecuzione poliziesca e giudiziaria si sarebbe posto fine a tutto il processo. Allo stesso tempo, hanno responsabilità altri partiti come il PSOE e Ciudadanos, che hanno appoggiato l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione in Catalogna, un articolo che intacca l’autonomia catalana, una situazione che non si era mai prodotta da quando esiste lo Stato autonomo in Spagna e che dimostra fino a che livello è disposto ad arrivare lo Stato, perché era impensabile fino a qualche anno fa.  

Ma bisogna anche dire che i settori dirigenti dell’indipendentismo sono stati molto ingenui, pensando che lo Stato sarebbe rimasto con le braccia conserte davanti a una possibile indipendenza della Catalogna. I dirigenti indipendentisti parlano abitualmente che il loro processo è pacifico e passa dalle urne, ma sembrano dimenticare che per lo Stato tutto questo è indifferente, perché ciò che è in gioco nel processo catalano va molto al di là dell’esercizio dei diritti democratici; ciò che c’è sul tavolo è la posizione di forza della borghesia spagnolo di fronte ad altri settori borghesi in un quadro in cui è essenziale per i monopoli spagnoli contare su un mercato interno unificato. E questo va oltre i diritti democratici e qualsiasi diritto riconosciuto formalmente dal potere borghese. 

Si potrebbe intendere dalle tue parole che il processo catalano è di carattere antimonopolista? 

No, è la lotta tra due settori borghesi per la configurazione di un mercato che permetta una miglior forma di accumulazione e di mantenimento dello sfruttamento della classe operaia. Noi abbiamo ripetutamente detto che, nel caso catalano, la lotta inter-borghese per imporre una o l’altra forma di esercizio dello sfruttamento della classe operaia si trasforma in unità quando il dibattito è sul mantenimento di questo sfruttamento. 

Che da un lato ci siano i monopoli spagnoli non dà a questo conflitto un carattere antimonopolista, soprattutto perché gli interessi di classe che prevalgono non sono quelli della classe operaia, ma altri interessi borghesi. Noi è vero che intendiamo la lotta antimonopolista come un aspetto della lotta generale della classe, in alleanza con altri settori, alcuni piccolo-borghesi. Ma ciò non è lo stesso di una lotta in cui la classe operaia si subordina agli interessi di alcuni settori borghesi contro altri. Sono cose differenti e crediamo che in questo ci siano gravi confusioni.  

Torniamo all’atteggiamento del governo spagnolo. 

Si, perché mi piacerebbe chiarire alcuni aspetti della politica spagnola ai lettori italiani. 

Il governo spagnolo sta utilizzando la crisi catalana per lanciare un ammonimento a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, non condividono l’attuale status quo e che sono disposti a mobilitarsi per cambiarlo, mettendo così in pericolo gli interessi del grande capitale. Ciò finora si applica agli indipendentisti catalani, ma non tarderà ad applicarsi contro il movimento operaio. Il movimento operaio e sindacale spagnolo è stato perseguitato durante gli anni più duri della crisi – fino a 300 sindacalisti sono stati processati in differenti momenti – ma adesso si è realizzato un salto qualitativo mediante l’applicazione di reati penali come quello di ribellione (equivalente a quello di tradimento). 

Ciò che il governo sta dicendo col suo atteggiamento è: “se tu ti mobiliti nelle strade per cercare di cambiare le leggi, se tu hai un minimo di capacità di alterare l’ordine stabilito, tu sei un traditore dell’ordine costituzionale monarchico e a te applicheremo le pene più dure possibili”. Questa è l’applicazione del concetto di “democrazia militante”, un adattamento di quella normativa della Germania Federale che rendeva illegale il Partito Comunista perché il suo programma non si adattava alla Costituzione Federale capitalista. Questo è un enorme passo indietro in quanto a diritti e libertà democratiche in Spagna che si inserisce nella tendenza generale alla reazione che si produce nell’epoca dell’imperialismo, e che può sfociare nella messa fuori legge di tutti quelli che hanno discrepanze con la Costituzione o il modello di Stato, o nella persecuzione giudiziaria di dirigenti politici o sindacali dopo uno Sciopero Generale. Si sta aprendo questa strada e le conseguenze possono esser terribili per il movimento operaio e popolare. 

Ma la cosa ironica è che, nonostante l’apparente successo della sua tattica in Catalogna, con l’autonomia catalana monitorata, con dirigenti indipendentisti impossibilitati ad esercitare le responsabilità politiche in quanto incarcerati o all’estero, l’assenza di un governo catalano in esercizio – ricordiamo che nelle elezioni autonome di dicembre ha vinto nuovamente la maggioranza indipendentista – indebolisce la posizione generale del Governo spagnolo. 

Ciò è così perché non riesce ad approvare i Bilanci Generali dello Stato, giacché il Partito Nazionalista Basco (PNV), i cui voti sono indispensabili, si rifiuta di concordare qualsiasi cosa con il Governo finché rimarrà in vigore l’articolo 155 della Costituzione in Catalogna. Detto in altro modo, il PNV non si accorderà su nulla con il PP (Partito Popolare) finché in Catalogna non ci sarà un effettivo governo autonomo. I nazionalisti baschi sanno che il 155 potrebbe in ogni momento esser utilizzato nei Paesi Baschi, dove anche qui c’è un forte movimento indipendentista, ma allo stesso tempo sono disposti a negoziare con chi lo ha applicato, e non dobbiamo dimenticare che mantengono un governo di coalizione nel suo territorio con il PSOE, che ha appoggiato l’applicazione del 155. Dico questo perché si comprenda bene il ruolo che hanno svolto e svolgono certe forze del nazionalismo periferico nella politica spagnola. 

Bene, nelle prossime settimane vedremo se questa situazione di blocco politico nel governo della Spagna, sommata alle controversie giudiziarie all’estero, come la libertà condizionata a Puigdemont accordata da un tribunale tedesco, e quella ad altri politici catalani accordata da un tribunale belga, a cui si aggiungono casi molto clamorosi di corruzione, rende necessario un nuovo processo elettorale in Spagna. Il Partito Popolare ha affrontato una delle tappe di uscita dalla crisi capitalista a beneficio dei monopoli – in cui si inserisce la questione catalana – ma può esser un impaccio nella fase seguente, per la quale esiste già un ricambio attraverso il partito Ciudadanos, che nella sua retorica e nelle sue proposte sta rilevando un carattere tanto anti-operaio o forse ancor di più del PP. 

Per concludere, potresti dirci in cosa si concretizza il vostro lavoro rispetto a ciò che sta accadendo in Catalogna? 

Il progetto rivoluzionario del PCPE parte dalla lotta per l’unità tra la classe operaia dei distinti popoli di Spagna, indipendentemente dai loro sentimenti di appartenenza nazionale. 

Il nostro progetto si basa sulla comprensione che la classe operaia dei popoli di Spagna è unita dai suoi interessi di classe contro la borghesia, il cui Stato deve esser rovesciato in un processo rivoluzionario che instauri in Spagna il potere operaio – la dittatura del proletariato – che adotterà la forma di Repubblica Socialista e baserà il suo funzionamento nei principi del centralismo democratico. Un potere di classe unico – non condiviso – che si coniuga con il riconoscimento del diritto di autodeterminazione, in cui si concretizzano i principi internazionalisti proletari della classe operaia, essendo l’unione fraterna e volontaria dei nostri popoli la base del futuro Stato socialista. 

Nel processo della lotta rivoluzionaria per il rovesciamento del capitalismo spagnolo, che è complesso e non ammette scorciatoie, il PCPE lavora politicamente per l’unità della classe operaia dei popoli di Spagna. Questo lavoro si dirige, nei quadri territoriali in cui esiste una forte presenza nazionalista o indipendentista, per la paziente spiegazione sulla necessità dell’unità con la classe operaia di tutti i popoli di Spagna e per lo scontro diretto con le posizioni nazionaliste che cercano di penetrare nella classe operaia. Nei settori territoriali in cui primeggia il nazionalismo spagnolo, la lotta per l’unità della classe deve esprimersi nella difesa del diritto dei popoli all’autodeterminazione, nella lotta per il rispetto dei diritti linguistici e nazionali e nell’appello alla solidarietà contro qualsiasi attacco a questi diritti. 

Nell’uno e nell’altro caso, la lotta contro il nazionalismo è una battaglia politico-ideologica frontale. 

Non possiamo dimenticare che nelle espressioni nazionaliste che si producono in Spagna c’è una fortissima componente economica. Catalogna e Paesi Baschi sono due dei territori più ricchi del paese, e i rispettivi nazionalisti utilizzano molto l’argomento che non c’è motivo di caricarsi il peso di altre zone meno favorite economicamente. Al contrario, questa argomentazione viene utilizzata dal nazionalismo spagnolo per fomentare l’idea che i catalani e baschi sono dei privilegiati egoisti. Tutto questo ha ripercussioni in una crescente divisione tra la maggioranza operaia e popolare, che assume le posizioni delle forze borghesi e capitaliste. Per questo la lotta principale continua ad esser, inevitabilmente, la lotta contro il capitalismo, la lotta unitaria contro il nemico di classe comune, poiché la patria della classe operaia non ha nulla a che vedere con la patria del capitale. 

Grazie, caro compagno 

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