Catalogna, anche se cambierà la bandiera i padroni resteranno gli stessi

Editoriale

Se la maggioranza del popolo catalano vuole l’indipendenza dalla Spagna è giusto che la abbia. Il processo di costituzione di uno stato autonomo quando la maggioranza della popolazione avrà scelto questo destino sarà storicamente inevitabile. Non ci saranno leggi e costituzioni a poter essere invocate come leggi assolute, perché la decisione popolare è per sua stessa natura potere supremo, in grado di rompere qualsiasi formalità legale. Lo Stato spagnolo dal suo canto avrà la legittimità formale di invocare i suoi provvedimenti repressivi, che noi comunisti condanniamo e condanneremo. Il popolo catalano e le sue nuove istituzioni avranno dalla loro un potere di fatto, che poi è quello con cui si fa la storia, di fronte al quale ogni legge costituita sconfitta non può che cedere il passo. Questo vale per la Catalogna, come è valso per la Crimea, o per la Cecoslovacchia, e così via.
I comunisti non potranno che registrare questa volontà e sostenere questa decisione rispettando il principio di autodecisione delle nazioni. Persino nel momento più alto della lotta di classe, quando la rivoluzione trionfava nella Russia zarista prima, e scalzando il potere del governo provvisorio poi, i comunisti riconobbero come sacrosanto il principio di autodeterminazione delle nazioni, concedendo l’indipendenza alla Polonia, alla Finlandia, ai Paesi Baltici e vasti territori dell’ex impero. Un’indipendenza che allora aveva un chiaro carattere reazionario, perché comportava la secessione di larghe masse di lavoratori da un processo rivoluzionario e da uno stato socialista che andava creandosi, relegandole nuovamente sotto il giogo capitalistico dei propri governi. Questo principio fu elemento strategico costitutivo della Rivoluzione Bolscevica, non mera – pur presente – esigenza tattica. Se un principio esiste – si disse allora – non può essere riconosciuto a fasi alterne, quale ne sia il risultato. I popoli, insomma, su una questione così importante hanno il diritto di decidere del loro destino, anche quando sbagliano. Ma questo non vuol dire che i comunisti non debbano dirgli che stanno sbagliando.

Perché riconoscere il diritto all’autodecisione, non significa che ogni richiesta di indipendenza abbia in sé un carattere progressista e come tale debba vedere i comunisti parteggiare attivamente per l’indipendentismo. Mai come rispetto alla questione nazionale, alle richieste di indipendenza, un conto è prendere atto dei sentimenti maggioritari dei popoli, opporsi ad ogni forma di repressione che provenga da governi capitalistici, altro appoggiare senza riserve e fare propria, come molti, nella sinistra radicale stanno facendo oggi, la battaglia indipendentista, senza se e senza ma, senza vederne la natura e le contraddizioni.

L’indipendenza della Catalogna in sé non ha nulla di progressista. Anche quella che potrebbe apparire storicamente la questione centrale, ossia la scelta tra monarchia e repubblica, a ben vedere ha perso nel XXI secolo quasi ogni rilevanza. Esiste una reale differenza per le classi popolari tra vivere in uno stato repubblicano e in una monarchia costituzionale in cui il Re esercita le stesse funzioni di un capo di stato repubblicano? La lotta contro la monarchia aveva il suo carattere progressista quando i rapporti sociali entrarono in conflitto con le strutture aristocratiche, quando le monarchie avevano poteri politici effettivi. Era la fase progressista delle rivoluzioni borghesi, fase che si esaurisce con la vittoria storica della borghesia e la sua trasformazione in classe dominante, come tale reazionaria per definizione. Oggi le monarchie europee sono giocattoli ammaestrati dalle borghesie ad uso e consumo -capitalistico – ridotte a fonte di folklore e gossip, che fanno ingrassare la stampa scandalistica, e qualche settore dell’economia nazionale. Abbasso il Re certo, per un principio generale di uguaglianza, ma ben sapendo che quel principio sarebbe comunque largamente tradito nei fatti da una qualsiasi repubblica borghese, che al Re sostituisse un capo di stato elettivo. Alla prova dei fatti di tangibile resta un po’ poco.

L’indipendenza della Catalogna non aspira ad alcuna rottura con le istituzioni internazionali dalla UE alla Nato. Se ciò dovesse accadere sarebbe per ripicca del governo di Madrid e non per scelta maggioritaria degli indipendentisti, i quali cercherebbero in ogni modo di rientrare dalla finestra nel mercato comune e nella difesa comune, con accordi di altro tipo. Il governo di Barcellona vuole separarsi da Madrid per poi essere suo pari a Bruxelles, così come accade in Scozia, Irlanda del Nord, e nella stragrande maggioranza dei casi di rivendicazioni di tal genere. Anche le forze di sinistra non rivendicano l’uscita dalla UE.

L’Indipendentismo catalano affonda le sue radici in questioni di identità culturale, nazionale ed etnica, regolarmente soffocate dall’assolutismo monarchico prima, e dal totalitarismo del XX secolo successivamente. La curiosità, che in pochi sottolineano, è che l’indipendentismo catalano non è mai stato un movimento di massa, seppure percepito come sentimento diffuso, bensì appannaggio della borghesia industriale della Catalogna, alimentato nella sua forma di rivendicazione politica dal clima del romanticismo che si diffuse in Europa durante l’Ottocento e, in modo particolare, durante l’ultimo quarto del XIX secolo. Soltanto nei tempi contemporanei, e in maniera particolare nel corso degli ultimi dieci anni, da appannaggio delle classi agiate il catalanismo si è trasformato in movimento di massa, in piena coerenza con le forze centrifughe tipiche delle aree geografiche europee più performanti o, se si vuole, coerentemente con la retorica tipicamente europea delle regioni economiche.

La Catalogna è individuata come la quarta regione europea più ricca e produttiva. L’origine dello scontro risiede in interessi contrapposti dei rispettivi settori capitalistici dominanti. La Catalogna non è una colonia, è una regione ricca, sede di importanti società di primo piano a livello spagnolo e che competono nei mercati internazionali in posizioni di tutto rispetto. La Catalogna è la regione spagnola con il più alto tasso di investimenti esteri diretti. Sul suo territorio trovano collocazione le sedi delle principali multinazionali globali, con percentuali bulgare. Sul totale di tutte quelle che operano in Spagna, la Catalogna ospita il 93% delle imprese Statunitensi, circa l’80% delle Giapponesi e il 76% delle Italiane. Non si può applicare meccanicamente lo stesso atteggiamento che si ebbe nei confronti dell’indipendenza delle colonie dai paesi colonialisti ad una regione che da secoli è parte della Spagna e in cui solo dieci anni fa il nazionalismo era assolutamente minoritario. Non c’è un Davide e un Golia. Non c’è la prospettiva di indebolire il campo imperialistico, perché la Catalogna, autonoma o spagnola mantiene inalterato il suo carattere. Il fatto che questo scontro trascini, sotto la copertura ideologica dell’identità nazionale, grandi masse di lavoratori non ne cambia la natura di fondo. Quello a cui assistiamo oggi è un vero e proprio capolavoro dei possidenti catalani, che siano tali di nascita o acquisiti (o, utilizzando un linguaggio per alcuni demodé, i padroni capitalisti): il reclutamento del popolo catalano alla causa dell’indipendentismo. È un prodotto dei tempi, prova purtroppo della grande arretratezza di coscienza nella classe operaia e della straordinaria capacità del grande capitale di sfruttare ogni elemento per spostare l’asse della mobilitazione popolare dal conflitto capitale/lavoro, dalla possibilità di mettere in discussione gli attuali rapporti sociali di produzione.

Prova ne è anche la composizione trasversale, ma a guida “moderata” delle forze politiche indipendentiste. La coalizione vincitrice delle elezioni Junts per il Sì (uniti per il sì, all’indipendenza n.d.r.) è composta in maggioranza da una forza di centrodestra, il Partito Democratico Europeo Catalano, affiliato internazionalmente ai Liberali, la Sinistra Repubblicana di Catalogna, affiliata ai Verdi, i Democratici di Catalogna, anch’essi di centrodestra, scissi dal primo partito, infine il Movimento di Sinistra di ispirazione socialdemocratica. Alla guida dell’indipendenza le forze maggioritarie si inseriscono nell’asse delle forze liberali, socialdemocratiche, verdi e popolari che guidano in Europa l’asse europeista. La CUP unica forza di sinistra presente nel Parlamento catalano, che supporta esternamente il governo indipendentista ha una visione vicina alla Sinistra Europe. Per fare un esempio anch’essa non chiede l’uscita dalla UE, ma la costruzione di un’Europa dei popoli. Un panorama del tutto simile a quello di qualsiasi altro parlamento europeo, e dello stesso parlamento spagnolo, con la sola divisione trasversale tra indipendenti e unionisti, che ha portato ad una sorta di governo di unità nazionale degli indipendentisti.

Non esiste quindi un panorama politico più avanzato. La secessione catalana non è lo strumento per far avanzare i diritti dei lavoratori in un contesto di arretramento del resto del Paese. Non siamo di fronte ad una regione in cui il socialismo sta per trionfare e il resto della Spagna è una palla al piede. L’indipendenza coinciderebbe in questo senso con la trasformazione dei rapporti sociali, uno scenario che semplicemente oggi non esiste se non nelle menti sognanti un po’ narcotizzate di alcuni settori della sinistra radicale che continuano a confondere la realtà con le loro aspirazioni. Se così fosse viva la Catalogna indipendente e socialista! Sarebbe bello, facile, e sarebbe facile schierarsi senza riserve, ma purtroppo non è così. Chi lo sostiene o intravede nell’indipendenza lo strumento per giungervi si illude.

Il voto catalano non è espressione di una divisione di classe, non c’è la classe operaia che chiede la secessione da una parte e la borghesia a dire di no dall’altra. Esiste una divisione trasversale tra settori della borghesia, a cui corrisponde specularmente una divisione dei lavoratori. E proprio questo è il punto che ogni marxista non può non vedere e temere del nazionalismo: la divisione trasversale dei lavoratori, che da mesi, quale sarà l’esito finale di questa vicenda – e quando e se ci sarà – si stanno dividendo tra loro sulla questione nazionale, divenuta, per forza di eventi, questione principale, finendo per scansare ad un livello secondario le rivendicazioni di classe. Così sarà facile per un lavoratore dividersi col suo compagno di lavoro, la cui condizione di classe è esattamente la stessa, sulla base del suo voto al referendum e della sua visione della questione catalana. Quanti criticano chi tra i comunisti non prende una posizione netta a favore dell’indipendenza della Catalogna dimenticano questo piccolo passaggio: più di metà della popolazione catalana non ha votato al referendum; in un modo o nell’altro, con il voto a forze politiche unioniste, con l’astensione, con il voto contrario metà dei catalani la pensano in modo opposto rispetto all’altra metà. E in più ci sono ripercussioni non trascurabili sul resto della classe operaia spagnola che potrebbe a sua volta divenire, in questo scenario, preda di altri nazionalismi, comportando un arretramento generale in tutto il Paese, in un contesto generale europeo che spinge per giunta in questa direzione.

Fermo restando il diritto all’autodeterminazione,  e ovviamente la totale opposizione alla repressione di Madrid, il terreno dell’indipendenza catalana non è e non può essere il nostro terreno di lotta, quello del potere ai lavoratori, del socialismo. Bene fanno i comunisti spagnoli a parlare di lotta per “l’indipendenza della classe operaia” e a respingere tanto la repressione e il nazionalismo spagnolo, quanto non accettare acriticamente le richieste indipendentiste catalane, a lottare in questa difficile situazione per mantenere come centrale la questione di classe. Quale sia la bandiera che sventolerà sulla Catalogna come espressione del potere del vecchio o nuovo governo, i padroni resteranno gli stessi. Anche se la maggioranza del popolo catalano sceglierà l’indipendenza sarà solo apparentemente padrona del proprio destino, perché nella realtà non muterà di una virgola il carattere di sfruttamento della società catalana. Domani a Barcellona i lavoratori avranno gli stessi problemi di ieri, mentre già da oggi tra loro c’è una divisione in più che fa solo il gioco dei padroni.

Si tratta di una posizione settaria? No, si tratta di una posizione corretta. Si tratta di una posizione minoritaria, oggi non automaticamente in grado di intercettare la maggioranza dei settori della classe lavoratrice, non in grado di intervenire all’interno di questi processi? Certo si tratta di una posizione che nel breve termine comporta il rischio di rimanere estranei allo svolgimento di fatti storici. Ma siamo così sicuri poi che una posizione del genere non risponda a molti dei dubbi dei lavoratori spagnoli, e catalani? Che sia oggi che domani, a breve e medio periodo non porrà i giusti interrogativi e sarà in grado di trasformarsi in elemento di lotta e a intercettare consensi e adesioni più ampie? Non sempre inseguire, specialmente in una fase di arretramento come quella che viviamo, è una giusta strategia. C’è il rischio di rimanere confusi e contribuire a far arretrare i rapporti di forza molto di più di quanto si possa pensare di cambiarli in proprio favore. Non significa certo rinunciare alla lotta, ma inserirsi nelle contraddizioni, non accettarle come propria linea. Guardare al movimento nella direzione del fine ultimo, non accontentarsi che ci sia movimento e volerne prendere parte sapendo bene di non poter determinarne la direzione.

Tutta quest’attenzione alla questione catalana non è concentrarsi sulla cronaca. E’ chiaro che non si tratta di un caso isolato. La crisi, la globalizzazione dei mercati e delle istituzioni, la sensazione di perdita di potere reale determina un sempre maggiore ricorso al nazionalismo, e al regionalismo, come riflesso identitario. L’idea di “governi vicini”, più “sensibili alle istanze dei cittadini”, sono parole che sentiamo spesso e sono un’evidente reazione alla percezione dell’esistenza di veri poteri lontani, dei grandi monopoli transnazionali che determinano realmente le scelte politiche degli stati. Ma la reazione è un pannicello caldo, per giunta tutt’altro che opposto alle esigenze del settori dominanti del capitali e alle leggi del sistema capitalistico. Si pensa che questi poteri più vicini saranno più in grado di opporsi, ma non è così. I lavoratori scopriranno che la situazione sarà la stessa. In una Spagna unita, come in una Catalogna indipendente, la lotta alla fine sarà la stessa. Diverse facce, stessi nemici. Il capitale è pronto a concedere l’autonomia su tutto ciò che non intacca il suo potere: tutelare lingue e identità di minoranze, trasformare dialetti in lingue, elevare leggende di cronaca a fatti storici, apporre marchi tradizionali come nuove fonti di profitto, scovare nuovi pomodori autoctoni per creare mercati di nicchia in nome della tutela della biodiversità ecc. Nel frattempo la società capitalistica continuerà a generare mercati più vasti inondati di prodotti a basso costo, a omologarsi nel senso di acuirne la concentrazione e la centralizzazione del controllo.

Settori capitalistici autoctoni, o con interessi particolari, sono persino disposti a elevare regioni a stati, a trasformare governatori in capi di stato, perché la vicinanza delle istituzioni sarà maggiore rispondenza ai loro interessi e non a quelli di una generica cittadinanza. I grandi monopoli che si spartiscono il mondo staranno a guardare compiaciuti. Cosa potrà la Catalogna contro Google, Microsoft, Apple, le grandi multinazionali della comunicazione come Vodafone, o del commercio on line come Amazon su temi come la tassazione dei profitti realizzati con la rete? Nulla, più del niente che già può (e vuole) la Spagna, la Francia, l’Italia. Nulla perché quell’indipendenza non aspira a rovesciare quel sistema ma solo a eliminare un intermediario, lo Stato centrale. Tante piccole patrie per un grande mercato mondiale, tante coalizioni di stati e statarelli per sostenere l’interesse dei propri monopoli e schiacciare quello dei propri lavoratori. Non è una difesa dello stato borghese  come purtroppo sbagliano a fare quanti cadono nell’opposto del “sovranismo”. Riporre le proprie speranze di lotta ai monopoli begli stati borghesi, terreno politico in cui si è sviluppato lo scenario odierno è come guardare al ritorno dell’aristocrazia come argine alla vittoria della borghesia. Semplice antistoricismo, magari condito con avventure reazionarie, come quelle a cui parte del continente europeo sembra andare incontro. Il tutto con un’opposta soluzione, ma il medesimo punto di partenza: non guardare ai rapporti di produzione, come elemento dirimente della propria analisi e strategia politica.

In questo scenario quale altra posizione sarebbe corretta per i comunisti se non quella di rivendicare l’assoluta estraneità degli interessi della classe lavoratrice a tutto questo, se non ribadire la necessità della lotta per il rovesciamento del sistema capitalistico, come lotta centrale del nostro tempo? La circostanza della valutazione di rapporti di forza arretrati non può spingere a sposare altre rivendicazioni a giocare accettando le regole del gioco degli altri. La partita si gioca e si vince con le nostre parole, con le nostre regole del gioco, in Catalogna, quanto in Italia per tutti i tifosi delle indipendenza altrui. Serve la forza per imporle come dominanti nelle coscienze collettive, lì dove lo sono già nella struttura della società. E ogni volta che i comunisti accettano un terreno altro di battaglia schierandosi, in nome della necessità di prendere parte in una lotta non propria, contribuiscono a rafforzare il processo di ulteriore regressione dei rapporti di forza. Il problema della nostra fase infatti non è che la classe è arretrata ma che parte di chi si considera avanguardia è arretrata. La lotta per l’indipendenza della classe operaia è la vera e unica parola d’ordine d’avanguardia oggi, l’unica lotta in grado di far avanzare realmente i rapporti di forza.

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