Dalemiani pronti all’alleanza con Renzi. E le loro proposte sono persino peggio.

«Sono pronto a incontrare Renzi». Il capogruppo di Mdp Roberto Speranza in un’intervista al quotidiano la Repubblica si dice disponibile a partire da domani a fissare un incontro con Renzi. Obiettivo discutere di una coalizione di centrosinistra, linea caldeggiata fin da oggi da Pisapia. La giustificazione di un cambio così repentino? «La destra, ovunque, è fortissima» e dunque la vecchia chiamata alle armi del centrosinistra unito torna ad essere il mantra: senza di noi vince la destra. Come se in questi anni, la presenza della “sinistra” al governo avesse cambiato qualcosa per i lavoratori.
Ma l’aspetto più interessante sono le proposte che Speranza avanza a Renzi. «Abbandonino la strada della fiducia al Rosatellum e modifichiamo la legge con le preferenze, oppure aumentando i collegi uninominali. E prevediamo il voto disgiunto».
Il nostro giornale non si è occupato molto della legge elettorale in votazione in Parlamento. Non lo abbiamo fatto perché è un tema che non interessa ai lavoratori, e soprattutto perché, data l’arretratezza del quadro politico e la situazione generale, qualsiasi legge elettorale produrrà in ultima istanza coalizioni e governi che non rispecchieranno gli interessi delle classi popolari. La proposta di Speranza però la dice lunga sul carattere della sinistra, anche quella che ha rotto con il PD renziano.
Il Rosatellum bis, legge elettorale in votazione in Parlamento e su cui il Governo ha posto la fiducia alla Camera, prevede una quota di seggi proporzionali assegnati del 70% e una quota di seggi, il 30%, assegnati sulla base di collegi uninominali. Premesso che l’unica legge elettorale giusta – il proporzionale puro, una testa un voto – non è in discussione con queste forze politiche, la presenza di una quota proporzionale così importante rispetto a quella uninominale non è un fatto così scontato. Proprio qui al contrario, la sinistra dalemiana, si scaglia, chiedendo maggiori collegi uninominali, quelli maggioritari, che costringono alle coalizioni, e che con un voto in più rispetto all’altro candidato assegnano il collegio. Il metodo maggioritario applicato negli Usa e in Gran Bretagna, che in assoluto è l più lontano dall’idea di partecipazione democratica del cittadini al voto. Stesso discorso dicasi per le preferenze, strumenti che servono solo a cordate di candidati sostenuti da interessi economici che possono permettersi campagne personali dispendiose.
Ma dietro queste proposte “tecniche” in realtà c’è la vera ambizione di Mdp: rientrare in coalizione con il PD, ed evitare di veder dimezzati i propri apparati. Qualsiasi legge elettorale in Italia oggi si confronta con un quadro politico frammentato. La risposta logica sarebbe una legge proporzionale, che incontra il no della UE, delle istituzioni internazionali e dei settori della finanza e delle imprese, perché considerata priva di stabilità. Ma in presenza di blocchi di coalizioni tutte al di sotto del 30%, la forzatura di una legge che volesse garantire la “governabilità” – come era l’Italicum – sarebbe assegnare ad una ristretta minoranza la maggioranza assoluta dei seggi. Un po’ come ai tempi del fascismo.
La funzione di Mdp è coprire a sinistra il governo, puntare a riportare settori della sinistra in un’accordo con il PD, o in un’opposizione addomesticata, stemperata dalla compartecipazione ai governi locali delle regioni e delle grandi città. Rifare il centrosinistra, per scontrarsi con il centrodestra, limitando la crescita dei cinque stelle, per poi, il giorno dopo delle elezioni, sapere già che le coalizioni che vinceranno e perderanno non esisteranno più, sostituite da un blocco di governo delle forze centriste che taglieranno le rispettive ali estreme.
Il rafforzamento dei governi, e quindi la richiesta di leggi elettorali che diano maggiore premio a una minoranza per elevarla a maggioranza, non è una strategia in linea con gli interessi della classe lavoratrice. Un governo più forte è un governo che condurrà con più caparbietà l’attacco contro i lavoratori, che sosterrà con più audacia gli interessi del capitale. L’ingovernabilità che comporta questa legge elettorale è un problema loro, non nostro. E contribuirà a smascherare la finzione di interessi tanto dei partiti centristi che dei loro alleati “estremi”. I primi si ritroveranno insieme a governare nonostante in campagna elettorale si siano osteggiati in coalizioni differenti. I secondi – Lega Nord, Fdi a destra, Pisapia, Mdp a sinistra – pur sapendo di portare voti alle grandi intese, preferiscono stare dentro e aumentare i loro parlamentari che fuori dalle coalizioni sarebbero dimezzati, diventando attori indispensabili nella finta recita di questa legge elettorale.

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