Venezuela, alle elezioni regionali vincono le forze bolivariane

Maduro: «Ha trionfato la pace, la patria grande, il Venezuela bolivariano e chavista»

Con una partecipazione del 61,4% si sono svolte domenica scorsa le elezioni regionali in Venezuela per eleggere 23 governatori locali, registrando una netta crescita della partecipazione al voto rispetto al 2012 (53.94%). La presidente del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), Tibisay Lucena, ha annunciato la vittoria della «Rivoluzione Bolivariana che ha conquistato 17 dei 22 governatorati», ottenendo «il 54% del voto nazionale, contro il 45% dell’opposizione». Lo Stato di Bolivar è ancora da assegnare.

Rispetto alle precedenti elezioni, le forze a sostegno del governo di N. Maduro hanno perso 3 regioni (gli stati di frontiera con la Colombia) ma hanno guadagnato una roccaforte dell’opposizione, Miranda, lo stato più importante del paese che corrisponde all’est di Caracas, la parte ricca del paese dove risiedono quasi tutti i leader dell’opposizione. Stato simbolo della destra nel quale sono andate in scena nei mesi scorsi le violenze e disordini di piazza antigovernative.

Questi sono i rappresentanti delle forze governative, del Grande Polo Patriottico (GPP) e del PSUV che hanno ottenuto la vittoria: Miguel Rodríguez, in Amazonas (58.03%); Ramón Carrizalez, in Apure (51.92%); Rodolfo Marco Torres, in Aragua (56.83%); Argenis Chávez, in Barinas (52.88%); Rafael Lacava, in Carabobo (51.96%)); Margaud Godoy, in Cojedes (55.48%); Lizeta Hernández, in Delta Amacuro (58.78%); Víctor Clark, in Falcón (51.86%); José Vásquez, in Guárico (61.68%); Carmen Meléndez, in Lara (57.65%); Héctor Rodríguez, in Miranda (52.54%); Yelitza Santaella, in Monagas (54.86%); Rafael Calles, in Portuguesa (64.24%); Edwin Rojas, in Sucre (58.89%)); Henry Rangel, Silva in Trujillo (59.09%); Jorge Luis García Carneiro, in Vargas (52.35%) e Julio León Heredia, in Yaracuy (58.78%).

I candidati dell’opposizione che hanno vinto governatorati sono: Antonio Barreto in Anzoátegui (52.01%), Ramón Guevara in Mérida (51.05%), Alfredo Díaz in Nueva Esparta (51.81%), Laidy Gómez in Táchira (63.29%), tutti di Azione Democratica (AD), e Juan Pablo Guanipa in Zulia (51.06%), di Prima Giustizia.

Celebrando il risultato a Palazzo di Miraflores, Maduro ha dichiarato che «ha trionfato la pace, la patria grande, il Venezuela bolivariano e chavista» e che «abbiamo dimostrato al mondo che viviamo in una democrazia piena».

Maduro non ha dubbi: «il chavismo ha trionfato». Maduro ha sottolineato che le forze rivoluzionarie hanno ottenuto il trionfo nel 75% degli stati del paese ottenendo nove punti percentuali di differenza con la destra, risultati che dimostrano che il chavismo «è vivo, è nelle strade, è trionfante». Riconoscendo la vittoria dell’opposizione in cinque governatorati ha espresso: «Tendo la mia mano ai cinque governatori dell’opposizione per lavorare con le loro regioni», aggiungendo: «il mio appello è alla pace perché credo che è l’unico cammino per recuperare la prosperità economica e la stabilità sociale».

Il risultato ha spiazzato tutti coloro che si aspettavano il trionfo dell’opposizione che i sondaggi davano vincente in 18 Stati con il 61% complessivo che doveva legittimare la tesi della “truffa dell’Assemblea Costituente” e dare il via ad una nuova fase di offensiva reazionaria dopo le elezioni di luglio. La realtà ha invece ribaltato il tutto alla vigilia fra l’altro del tavolo di negoziato tra governo e opposizione nella Repubblica Domenicana sotto l’egida dell’ex presidente spagnolo Zapatero. Come al solito, le forze di opposizione della MUD non hanno riconosciuto il risultato, accusando il CNE di esser «al servizio del governo» e chiedendo la «revisione completa» con il riconteggio dei voti in tutti gli Stati. Una mossa che era attesa è che fa parte del costante sforzo di destabilizzazione del governo con l’Assemblea Costituente, istituita in estate, mentre l’opposizione ha la maggioranza del parlamento da dicembre 2015 usandolo come strumento per sabotare qualsiasi provvedimento del governo.

Nonostane la sconfitta, l’opposizione non fermerà di certo i suoi piani di caos e destabilizzazione funzionali ad un intervento militare imperialista. La situazione diviene ulteriormente più delicata e complicata al confine con la Colombia dove potrebbe esser tentata la strada della secessione della cosiddetta Mezza Luna (nella quale sono molto attivi gruppi paramilitari) che è un progetto alimentato e fomentato dalla Colombia – e quindi dalla NATO – molto attiva nell’ingerenza contro il Venezuela. Apertamente schiarata con le forze reazionarie, l’Unione Europea – che non riconosce l’Assemblea Costituente -, attraverso il capo degli Esteri e della Difesa, Federica Mogherini, ha chiesto di far chiarezza sui risultati definiti “sorprendenti” seguendo le prese di posizioni dei governi di USA, Spagna e Francia che non riconoscono il voto nonostante fossero presenti anche 70 accompagnatori internazionali che hanno vigilato sulla regolarità delle operazioni di voto. In risposta alle richieste dell’opposizione, Maduro ha chiesto la revisione del 100% delle schede elettorali.

Il Partito Comunista del Venezuela (PCV) ha partecipato alle elezioni raccogliendo 305.698 voti, sostenendo i candidati del GPP in 22 Stati e presentando una candidatura indipendente nello Stato di Apure (ottenendo il 14,4%). In una conferenza stampa Carlos Aquino, membro dell’Ufficio Politico, ha evidenziato che quella di domenica è stata «una prova significativa per il nostro paese e il nostro popolo che ha risposto con grande maturità politica» rifiutando «quattro mesi di violenza criminale che minuscoli settori hanno imposto al nostro paese» sapendo identificare ciò è in gioco nel paese per consolidare il cammino verso lo sviluppo e il rafforzamento dei diritti sociali. Alla vigilia del voto i comunisti avevano chiamato i lavoratori a votare per il Gallo Rosso per «esprimere il loro voto critico e rivoluzionario». Il PCV ha rilevato che l’obiettivo principale, nelle attuali condizioni nazionali e internazionali, è «chiudere la strada al fascismo e a tutti quei settori che stanno attaccando il nostro paese, in una chiara attitudine di ingerenza imperialista», ma che sia necessario per i lavoratori il rafforzamento delle organizzazioni coerentemente rivoluzionarie e di classe per inviare «un messaggio all’imperialismo e i suoi lacchè, come manifesto dell’elevazione della sua coscienza rivoluzionaria e la sua determinazione a non retrocedere di fronte alla pressione e la violenza fascista» inviando anche «un chiaro segnale ai settori riformisti, corrotti e arrendevoli presenti nelle file del processo bolivariano, indicando che il cammino è l’approfondimento rivoluzionario delle conquiste ottenute, senza conciliazione con i nemici del popolo lavoratore».

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