Banca Etruria, guai a parlare di conflitto di interessi

Continue richieste ma nessuna “pressione”. È questo il bizzarro quadro che esce fuori dopo gli ultimi due giorni di seduta presso la Commissione Parlamentare nominata al fine di indagare sui crack bancari che negli ultimi tre anni hanno attraversato il paese. Lo spettro del conflitto di interesse aleggia sul fallimento di Banca Etruria, alla cui vicepresidenza si trovava Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministro e attuale sotto segretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena.

In Commissione sono stati ascoltati Ignazio Visco, presidente della Banca d’Italia, e l’ex AD di Unicredit Federico Ghizzoni.  Alla domanda se ci fossero stati contatti fra i vertici del Governo e i suddetti in merito alla questione Banca Etruria entrambi hanno risposto affermativamente. Visco riferisce la “preoccupazione” di Boschi in merito alle ripercussioni che il fallimento dell’istituto avrebbe potuto avere sul territorio aretino, e lo stesso premier avrebbe indagato sulla possibilità che esso potesse essere acquisito dalla Banca Popolare di Vicenza (fallita anch’essa poco tempo dopo). Discorso simile anche quello di Ghizzone, che riferisce della richiesta da parte di Marco Carrai (imprenditore toscano e rottamatore renziano della prima ora) sulla possibilità che anche Unicredit si impegnasse in una procedura di acquisto della banca di Arezzo.

L’interesse istituzionale è dunque accertato ma guai a parlare di conflitto di interessi, tutti precisano che non ci sono state “pressioni” e tutto si è svolto nella normale routine che caratterizza la vita politica dei vertici coinvolti. Poco importa se il dicastero preposto a questo tipo di attività sia il Ministero dell’Economia, e non certo la segreteria del Consiglio dei Ministri.

La vicenda di Banca Etruria si inserisce nelle complesse dinamiche che riguardano il ruolo della vigilanza svolto da Consob e Banca Italia in merito alla salute degli istituti bancari italiani, e che ha avuto il suo più recente colpo di coda nella “querelle” che ha coinvolto Gentiloni e Renzi riguardo alla riconferma di Visco al proprio posto a via Nazionale. Il ruolo di garante e vigilante svolto da questi due istituti è stato più volte disatteso e dalla prima crisi di Monte dei Paschi si è aperto un vero e proprio vaso di Pandora che ha distrutto il mito della solidità bancaria italiana: Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Etruria e Banca Marche sono crollate come le tessere del domino. Davanti ad un sistema finanziario al collasso più volte il governo Renzi e poi Gentiloni si sono ritrovati a fronteggiare situazioni critiche e di franco imbarazzo. L’iter è più o meno sempre lo stesso: se un istituto fallisce si prova in ogni modo a cercare acquirenti nel mercato bancario, se l’istituto è troppo malato o semplicemente non interessa i concorrenti allora interviene lo stato. Numeri alla mano il Partito Democratico in questa legislatura è indubbiamente stato il grande partito delle banche. Dei 31 miliardi di euro investiti nel risanamento degli istituti (maglia rosa MPS e Banche Venete) ben 23 miliardi sono stati spesi dallo Stato, prelevati forzosamente dalla fiscalità generale.

Il possibile conflitto di interessi che avrebbe riguardato Maria Elena Boschi sta avendo una fortissima risonanza mediatica nonostante rappresenti un aspetto minimo di questa vicenda (la banca è stata acquisita quest’anno da UBI Banca per circa 6 miliardi di euro, potremmo dire che rispetto ai fallimenti che l’hanno preceduta sia poca cosa).  Si riesce tuttavia a nascondere dal dibattito il conflitto inconciliabile fra gli interessi della popolazione italiana e quelli dei banchieri del paese. Non abbiamo per questo bisogno di inchieste giornalistiche o indagini parlamentari, poiché i dati parlano chiaro. In ogni occasione in cui sia stato necessario destra e sinistra di governo hanno risposto positivamente all’appello dei finanzieri, elargendo somme di denaro equivalenti ad intere manovre finanziarie pur di togliere quelle castagne dal fuoco a chi di dovere.

Non si tratta di una semplice mancanza di “onestà” della classe politica, ma di un elemento strutturale che vede la politica, da quella italiana a quella della UE, legata a doppio filo agli interessi di banche e grandi imprese. Un sistema in cui i profitti restano privati mentre le perdite vengono socializzate e scaricate sulle spalle della collettività, mentre continua ad essere considerato normale salvare gruppi miliardari con i soldi e il sudore di milioni di lavoratori, già vessati da anni di attacchi e tagli sociali.

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