Le bugie del Sole 24 ore sulla Rivoluzione d’Ottobre

Si avvicina il centenario della Rivoluzione d’Ottobre e la stampa borghese affila gli artigli. Posto che un anniversario tanto importante non può essere fatto passare in sordina, tanto vale utilizzarlo per demonizzare la rivoluzione sovietica e aumentare la campagna di anticomunismo. Pochi giorni fa il “Sole 24 Ore”, giornale della Confindustria italiana, ha pubblicato un articolo di Michael Walzer dal titolo ambizioso: “La verità sulla Rivoluzione d’ottobre”. L’autore sostiene che la rivoluzione sovietica si sia rivelata «un disastro per il popolo russo, per l’Europa, per la sinistra in tutto il mondo». L’articolo è un breve condensato di alcune delle tesi più anticomuniste, che è bene smontare, punto per punto perdendo un po’ di tempo.

1.
In primis si afferma che la «società russa non era pronta a appoggiare e sostenere una rivoluzione autenticamente socialista e democratica» come d’altronde – secondo l’autore – era sottinteso dal pensiero di Marx, le cui previsioni erano al contrario «ambiziose e giuste».
A smontare questa tesi – che poi è sempre stata quella socialdemocratica, dei menscevichi in Russia, e persino di qualche socialista di sinistra – prima di considerazioni storiche più approfondite, basta una domanda. Tutto ciò che si sostiene è storicamente imputabile a chi la rivoluzione l’ha fatta o a chi non è stato in grado di farla? Quando viene issata sul Palazzo d’Inverno la bandiera rossa, i bolscevichi pensano di compiere il primo passo verso la sollevazione di tutto il continente europeo. Mentre la socialdemocrazia europea, in maggioranza e a partire dal suo partito guida, la SPD tedesca, accetta di votare i crediti di guerra, appoggiando la borghesia del proprio paese, e rendendosi corresponsabile della prima guerra mondiale, una minoranza socialista, tra cui i bolscevichi, comprende che di fronte a quell’appuntamento della storia, il movimento socialista ha il dovere di levare in alto la bandiera dell’internazionalismo e della lotta all’imperialismo. Si creano oggettivamente delle condizioni in cui il terreno per alla rivoluzione risiede nella grande mobilitazione delle masse, operaie e contadine, al fronte di guerra, in cui – per dirla con un’espressione leninista – la rivoluzione potesse scaturire dall’anello debole della catena imperialista. Questo accade, ed è la linfa nuova che il leninismo apporta all’analisi marxista, liberandola dalla caricatura di se stessa che ne aveva fatto la socialdemocrazia.
I comunisti russi sono ben coscienti dell’arretratezza economica della Russia zarista, della scarsa industrializzazione, eccetto pochi distretti – da cui parte la rivoluzione – e di conseguenza della minoranza del proletariato nella società russa. I primi atti della Rivoluzione d’Ottobre sono tesi, non ad affermare un potere a livello locale, ma a dare impulso alla sollevazione di tutti i popoli. Solo progressivamente, quando la rivoluzione sarà sconfitta nel resto d’Europa, essa sarà costretta – dalla condizione storica di una rivoluzione europea fallita e non da una volontà politica pregressa dei bolscevichi – a rafforzarsi come stato socialista in un contesto ostile di stati capitalistici. Da questo passaggio divenuto inevitabile per le condizioni storiche, certamente deriveranno tutti i problemi della storia sovietica, cui l’URSS accerchiata, dovrà far fronte solo sviluppando proprie forze autonome, partendo da un contesto di enorme arretratezza economica.
Se la rivoluzione socialista ha trionfato in Russia quindi, non è colpa dei comunisti russi, ma dei socialisti di tutto il resto del continente, che non sono stati capaci ad estendere una rivoluzione vittoriosa nel resto d’Europa. Se la rivoluzione vince in Russia, ma viene tradita in Germania, fino a perdere ogni connotazione progressista, non è per causa della rivoluzione russa e dei bolscevichi, ma per responsabilità e linea politica della SPD. Stesso ragionamento vale in Italia per le responsabilità del PSI nel “biennio rosso”.

 

2.
Di conseguenza, sostiene l’autore, la rivoluzione si è rivelata «un disastro per il popolo russo» e segue la consueta lista dei luoghi comuni sui milioni di morti, gulag e così via. L’autore omette di ricordare che la Rivoluzione sovietica ebbe il merito storico di trasformare un paese arretrato nella seconda potenza economica del mondo, creando un sistema che ha potuto competere – e qualche volta risultare vincente – rispetto al capitalismo. La condizione della Russia sovietica nei primi anni è frutto dell’arretratezza allo sviluppo industriale nell’impero zarista, dei problemi irrisolti dell’agricoltura con la presenza di grandi latifondi e una massa di contadini. Si acuisce con la guerra civile – non certo cercata e voluta dai bolscevichi – ma conseguenza della pressione imperialista sul paese, con le pesanti conseguenze di una pace nel conflitto mondiale in cui non erano stati i bolscevichi di certo a voler entrare. Nonostante tutto ciò, in pochi anni l’URSS diverrà una potenza industriale nelle mani dei lavoratori stessi, conseguendo risultati in campo scientifico, tecnico, sanitario che hanno pochi pari nella storia. Tra i primi atti del potere sovietico e nell’impegno conseguente negli anni successivi, ci sono il pieno riconoscimento dei diritti delle classe operaia, dei contadini; l’autodeterminazione dei popoli sovietici, con la tutela e il riconoscimento delle minoranze etniche e linguistiche (mentre nel resto d’Europa il colonialismo diffondeva razzismo e segregazione); la piena equiparazione della donna (la prima ministra donna è sovietica), il riconoscimento dei diritti di maternità; il divieto del lavoro minorile e l’universalizzazione dell’istruzione che farà dell’URSS il primo stato a debellare l’analfabetismo e garantire un’istruzione gratuita fino ai livelli universitari. Il socialismo ha dato a tutte le famiglie sovietiche una casa, una sanità di primo livello e completamente gratuita, l’accesso alle attività sportive, la possibilità di godere del proprio tempo libero, di vacanze, di vasti progetti culturali in ogni campo. Gli scienziati sovietici hanno primeggiato a livello mondiale; molte delle tecnologie che oggi usiamo sono frutto di quelle scoperte che portarono l’URSS e l’uomo nello spazio, ma che diedero impulso anche nella medicina, nelle coltivazioni, nella conoscenza del nostro pianeta. Il popolo sovietico potè usufruire di diritti sociali ad un livello che non ha avuto pari nella storia mondiale.
Tutto questo, e molto altro, viene omesso nell’articolo del Sole 24 Ore. Era davvero «un disastro per il popolo russo» un sistema, quello socialista, che garantì tutto questo, nonostante l’accerchiamento a cui era sottoposto?
Che la lotta di classe, la rivoluzione, il suo consolidamento, le vicende relative alla guerra civile e successive abbiamo prodotto delle vittime, nessuno lo nega, perché nessun passaggio della storia tanto importante è mai avvenuto in modo incruento. Che ci siano stati errori anche negli anni successivi nessuno lo negherà mai tra i comunisti. Ma dipingere l’URSS come uno stato criminale è voler revisionare la storia. Guardare a quelle condizioni con gli occhi di oggi, fare un’operazione assolutamente antistorica. Il famoso sistema dei gulag su cui tanto di è detto, e di cui le cifre delle vittime sono state gonfiate negli ultimi anni, senza alcuna base di dati realistici, era un sistema di sostituzione del carcere con il lavoro, lo stesso usato in altri paesi del mondo, e unico che possa consentire realmente la riabilitazione del detenuto. Oggi si gioca a aumentare le cifre dei morti, spesso confondendo volutamente i termini (le “epurazioni” nel partito, non significavano la morte delle persone espulse, ma il loro allontanamento dal partito, tanto per fare un esempio), e dimenticando in fin dei conti, che se ragioniamo in termini di morti di “sistema”, ossia inseriamo carestie, eventi naturali, guerra ecc nel conteggio in modo indistinto, quel sistema nella storia dell’uomo ha fatto più morti del capitalismo?

3.
Sostiene poi l’autore che la rivoluzione sovietica sia stata un «disastro per l’Europa». Si attacca in primo luogo la linea dei comunisti tedeschi, che «sotto la direzione di Mosca, combattendo contro i socialdemocratici ha contribuito a portare i nazisti al potere». Si prosegue poi con il «patto Hitler- Stalin» (una volta si chiamava patto Ribentropp-Molotov, ma evidentemente non è abbastanza efficace propagandisticamente per far passare il messaggio dell’equiparazione) e infime con i regimi dittatoriali nell’Est dopo la guerra. Aprendo il capitolo seconda guerra mondiale, balza subito all’occhio come l’autore dimentichi quel piccolo particolare, inutile per la storia, del contributo decisivo dell’URSS alla sconfitta del nazifascismo. Non fu un caso della storia che la bandiera issata sul Reichstag fosse sovietica. L’impietoso confronto del numero dei morti, civili e militari della guerra, che fotografa la durezza dei mesi d’invasione tedesca nell’URSS e l’impegno militare sostenuto per la maggior parte della guerra senza aiuto alleato sul campo, da solo basta a rendere la tesi del Sole 24 Ore, storicamente penosa. Ma bisogna andare a fondo.
La vecchia trita e ritrita storia delle divisioni della sinistra come causa della vittoria del nazi-fascismo, dimenticano le profonde responsabilità della socialdemocrazia che, allontanandosi da ogni prospettiva rivoluzionaria, e accettando passivamente l’evoluzione dei fatti, continuando a inseguire i partiti borghesi, fu il terreno di coltura principale del nazi-fascismo. Si dimentica di dire nell’articolo che la condotta dei comunisti tedeschi, il loro giudizio sulla socialdemocrazia, era determinato dal posizionamento della SPD nella rivoluzione tedesca, dalla uccisione di Liebknecht e Rosa Luxembourg sotto un governo che aveva un ministro degli interni socialdemocratico. Si dimentica ovviamente di affermare le responsabilità del grande capitale italiano e tedesco che ricorse al fascismo come strumento per reprimere la classe operaia e evitare ogni insurrezione rivoluzionaria. Ma questo ovviamente dal giornale di Confindustria non possiamo che aspettarcelo. Si dimentica di ricordare che i primi a subire i provvedimenti del nazismo, furono, non a caso, i comunisti e che in Germania, come prima in Italia, furono i soli a voler apprestare delle soluzioni concrete e organizzare i lavoratori per opporsi al fascismo.
La menzogna sul patto Ribentropp-Molotov dimentica gli appelli rivolti dall’internazionale e dall’URSS per un’azione decisa contro il fascismo, dimentica il piano delle potenze europee di lasciar scatenare ad Est la furia nazista, in ottica antisovietica, che sarebbe tornata utile alla difesa delle borghesie di tutto il continente. La mossa tattica fu fondamentale per prendere tempo e affrontare da soli una guerra. Nel frattempo l’URSS continuò a finanziare i movimenti antifascisti di tutta Europa, fu l’unico paese a fornire un appoggio reale ai combattenti della Repubblica spagnola contro i franchisti. A Mosca si rifugiarono molti degli esuli antifascisti, che diressero la resistenza nei propri paesi.

4.
La rivoluzione sovietica infine è stata «un disastro per la sinistra» sostiene l’autore perché «perché la rivoluzione è arrivata in un momento in cui si stava rafforzando la versione socialdemocratica della sinistra europea e ha prodotto un’enorme divisione nella sinistra e un forte indebolimento della socialdemocrazia». In realtà la socialdemocrazia dal primo conflitto mondiale era uscita a pezzi per la sua condotta, si era chiusa in uno sterile riformismo e nella completa inattività aspettando una rivoluzione che veniva rimandata e soprattutto che non si pensava minimamente a costruire. L’enorme potenziale di massa della socialdemocrazia era stato del tutto sprecato; i socialdemocratici erano molto più inclini ad accordi con i padroni, a giocare a costruire cooperative e partecipazioni nei consigli di amministrazione, più che a guidare un’azione politica decisa della classe operaia per scalzare la borghesia. I partiti socialdemocratici erano già internamente “anticomunisti”, nel senso di anti-rivoluzionari, la Rivoluzione sovietica è una conseguenza di questo non la causa. Quindi è fallace il ragionamento dell’autore che sostiene «quando, infine, i partiti socialdemocratici sono andati al potere in Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, il loro necessario anticomunismo li ha resi più conservatori di quanto sarebbero potuti essere». Purtroppo invece il processo degenerativo della socialdemocrazia, che inizia da lontano e che lungi dall’essersi esaurito, ha determinato il completo allontanamento dei partiti socialdemocratici da ogni ipotesi di costruzione di una società alternativa al capitalismo. La socialdemocrazia, relegando inizialmente la prospettiva socialista a una serie di cambiamenti interi, realizzati nell’alveo della democrazia borghese, è finita per accettare la stessa società capitalista, proponendo al massimo dei correttivi. Non sono quindi i comunisti ad aver preteso di «essere gli unici di sinistra» come detto dall’autore, ma questo processo ha allontanato irreversibilmente la socialdemocrazia dall’alveo del marxismo.
Dimentica l’autore era che la presenza dell’URSS e del campo socialista ha costretto la borghesia a scendere a patti ovunque nel continente. Se anzi, la socialdemocrazia ha potuto ottenere alcuni risultati, e in generale il movimento operaio ha ottenuto conquiste sociali nell’Europa capitalistica, lo si deve alla pressione internazionale dell’URSS e del socialismo reale. Posti di fronte all’alternativa di perdere tutto o cedere qualcosa i capitalisti hanno preferito fare concessioni che dividessero il campo, riuscissero a far detonare la lotta di classe, un po’ come la valvola di sfogo di una pentola a pressione ne evita l’esplosione. In questo senso una gestione socialdemocratica del conflitto di classe – anche lì dove non applicata direttamente dalla socialdemocrazia, ma da forze comuniste che adottavano di fatto una prospettiva socialdemocratica – è stata in qualche modo consentita proprio dalla presenza dell’URSS.

5.
Ci sarebbe poi il capitolo mondo, che l’autore sfiora appena, limitandosi a parlare male dei comunisti che «hanno instaurato regimi brutali: in Cina, Corea del Nord, Cambogia e Vietnam». Capiamo l’imbarazzo a trattare la questione, dal momento che il processo di decolonizzazione è stato favorito ovunque dalla presenza di un campo socialista, uscito rafforzato dalla Seconda Guerra Mondiale. Alla borghesia europea brucia ancora la ferita della lotta anticolonialista, che è stata nel dopoguerra grande motore delle rivendicazioni sociali, e una spina nel fianco per l’imperialismo. Per questi paesi vale quanto detto prima nel secondo paragrafo sull’URSS in termini di conquiste sociali. Quelle vittorie, che il Sole 24 Ore si limita ad etichettare come regimi brutali – potremmo fare l’eccezione della Cambogia, la fine del cui regime è opera della stessa URSS e del Vietnam, mentre gli USA lo sostenevano – sono state in realtà il punto più alto della vittoria anticolonialista di quei popoli. Si può aggiungere Cuba, le vicende del Sudamerica, e dell’Africa dove grazie all’URSS e alla lotta imperialista interi popoli hanno avuto sostegno e appoggio nelle loro rivendicazioni. Si potrebbe parlare perfino dei regimi laici arabi, del governo socialista nell’Afghanistan democratico, esperienza finita sotto i colpi dell’islamismo, da sempre alleato degli imperialisti. Ma di questo il giornale di Confindustria ovviamente non parla.

6.
La conclusione merita davvero. Sostiene l’autore che potrebbe «essere politicamente utile anche cercare di scrivere una storia controfattuale: come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra oggi se i Menscevichi (i socialdemocratici russi) avessero vinto? A volte è bello sognare». Giusto nei sogni infatti i socialdemocratici avrebbero potuto guidare una rivoluzione in Europa. Peccato che nella storia, quella reale e concreta, abbiano fatto di tutto per dimostrare il contrario. I pochi mesi che i socialdemocratici governarono in Russia come parte del Governo Provvisorio, fu semplicemente quasi tutto come prima. Via lo Zar per continuare la politica dello Zar. E così fu, ed è tutt’oggi, quando governano i socialdemocratici in paesi europei o nel resto del mondo.
La strada aperta con la Rivoluzione d’Ottobre ha avuto mille contraddizioni, errori, incertezze. E’ giusto e corretto che a cento anni i comunisti siano capaci di analizzare, trarre bilanci, correggerne anche gli errori, come in ogni processo storico. Ma una cosa è certa: quella via è stata l’unica che ha realizzato un’alternativa al sistema capitalistico. Ripartire da qui è indispensabile. Il resto per l’appunto fa parte del regno dei sogni, di quelle cose che non esistono nella storia e nella realtà. Piacciono tanto a una certa sinistra, piacciono anche tanto al giornale di Confindustria, che dai sogni non avrà mai nulla da temere.

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