Siamo tutti Melegatti? Storia di una bufala che vi ha fregato.

Tutti conoscono la vicenda Melegatti. O forse sarebbe meglio dire, pensano di conoscerla. Da alcune settimane una campagna social invita all’acquisto dei pandori della ditta veronese, che sarebbe stata “riaperta dai lavoratori” per evitarne il fallimento. Il messaggio si diffonde e la nuova moda del militante della sinistra diventa solidarizzare con gli operai della Melegatti comprando e regalando pandori. Purtroppo le cose sono un po’ diverse.

Dal 2015 in poi la Melegatti si imbatte in una crisi generale del settore, dovuta a scandali che hanno interessato varie aziende sull’utilizzo di materie prime scadenti, e di cui hanno risentito in generale le vendite dei prodotti dell’industria alimentare. Paga inoltre proprie scelte di marketing al quanto opinabili, con campagne pubblicitarie di dubbio gusto e fortemente  dispendiose attaccate sui social network e sulla stampa; campagne industriali come l’acquisto per quindici milioni di euro, di una nuova fabbrica per la produzione di cornetti pagata in contanti nel 2017 svuotando le casse dell’azienda, impedendo il pagamento di lavoratori e fornitori.

A Novembre la Melegatti porta i libri contabili in tribunale per il concordato preventivo, tentando così di evitare il fallimento e trattando contemporaneamente per l’ingresso di nuovi soci nel capitale aziendale. La richiesta al tribunale è di prendere “provvedimenti per riprendere la produzione per la stagione natalizia” consentendo il tentativo di “ristrutturare i debiti” e varare una “transazione fiscale” per rimettere in sesto i conti. Si raggiunge un accordo con i sindacati, che prevede lo sblocco del pagamento dei salari di novembre e di quelli arretrati non percepiti dai lavoratori.

Da quel giorno, lanciata da esponenti grillini, parte una gara di solidarietà per l’acquisto dei pandori con lo slogan #NoiSiamoMelegatti. Il tam tam si diffonde, e l’idea che viene trasmessa è quella che siano i lavoratori a gestire l’azienda fallita, ma in realtà non è così. La proprietà aziendale, sottoposta a controllo da parte del tribunale, è salda nelle mani di quanti l’hanno gestita fino ad oggi, e non certo degli operai. E allora cosa è successo? In realtà nulla di straordinario.

L’utilizzo dei lavoratori come strategia per la tutela degli interessi aziendali non è una novità. Da sempre nel settore degli appalti pubblici, tanto per fare un esempio, i padroni tentano di utilizzare le giuste ragioni degli operai come strumento di pressione sugli enti pubblici per ottenere sblocco di fondi, rinnovo di contratti, evitare controlli approfonditi sulle opere e sugli sprechi. E’ accaduto pochi mesi fa per i cantieri della metro C di Roma, dove di fronte alle obiezioni sulla lievitazione dei costi e conseguente blocco dei fondi, la strategia del consorzio di costruttori è stata proprio quella di minacciare ricadute occupazionali. Lo stesso tentarono di fare i Riva per l’ILVA di Taranto, cercando di mettere in contrapposizione la questione del lavoro con quella dell’ambiente e della salute (anche dei lavoratori stessi), per mascherare le proprie responsabilità sulla mancata messa a norma degli impianti, in cambio di facili e maggiori profitti. I lavoratori di Taranto fortunatamente nella stragrande maggioranza lo compresero e non caddero nella trappola.

La novità è che questa strategia diventa social e si amplifica, con costi ridottissimi. Tutto si tinge di nuovo, di bello, di gara per la solidarietà, ma l’obiettivo è lo stesso. I profitti dei pandori venduti infatti non andranno direttamente agli operai, ma all’azienda, che potrà così giovarsi della campagna solidaristica, e risanare i propri conti. E da domani i lavoratori saranno ancora una volta sotto lo schiaffo della direzione padronale, della Melegatti, come di ogni altra azienda privata. Riceveranno parte dei salari arretrati, ma probabilmente andranno in cassaintegrazione. Consentiranno il pagamento dei debiti aziendali con i fornitori, ma finiranno per andare incontro anche loro alle riduzioni salariali, a nuovi accordi peggiorativi delle condizioni di lavoro. E in futuro chissà. Potranno arrivare nuovi investitori, l’azienda potrà essere venduta ad altri, con guadagno importante di chi venderà un’azienda risanata e non sull’orlo del fammilento. Una cosa è certa i padroni resteranno padroni, gli operai rimarranno a salario.

La colpa delle dirigenze dei sindacati confederali, che alla Melegatti sono maggioranza, è stata ancora una volta quella di confondere le ragioni dei lavoratori con quelle generali delle aziende, e quindi dei padroni. Salvare i posti di lavoro è certamente un’esigenza prioritaria, che i lavoratori giustamente sentono come obiettivo da raggiungere assolutamente. Ma una giusta direzione sindacale avrebbe compreso che in questo momento la forza dei lavoratori doveva e poteva spingersi oltre, non per colmare gli errori e le carenze della dirigenza imprenditoriale, riconsegnandogli domani le chiavi di un’azienda in salute, ma rivendicando il controllo diretto dell’azienda. Perché i lavoratori della Melegatti come di ogni altra azienda italiana, sono senza dubbio più capaci di gestire la propria fabbrica di qualche dirigente che si arricchisce sulla loro pelle.

Alle colpe delle dirigenze sindacali confederali, vanno aggiunte quelle degli esponenti della cosiddetta “sinistra” che sono subito accorsi a divenire star della campagna social, e dunque attori inconsapevoli, o forse non proprio, del grande spot pubblicitario dell’azienda veronese. L’orizzonte dell’emancipazione dei lavoratori, non può essere confuso con quello di una generica solidarietà, di cui per giunta non si riconosca il destinatario finale. E la Melegatti non è che un caso particolare in una strategia generale, di partiti di sinistra che hanno sostituito completamente la propria visione e prospettiva, finendo per diventare alleati fondamentali dei capitalisti. Dalla difesa degli interessi dei lavoratori, in un contesto di conflitto capitale-lavoro, muovendosi nella direzione dell’emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento del lavoro salariato, si è passati alla difesa del lavoro, che di per sé è implicitamente anche la difesa del capitale, perché lega lavoratori a padroni in una visione corporativistica comune. Non si parla di nazionalizzazione e affidamento ai lavoratori della grande produzione, ma di difesa delle aziende nazionali e degli asset strategici, dove difesa sottintende il mantenimento dei rapporti privati.

Per oggi alla Melegatti i primi a festeggiare sono proprio i padroni. Perché dopo tante scelte di marketing sbagliate hanno trovato quella più giusta: prendere in giro i lavoratori e tutti voi. Una ricetta antica ma che nell’era del tam tam sui social appare attuale e vincente. Hanno sopperito ad errori pubblicitari e a strategie imprenditoriali dubbie. Tra qualche mese sentiremo ancora parlare della Melegatti, perché finita la festa per gli operai continueranno le grane. Ai lavoratori serve un’altra prospettiva, l’unica che possa davvero rappresentare i loro interessi, che solo i comunisti possono dare.

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