La ripresa? Una lotteria per pochi, una tragedia per molti

Sempre più precario, meno retribuito e più ricattabile. Questo il quadro del lavoro fotografato dall'Istat

In questi giorni, prima e dopo la campagna elettorale, sono state diffuse cifre ottimistiche riguardanti l’occupazione in Italia. Vediamo i dati pubblicati il 13 marzo dall’Istat relativi all’ultimo trimestre 2017 e sulla media annuale del 2017.

Sembra che, almeno in una parte del Paese, il tasso di occupazione sia tornato ai livelli precedenti la crisi (66,7% nel nord, 62,8% nel centro); mentre al Sud, il recupero occupazionale (+0,6%) è ancora molto debole. Ciò equivale a 265 mila persone con un lavoro in più rispetto al 2016.

Tuttavia la stessa ISTAT precisa che i posti creati sono stati quasi soprattutto a termine (con un picco nel quarto trimestre, quando in circa 9 casi su 10 gli avviamenti erano temporanei), anche se comunque la massa totale dei 23 milioni di occupati è ancora rappresentato in prevalenza da contratti stabili (quasi 15 milioni, circa i due terzi). Prosegue il crollo dei lavoratori indipendenti (-105 mila), a causa della crisi e dello sfavorevole trattamento normativo su partite Iva e collaborazioni.

Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione esso è in riduzione all’11,2%. Tuttavia nel Mezzogiorno la percentuale di disoccupazione ha raggiunto il 19,4%, quasi tre volte il Nord e circa il doppio del Centro.

Rispetto all’età il tasso di disoccupazione giovanile decresce (-3% per gli under 25, sempre comunque su livelli elevatissimi, pari al 34,7%, -1,3% per gli under 35), cresce invece per gli over 50 (in crescita al 6,2 per cento). Anche gli inattivi sono diminuiti di 242 mila unità.

La cosa che invece viene totalmente sottovalutata da queste cifre, e che a cercare bene si trova, riguarda il numero delle ore lavorate per dipendente, diminuite dello 0,2%.

Che significa che aumenta l’occupazione e diminuiscono le ore lavorate, in aggiunta al fatto che diminuiscono i lavoratori stabili rispetto a quelli a tempo determinato? Nulla che i lavoratori non vivano ogni giorno sulla propria pelle, al di là delle statistiche. Oggi il lavoro umano diminuisce e viene ripartito su più lavoratori, che sono sempre più sottopagati anche in quei settori, come il terziario, che dovrebbe essere storicamente quello trainante. Ossia le innovazioni tecnologiche non portano più occupazione, ma mediamente la distruggono.

I toni trionfalistici del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, («siamo sulla strada giusta») e dei sindacati concertativi (per la leader della Cisl, Annamaria Furlan, «arrivano segnali positivi») non bastano a nascondere la realtà.

La tendenza storica è quella di diminuire le ore di lavoro umano lavorate. La pretesa nuova “rivoluzione industriale” si presenta in modo molto diverso dalle precedenti. Negli anni ’60 e ’70 la manodopera che veniva sottratta all’agricoltura veniva reimpiegata nell’industria che aveva una grande esigenza di lavoratori. Ciò è stato compiuto con enormi sacrifici di coloro che abbandonarono le proprie case per trasferirsi al nord o nel resto di Europa, ma il lavoro che si creava giorno dopo giorno era di più di quello che si distruggeva. Oggi la tendenza è opposta e ciò per almeno due motivi. Il primo è una ragione assoluta ed è l’elevata automazione delle nuove tecnologie che, anziché rendere il lavoro più leggero per tutti, espelle i lavoratori dai settori produttivi. Il secondo fattore è di carattere relativo ed è la globalizzazione: in un mondo che tende a saturare sempre più velocemente i mercati, aprirne uno nuovo, significa creare rapidamente più lavoratori, e quindi più merci che si riversano nel nostro mercato, che consumatori che potranno assorbire le nostre merci. Il caso della Cina è emblematico, essa si è trasformata in una fortissima esportatrice netta.

Qual è la soluzione che la competizione capitalistica prospetta?

Per garantire i profitti delle élite finanziarie e produttive, si spostano sempre di più gli investimenti sui settori a maggiore concentrazione capitalistica, che, disgraziatamente per i lavoratori, sono quelle che assorbono meno manodopera. Quindi il problema si incancrenisce giorno dopo giorno.

I contratti nazionali di lavoro sono oltre 800, tutti diversi tra di loro con alcuni che prevedono minimi addirittura dimezzati, mentre la mancata presenza di un sindacato di classe contribuisce ad aumentare le sperequazioni territoriali. La contrattazione di secondo livello che ha una diversa distribuzione geografica: i premi di risultato sono per il 70% al nord, per il 14% al centro, per il 3% al sud e nelle isole, mentre per il 13% di gruppo, ma in media stiamo parlando di meno della metà di una mensilità.

Anche all’interno dei vari Paesi si assiste a una concentrazione territoriale sempre più forte. Per esempio in Italia la crisi ha fatto perdere più posti di lavoro nel Mezzogiorno ma ne ha anche abbassato le retribuzioni pro capite.

Le spese pubbliche per infrastrutture e l’utilizzo dei fondi europei vedono l’Italia molto indietro degli altri paesi europei, particolarmente nel Mezzogiorno. E tali spese oltretutto sono anche in calo. Secondo un calcolo della SVIMEZ, la quota di accesso del Mezzogiorno agli interventi pubblici che favoriscono la digitalizzazione e l’interconnessione delle fasi della catena produttiva in vista della cosiddetta Industria 4.0 (ammortamenti, crediti e ricerca) è pari solo a meno del 10 percento del totale. Ciò provocherà un’ulteriore divergenza tra l’andamento economico del centro-nord e del resto del Paese: laddove c’è più innovazione, ci sono retribuzioni più elevate e spazio per lavori con maggiore specializzazione – e dove c’è maggiore specializzazione si attirano attività più redditizie.

In conclusione:

  1. La crisi capitalistica, se viene superata dai padroni, non viene superata dai lavoratori, che anzi in prospettiva si troveranno sempre più espulsi dai settori produttivi e solo una parte minoritaria potrà sperare di accedere a lavori sempre più precari, sempre meno retribuiti e sempre più ricattabili. Quei pochi settori in controtendenza, che ricercano lavoratori ad alta e altissima specializzazione, non potranno mai controbilanciare questa tendenza storica.
  2. Lo sviluppo ineguale del capitalismo non passa più solo tra le nazioni, ma anche all’interno delle nazioni stesse. Per esempio, le famose “due velocità” a cui marcia l’Italia divergeranno sempre di più.
  3. La cosiddetta “politica” risponde sempre più agli interessi di ristrette élite finanziario-produttive, i governi si occupano di favorire la stipula di contratti alle grandi multinazionali italiane, ma non riescono (?, forse non vogliono!) a lanciare piani di investimento pubblico, nonostante le risorse a ben vedere ci potrebbero pure essere. Ciò contribuisce a mantenere ampi territori in uno stato di ricattabilità. Gli interventi pubblici non sono finalizzati allo sviluppo, per quanto interno alla logica capitalistica, ma a distribuire profitti a basso rischio alle “imprese”.

I comunisti denunciano questa situazione, chiamano i lavoratori di tutti i settori produttivi, di tutti i territori d’Italia a prendere coscienza che le “sirene” della “ripresa che sta arrivando” costituirà una lotteria per pochi e una tragedia per i più.

Solo una società socialista può dare una prospettiva ai lavoratori e alle loro famiglie, ai loro figli. Una società in cui le innovazioni sono una benedizione per tutti, perché consentono di lavorare meglio, di lavorare meno, di lavorare tutti.

Le parole d’ordine per i lavoratori per l’oggi le abbiamo lanciate nella nostra campagna elettorale, ma le ribadiamo con forza ogni giorno e chiamiamo i lavoratori a mobilitarsi su esse in ogni luogo di lavoro:

  • A parità di mansione, parità di salario per evitare la guerra tra poveri che favorisce solo il padrone
  • Grande campagna di investimenti pubblici per dare lavoro e non sussidi, investimenti che si ripagano con la ricchezza che i lavoratori producono e non con inutili giochi di prestigio, come il reddito di cittadinanza, che toglie all’uno per dare una briciola all’altro
  • Esproprio delle aziende strategiche e delle aziende che delocalizzano con affidamento ai lavoratori per farle funzionare, per non distruggere il lavoro e per impedire che vengano smantellate o si trasformino in buchi neri di malaffare

Costruire una cellula del Partito Comunista in ogni luogo di lavoro, per aumentare la coscienza della classe operaia e la forza del suo Partito.

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