Università e ricerca, sei risposte da comunisti

Pubblichiamo le risposte di Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista (PC), alle sei domande su università e ricerca rivolte alcuni docenti dell’Università di Padova ai candidati premier, pubblicate da Micromega (qui il link).

 

1) Come pensate di aumentare il numero dei laureati italiani, assai esiguo rispetto alla media europea, garantendo al contempo standard elevati di qualità didattica?

In primo luogo dando a tutti la possibilità di accedere all’università e di studiare, attraverso la piena gratuità dell’istruzione universitaria e dei costi ad essa collegati. Oggi questo diritto è sempre più precluso a chi viene da famiglie non benestanti, dai quartieri popolari e di periferia, avendo frequentato magari una scuola “di serie B”. Oggi le misure per il diritto allo studio sono del tutto insufficienti, e ogni anno si ripete la vergogna di migliaia di idonei non beneficiari, cioè studenti che avrebbero diritto a una borsa, ma non la ottengono per mancanza di fondi. Bisogna abolire le tasse universitarie, avviare un piano nazionale per il diritto allo studio che veda, accanto alle borse di studio, la gratuità dei trasporti per gli studenti e una seria politica di edilizia universitaria per garantire un alloggio gratuito a ogni studente fuorisede. Se andare all’università è un privilegio e non un diritto, il risultato può essere solo un calo del numero di laureati.
A questo va aggiunta una considerazione. Oggi le lauree diminuiscono anche perché il mercato del lavoro italiano non chiede lavoratori qualificati, ma lavoratori a basso costo e sostanzialmente a bassa qualifica, che siano ricattabili e da poter sfruttare liberamente. È stata questa la ricetta per rilanciare la “produttività” nel nostro paese, e infatti i “cervelli” fuggono all’estero. Lo hanno voluto le grandi imprese e la Confindustria. Questo corso va interrotto, bisogna valorizzare l’innovazione e il progresso, anche contro le esigenze di profitto delle imprese, perché è solo investendo sull’innovazione che è possibile abbattere i tempi di lavoro per tutti.

2) Come garantirete che le Università italiane siano finanziate sulla base del merito – premiando le più competitive a livello internazionale in fatto di ricerca, innovazione, didattica e terza missione – a fronte di un gap crescente tra Atenei delle diverse Regioni italiane e in particolare tra nord e sud del Paese?

Non ci sembra che questa sia una cosa da “garantire”. Anzi, è totalmente sbagliata l’idea che le Università debbano ricevere finanziamenti pubblici sulla base di un presunto “merito”. Nel FFO una quota dei finanziamenti è racchiusa in una voce specifica definita “quota premiale” e sono destinati solo a quegli atenei in cima alla classifica ANVUR. Il risultato? Questa logica del merito sta formando atenei di serie A sempre più finanziati e atenei di serie B sempre più in difficoltà, con la classica polarizzazione nord-sud. Per privilegiare la formazione di una élite stiamo compromettendo quella della grande maggioranza, dove sta il progresso?

La logica liberale dell’autonomia finanziaria degli atenei pone l’università pubblica in termini praticamente privatistici, come se si trattasse di aziende che competono per “offrire” un servizio migliore ai clienti e ricevere un premio. Qui si sta dimenticando il senso dell’istruzione pubblica, la sua funzione sociale e quindi – appunto – di interesse per tutta la società.

Lo Stato deve assicurare un’istruzione di qualità e di alto livello in tutti gli atenei italiani, da Nord a Sud, non premiare solo gli atenei più prestigiosi acuendo il gap già esistente. Solo se si parte da questo si può parlare di valorizzazione delle peculiarità locali, ma è un qualcosa che viene dopo. Se oggi esiste questo gap fra gli atenei del Nord e del Sud, è proprio perché si è sposata questa logica della competizione fratricida fra le università.

Attualmente più di un quarto dei finanziamenti alle università è pagato direttamente dagli iscritti tramite la contribuzione studentesca. Lo Stato taglia, gli studenti dei ceti popolari vengono espulsi dalle università, ora ci dicono che non tutti gli atenei possono ricevere i finanziamenti necessari, il prossimo passo sarà il prestito d’onore per chi voglia studiare. Noi questa logica la dobbiamo distruggere e non foraggiare.

3) Che ne pensate della proposta di abolire i concorsi universitari, affidando alla responsabilità degli Atenei e a una rigorosa valutazione a posteriori (con severe sanzioni per chi non seleziona sulla base del merito) il reclutamento dei docenti e ricercatori come accade nei paesi anglo-sassoni?

Siamo contrari, perché è una proposta che va nella direzione di una maggiore autonomia delle università, funzionale all’aziendalizzazione dell’università pubblica e all’introduzione di logiche sempre più privatistiche. È una misura che porterebbe ad un potere ancora maggiore dei “baroni” e dei potentati locali, esattamente come avviene (per quanto si possa cercare di negarlo) nei paesi anglo-sassoni.

Non si tratta di un problema di valutazioni a posteriori o ad anteriori del personale. Fino a quando noi permetteremo che la ricerca e la didattica siano completamente o quasi a discrezione dei singoli atenei, noi rimarremo sempre all’interno di una logica arretrata. Le università devono smettere di avere carta bianca su tutto: dare priorità alle ricerche fondamentali per la nostra società, e selezionare i docenti ed i ricercatori in grado di portarle avanti.

4) Qual è la vostra posizione sulla possibile abolizione del valore legale del titolo di studio e sul passaggio a un regime di libera competizione tra Università?

Siamo contrari. Una laurea in medicina, economia, giurisprudenza, lettere deve avere lo stesso valore in tutto il territorio nazionale, non può essere carta straccia il cui valore è deciso arbitrariamente dal mercato a seconda dei casi. Chi sostiene questa misura afferma che siccome le università offrono livelli di formazione differenti (come nel caso del gap Nord-Sud di cui parlavamo prima), bisognerebbe abolire il valore legale del titolo di studio e accettare che una laurea conseguita in un prestigioso ateneo accessibile ai soli figli di papà valga più di una laurea presa in una università “di serie B”. Ma questo significherebbe ratificare per legge una situazione che, al contrario, deve essere cambiata. Non va abolito il valore legale della laurea, ma al contrario far sì che corrisponda a sostanza: un’istruzione di qualità in tutte le università. È una proposta fuori dal mondo? Secondo me no, ma sicuramente è incompatibile con l’idea liberista secondo cui le università devono essere in “competizione” come aziende nel mercato…

5) Come migliorereste l’efficienza amministrativa delle Università che oggi sono vincolate alle regole della Pubblica Amministrazione?

Nel nome dell’efficienza amministrativa, spesso si cerca di far accettare misure di carattere fortemente politico, ben lontani dalla semplice semplificazione burocratica. Se vogliamo parlare di efficienza e semplificazione burocratica, che giovano tanto a chi lavora quanto agli studenti che frequentano gli atenei, possiamo sederci a discutere. Se il punto dove si vuole andare a parare è quello di una maggiore autonomia delle università, di uno scollamento ancora maggiore fra lo Stato e le università pubbliche, e quindi una maggiore aziendalizzazione, è tutt’altro che una “necessità” e non ci interessa, è esattamente quello contro cui combattiamo.

6) Potreste tracciare l’identikit della figura ideale che vedreste come vostra Ministra o vostro Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca?

Sicuramente un Ministro che pensi alla scuola e all’università come istituzioni sociali, all’istruzione come un diritto inalienabile e che deve essere accessibile a tutti. Uno che veda l’istruzione come uno strumento di liberazione collettiva e individuale, un elemento essenziale per lo sviluppo della persona umana, e non semplicemente come formazione professionale da rimodellare periodicamente a seconda delle esigenze del “mercato del lavoro”, cioè delle imprese. Un Ministro che non riduca la ricerca a quella finanziata da grandi imprese e multinazionali, che al contrario ponga l’innovazione e lo sviluppo non al servizio del profitto privato, ma di tutta la società.

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