Thyssenkrupp, parla Ciro Argentino: «10 anni dopo nulla è cambiato. Bisogna lottare e organizzarsi»

Sono passati dieci anni da quella notte tragica tra il 5 e il 6 dicembre 2007, quando nella linea 5 dello stabilimento Thyssenkrupp di Torino ebbe luogo una delle pagine più nere per la classe operaia italiana negli ultimi decenni. Da quel momento si è accesa una flebile luce sul tema, che, però, in assenza di una lotta di classe organizzata, ha solamente potuto illuminare le pagine buie delle continue e innumerevoli morti sui luoghi di lavoro.

La Riscossa per l’occasione ha raggiunto Ciro Argentino, uno degli operai che si salvò quella notte, di cui proponiamo una breve intervista.

Argentino, sono passati dieci anni e sulla questione Thyssenkrupp si può ancora dire che non sia stata fatta giustizia né sul piano strettamente giudiziario, né sul piano politico. Cosa ne pensa lei adesso a distanza di tutti questi anni?

Al di là della ricorrenza dei dieci anni, per noi lavoratori della Thyssen, per i familiari, ma comunque per qualsiasi persona che perde un caro, un padre, un figlio, un fratello in un luogo di lavoro, non ci sono anni che passano affinché si possa dimenticare, e non ci sono ricorrenze più o meno importanti da celebrare. Il punto è che a dieci anni di distanza, innanzitutto in termini generali, non è avvenuto nessun cambiamento nonostante i fatti della Thyssen. Ricordo che in quei mesi si consumò al Molino Cordero di Fossano in provincia di Cuneo, qui nel nostro Piemonte, una delle più gravi tragedie insieme a quella della Thyssen. Anche lì morirono cinque operai. Poi c’è stata la vicenda dell’Umbria Oli, poi Mineo, poi le cisterne di Molfetta, ce ne sono state diverse nel giro di un anno fino a tutto il 2008. Però non è stato fatto niente, se non il fatto che grazie alla tragedia della Thyssen e a queste altre tragedie c’è stata un’accelerazione a livello normativo, è nato il decreto 81/2008. Si è fatta una legge che anche se è stata una cosa encomiabile dal punto di vista normativo perché ha agglomerato e unito tutte le vecchie leggi degli anni ’50 e la 626 del ’96, in realtà non ha avuto gambe per la realizzazione, un conto è fare le leggi e un conto è applicarle.

Non abbiamo gli strumenti. In questo Paese innanzitutto manca la volontà culturale e anche politica, perché è chiaro che in un paese in cui l’ordinamento statale è dominato dalla classe borghese, la giustizia va in modo diverso e funziona con dinamiche e velocità diverse. I manager, i due tedeschi [liberi] ma anche i quattro italiani di cui due sono già ai lavori durante l’orario giornaliero, i dirigenti di Terni tra cui il responsabile di Torino e il numero uno della manutenzione, sono già ai lavori sociali durante l’arco della giornata e rientrano in carcere solo la sera.

Non è stata fatta giustizia perché è chiaro che in un Paese con un ordinamento giudiziario di un certo tipo, ai due manager tedeschi non si applicherà mai nessuna normativa già esistente di accordo bilaterale con la Germania per l’estradizione, perché sono dei colletti bianchi, è banalmente così. È chiaro che la classe che domina, la classe che impera, non va a incarcerare per reato o tantomeno per non aver investito o dirottato risorse nella sicurezza degli stabilimenti e quindi aver creato le condizioni per cui sono morti i nostri sette compagni alla linea 5 della Thyssen. Non avremo giustizia in questo senso.

Io non credo molto più agli appelli alle istituzioni: sono ormai fiumi e fiumi di parole che abbiamo sprecato negli anni scorsi, soprattutto nei primi anni.

Sono state fatte spesso delle celebrazioni, dei momenti di ricordo da parte delle istituzioni, a vari livelli. Come ci si sta muovendo a livello locale oltre l’aspetto mediatico, quali sono le misure che sono state prese a livello di sicurezza sul lavoro?

Innanzitutto io insieme ad alcune famiglie e diversi operai avevamo fondato questa associazione che molti ricorderanno, “Legámi d’acciaio”, subito a pochi mesi di distanza dalla tragedia, ancora prima che cominciasse il processo preliminare a marzo del 2008.

L’associazione di fatto esiste ancora sulla carta, le famiglie si muovono giustamente secondo il loro sentire, il loro tipo di coinvolgimento che ovviamente è di primaria importanza perché non possono dimenticare ciò che è successo ai cari che hanno perso. Però nessuno parla, ad esempio, del problema dei 500 operai ex Thyssen che sono caduti nell’oblio sociale, la maggioranza di questi lavoratori non ha più trovato un’occupazione. Molti hanno dovuto aprire attività in proprio che sono già fallite e chiuse, alcuni hanno aperto partite iva, alcuni compagni hanno attività in dei negozi o bar o altri esercizi commerciali. Poi si organizzano queste commemorazioni di tipo istituzionale, come “la settimana della sicurezza” fatta dal Comune di Torino. Ma sono tutte cose che non interessano a chi era parte civile nella causa, gli operai che come me hanno fatto la battaglia insieme alle famiglie ma anche parallelamente alle famiglie, una battaglia anche sul piano rivendicativo sociale, oltre che sindacale ma anche politico, facendo capire che si trattava della battaglia di tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici, il fatto che non si dovesse più morire, o almeno si tendesse a creare condizioni di miglioramento delle condizioni di salute e di sicurezza nel mondo del lavoro. Non partecipiamo più a queste cose. Nei primi anni serviva per dare propulsione e forza alla nostra causa a livello mediatico, riteniamo di aver provato tutti i canali ma non c’è stato mai verso. Il problema è che questo tema è un tabù.

Come lei ha ricordato, la tragedia della Thyssen ha smosso gli animi, com’era inevitabile, sulla questione della sicurezza sul lavoro. Oggi però a 10 anni di distanza ci ritroviamo nella stessa situazione, se non addirittura peggio. Una condizione generalizzata di precarietà, di non sicurezza sul lavoro, ecc. A partire da quell’esperienza, cosa si sente di dire oggi ai lavoratori giovani e meno giovani che si trovano a lavorare in fabbrica o in altri posti di lavoro, in condizioni di sicurezza precarie.

Il punto è questo: noi dobbiamo partire da un concetto che è quasi darwiniano, passatemi il termine. Nel senso che io credo che ogni lavoratore nel proprio luogo di lavoro, la prima cosa che dovrebbe fare è andare a lavorare per guadagnarsi da vivere e poter vivere meglio. E non vivere per lavorare. Tanto meno passare al concetto di morire mentre si lavora, rischiare di andare a morire mentre vai a lavorare. Credo che questa sia l’aberrazione del sistema economico sociale dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Attualmente è ancora peggio, perché il capitalismo è ormai in un vicolo cieco e il sistema prevede anche di mettere in conto la morte delle persone perché diversamente non può produrre. Dalla crisi del 2008 il sistema sta scaricando tutte le sue contraddizioni addosso ai lavoratori, attraverso l’atipicità delle forme contrattuali che porta i giovani ad essere sovraesposti sul luogo di lavoro anche e soprattutto in termini di sicurezza, costretti a scendere a compromessi assurdi pur di poter lavorare. Si lavora senza dispositivi di protezione, ormai è tutto così. E pensare che il progresso scientifico consentirebbe di lavorare al massimo della sicurezza, di lavorare meglio, meno e tutti. Ma così non è per garantire il profitto di pochi. Posso fare un appello sul piano esistenziale prima che politico: non recedere dal fatto che prima conta la nostra vita, la nostra pelle e poi dopo contano i regolamenti interni. È sempre meglio rifiutarsi di fare un lavoro senza condizioni di sicurezza. Chi legge quest’intervista può comprendere bene che non bisogna delegare a nessun altro la propria salute sul luogo di lavoro. A cominciare da quel sindacato che ha cominciato a barattare e monetizzare il principio di sicurezza. Insomma, bisogna lottare, bisogna organizzarsi come classe.

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