Contro il Black Friday: gli operai di Amazon scioperano in Italia e in Germania

di Giacomo Venturato

Un gran numero di lavoratori di Amazon in Europa sono in sciopero nel giorno del Black Friday, uno dei giorni di shopping più impegnativi dell’anno, nel tentativo di ottenere un salario maggiore e strappare altre concessioni alla multinazionale, secondo i sindacati.

Secondo l’agenzia di stampa Reuters, almeno 500 dei 1.600 dipendenti del principale centro di distribuzione italiano, a Castel San Giovanni (Piacenza), si rifiutano di lavorare al Black Friday entrando per la prima volta in sciopero. Si stanno anche rifiutando di fare gli straordinari fino al nuovo anno. Per i sindacati l’adesione aumenterà ancora nel turno notturno, raggiungendo la totalità, denunciando inoltre la nota pratica dell’azienda di sostituire i lavoratori in sciopero. Un presidio dei lavoratori si svolge davanti all’hub piacentino indetto dai sindacati concertativi al quale si è aggiunto quello di circa 300 lavoratori del Si Cobas che chiamano all’unità dei lavoratori e al blocco.

Allo stesso tempo, anche i lavoratori di sei centri di distribuzione in Germania sono in sciopero per via di una lunga disputa salariale. Il Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft (un sindacato tedesco) sta coordinando lo sciopero e ha detto che i suoi membri meritano una quota maggiore dei profitti che Amazon ricava da questa giornata. «Oggi, il più grande rivenditore online al mondo vuole raggiungere vendite da record, ma i dipendenti devono produrre prestazioni da record non solo oggi in modo che tutto funzioni come vuole Amazon», ha dichiarato Stefanie Nutzenberger, membro del sindacato.

Nel nostro paese, i sindacati lamentano il fatto che i lavoratori non vedono alcun aumento salariale, nonostante la filiale piacentina abbia visto nell’ultimo periodo una significativa crescita dei propri profitti. Di contro l’azienda si giustifica presentando la condizione contrattuale dei propri operai come una condizione privilegiata, facendo riferimento alle assicurazioni sanitarie e mediche garantite.

Tuttavia la realtà è ben diversa da quella che ci viene presentata. I lavoratori sono continuamente sotto controllo o ricatto per seguire ritmi stressanti e frenetici. L’azienda ha affermato ai giornali che puntano ad un dialogo amichevole con i lavoratori e le loro organizzazioni, ma fino a pochi mesi fa i sindacati non potevano nemmeno entrare nello stabilimento. In 33 sec bisogna recuperare un pacco. Gli operai in media percorrono 17 km al giorno tra uno scaffale e l’altro. La loro identità non è associata ad un nome ed un cognome, ma alla pistola che usano per scannerizzare i codici a barre, trasportano in media da una parte all’altra del magazzino la somma di 200 pacchi all’ora.

I lavoratori, di fronte a tale condizione, possono essere tranquillamente paragonati a delle macchine con i propri numeri di matricola. Su tutto ciò, l’azienda può godere del primo posto nel settore della larga distribuzione con una capitalizzazione annua superiore ai 100 miliardi di euro. Oltre a ciò si è riscontrato che l’80% degli operai fa uso di psicofarmaci per far fronte alle continue vessazioni ed insulti subiti dai superiori, a cui si aggiungono numerosi casi di infortuni sul lavoro e di malattie professionali.

Lo sciopero dei lavoratori è la giusta risposta ad una tale condizione di sfruttamento, che in periodi come il Black Friday non fa che peggiorare, a differenza dell’aumento della capacità di massimizzazione dei profitti dei padroni. Ma si tratta di una lotta che necessita di approfondirsi rafforzando le file dei sindacati realmente conflittuali con orientamento di classe.

Ai lavoratori in sciopero giunge anche la solidarietà militante del segretario generale del Partito Comunista, Marco Rizzo che dichiara che i lavoratori Amazon sono «eroi della lotta di classe, non solo contri i colossi della globalizzazione capitalistica e del web e-commerce, che praticamente non pagano tasse, ma anche contro un modello di società per schiavi lobotomizzati che gioiscono del Black Friday ma sono supini rispetto ai propri diritti sociali».

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