Lezioni dall’esperienza della “via cilena al socialismo”

di Salvatore Vicario*

Lo studio dell’esperienza storica della cosiddetta “via cilena al socialismo”, degli anni ‘70 del secolo scorso, e precisamente della sua strategia del cammino pacifico e parlamentare, connessa alla logica delle tappe intermedie, i suoi risultati così come l’eroica resistenza della classe operaia e dei settori popolari di fronte alla reazione borghese e imperialista, è di grande interesse per il movimento operaio e popolare al fine di trarne esperienza e insegnamenti validi, contribuendo alla formazione di una strategia attuale rivoluzionaria dei partiti comunisti di ogni paese come condizione necessaria per la riorganizzazione del movimento comunista internazionale. In questo senso l’approccio critico alle esperienze storiche da un punto di vista rivoluzionario e di classe è per i marxisti-leninisti un’arma molto forte.

Il ruolo del revisionismo

L’esperienza cilena è riferimento obbligato per lo storico dibattito che confronta il marxismo-leninismo alla socialdemocrazia e il suo progetto riformista. Gli avvenimenti del Cile, infatti, riguardano non solo il popolo cileno, ma tutte le forze rivoluzionarie nel mondo, per questo da essi occorre trarre lezioni non solo da parte dei rivoluzionari e dei lavoratori cileni ma anche di quelli degli altri paesi. Si tratta di osservare criticamente i fattori interni legati a quelli esterni con riferimento alle leggi generali che nessuna rivoluzione può aggirare e che ogni rivoluzione, al contrario, deve applicare, separando il campo rivoluzionario, le sue teorie e pratiche, da quello opportunista e revisionista, stabilendo quali sono le posizioni e le azioni che contribuiscono alla rivoluzione e quali alla controrivoluzione.

La stampa progressista e i vari partiti della sinistra socialista e “comunista” esaltarono fortemente il “cammino pacifico della rivoluzione cilena” come trionfo pratico delle tesi revisioniste e opportuniste del XX Congresso del PCUS. Riferendoci agli eventi in Cile, dobbiamo tenere in considerazione infatti che il PCUS con il suo XX Congresso nel 1956, aveva dichiarato la “varietà di forme di transizione al socialismo” e allo stesso tempo aveva assunto, come asse della sua politica estera, la “coesistenza pacifica” del socialismo con l’imperialismo, scindendo quest’ultimo dal capitalismo monopolistico, alimentando idee utopistiche, come ad esempio che fosse possibile per l’imperialismo accettare nel lungo termine la coesistenza con quelle forze sociali e politiche che mirano a infrangere il suo dominio sul mondo intero. Nella maggior parte dei Partiti Comunisti in tutto il mondo si diffuse e si rafforzò l’opportunismo, immettendo nel Movimento Comunista Internazionale, la logica del riformismo, del pacifismo, del parlamentarismo e delle “vie nazionali” al socialismo, coinvolgendo la maggioranza dei Partiti Comunisti nella strategia delle tappe intermedie a spese dei principi, dell’autonomia e dei compiti di base, ossia la preparazione, la concentrazione delle forze per la rottura rivoluzionaria e il potere della classe operaia. Tra questi figurava anche il Partito Comunista del Cile (PCCh), il cui leader, Luis Corvalán, sposava pienamente la visione togliattiana della conquista del “socialismo” per mezzo di riforme di struttura, per via pacifica ed evolutiva senza rottura rivoluzionaria con una strategia di alleanze per la «difesa e ampliamento delle forze democratiche». I legami con il PCI revisionista si intensificarono sempre di più negli anni nella comune visione della “via pacifica”. Nel dicembre del 1970, dopo l’elezione del socialista Salvador Allende a Presidente della Repubblica, Luis Corvalán rese subito omaggio alle tesi revisioniste di N. Chruschiov e dei suoi successori, affermando nella Nuova Rivista Internazionale:

«Il caso cileno va a dimostrare che i cammini e metodi del processo rivoluzionario hanno in ogni paese le proprie particolarità, e prova che non è propriamente folle la tesi che proclamò il XX Congresso del PCUS».[1]

I revisionisti, sia all’interno del paese sud-americano che a livello globale, hanno sostenuto l’“esperienza cilena” sperando nella conferma pratica delle loro teorie sul “cammino parlamentare” e la costruzione del socialismo sotto la direzione di diversi partiti “pseudo-marxisti” e borghesi, ossia di marciare verso il socialismo per mezzo delle elezioni parlamentari, senza rivoluzione, e di costruire il socialismo non solo senza la distruzione del vecchio apparato statale borghese, ma addirittura con il suo aiuto, negando l’instaurazione del potere popolare rivoluzionario. In tutti i documenti programmatici dei partiti revisionisti dopo il XX Congresso del PCUS, il cammino parlamentare venne assolutizzato, rinunciando definitivamente alla lotta rivoluzionaria, sostituendola nella teoria e nella pratica con le rivendicazioni riformiste di tipo economico e amministrativo, da applicare nel quadro del regime capitalista e senza toccare le sue basi, trasformandosi in partiti dell’opposizione borghese, fino a gestori del capitalismo, passando pienamente nel campo della socialdemocrazia.

Tutto ciò ebbe un forte impatto negli eventi in Cile, nel fallimento della “rivoluzione cilena” con il rovesciamento del governo popolare di Salvador Allende e l’instaurazione del regime fascista di Pinochet tramite il colpo di Stato realizzato dalla forza armata della borghesia cilena in stretto legame con gli USA e la mano della CIA, nonostante l’eroica resistenza delle masse popolari e dei militanti del PCCh e di altre organizzazioni popolari e della sinistra di classe.

Il PCI di Berlinguer, già immerso nel percorso revisionista sviluppatosi poi nell’eurocomunismo, assunse i fatti cileni come proiezione verso quello che sarà il “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana, e di cui Allende stesso fu in qualche modo precursore con il tentativo di alleanza con il Partito Cristiano Democratico del Cile che già si adoperava in realtà per il golpe. Con una serie di articoli su “Rinascita” Berlinguer proietta i fatti cileni in Italia con la preoccupazione di una deriva autoritaria che metta in pericolo la democrazia (borghese) anche nel nostro paese alla luce del costante agire delle forze reazionarie per creare un clima di esasperata tensione che avrebbe potuto sfociare in un governo autoritario. Scrive Berlinguer:

«La contrapposizione e l’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo e dai quali masse importanti della popolazione si sentono rappresentate, conducono ad una spaccatura, a una vera e propria scissione in due del Paese, che sarebbe esiziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico. Di ciò consapevoli noi abbiamo sempre pensato – e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione – che la unità dei partiti di lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa e il progresso della democrazia ove a questa unità si contrapponga un blocco dei partiti che si situano dal centro fino all’estrema destra […] Sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51% dei voti e della rappresentanza parlamentare questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51%. Ecco perché noi parliamo non di una ‘alternativa di sinistra’ ma di una ‘alternativa democratica’ e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un’intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica, oltre con formazioni di altro orientamento democratico». [2]

Ecco come il revisionismo, dopo aver abbandonato la via rivoluzionaria, procede il suo percorso di integrazione nel campo borghese, intrappolandosi nel gioco parlamentare, adeguandosi progressivamente alle compatibilità del quadro politico generale, ponendosi come asse per la difesa dell’ordine esistente, preoccupandosi di creare una “alternativa democratica” che raccolga fondamentalmente settori politici borghesi e strati medi della società, impedendo così una svolta autoritaria. Una preoccupazione che contraddistingue anche il percorso dell’Unidad Popular in Cile, come vedremo, e da cui come marxisti-leninisti dobbiamo trarre lezioni fondamentali agli antipodi di quelle tratte da Berlinguer.

L’ascesa dell’Unidad Popular e la piccola-borghesia

È indubbio che l’ascesa di Allende alla presidenza, attraverso l’ampia alleanza di settori sociali e politici dell’Unidad Popular (UP), fu il risultato dell’acutizzazione della lotta tra le classi in Cile, in particolare dalla fine degli anni ’20 e la grande crisi del ’29 con i governi del generale Ibáñez del Campo (’27-’31 e poi ‘52-‘58), del democristiano Arturo Alessandri Palma Pedro (‘32-‘38), dei radicali[3] Aguirre Cerda (’38-‘41), Juan Antonio Ríos (’42-‘46) e González Videla (’46-‘52), il governo tecnico del conservatore Jorge Alessandri Rodríguez (’58-‘64) e poi da quello della Democrazia Cristiana di Eduardo Frei Montalva (‘64-‘70), le cui politiche approfondirono il carattere dipendente e filo-statunitense del capitalismo cileno a beneficio della borghesia industriale monopolista associata al capitale straniero e a scapito degli altri strati della classe egemonica, specialmente la piccola borghesia. In tutto questo periodo, e in particolare dalla metà degli anni ’60, si andò sviluppando un forte movimento popolare in Cile, un processo costante, pur non lineare, di accumulazione, di cui l’elezione del socialista Allende fu il culmine. Dalla metà degli anni ’30, il Partito Socialista e il Partito Comunista optarono per la via pacifica, parlamentare e riformista e, nel contesto dei Fronti Popolari, elessero tre governi a guida radicale con Aguirre Cerda, Ríos e infine Videla, che poco dopo esser stato eletto cacciò nel ’47 i comunisti dal governo ed emanò la repressiva “Legge di Difesa della Democrazia”, che proibì (dal ’47 al ‘57) l’esistenza stessa del PCCh, represse duramente le proteste sociali e gli scioperi, rompendo le relazioni con l’Unione Sovietica per allinearsi agli USA e costruendo quella “protezione interna” dell’ordine borghese che costituirà la base per i successivi governi prima della necessità della dittatura aperta.

Nel 1970 il sistema di dominazione in Cile era il risultato della composizione delle alleanze di classe avvenuta negli anni ’30 e a grandi linee si assisté in questo momento alla rottura del modello di accumulazione oligarchico esistente, che esercitava la classe latifondista e la borghesia monopolista finanziaria, commerciale e industriale, strettamente associata all’imperialismo statunitense i cui monopoli controllavano le grandi ricchezze minerarie del paese, erano proprietari o avevano investimenti (sempre maggiori) in numerose imprese manifatturiere, sfruttavano l’insieme dell’industria attraverso prestiti finanziari, vendita della tecnologia, macchinari, combustibile, materie prime ecc., monopolizzavano il commercio internazionale e, tramite organismi alle sue dipendenze come il FMI, realizzavano enormi prestiti con interesse, legando la politica cilena agli interessi dei monopoli USA. [4] In questo contesto, in particolare nel ’67, avviene la crisi nella classe dominante dovuta alle contraddizioni tra la classe latifondista e quella industriale, relative al sempre maggiore peso del capitale estero.

In questo quadro determinati settori della piccola-borghesia cilena giungono a formare un vero strato politico dirigente influenzato dalla sua visione del mondo che corrisponde fondamentalmente agli interessi della sua classe. Come ben sappiamo, lo sviluppo capitalistico tende a far scomparire la piccola borghesia proprietaria in funzione dei processi di concentrazione e centralizzazione del capitale, anche se nei paesi dipendenti, come il Cile, questa tendenza di eliminazione è minore rispetto ai paesi capitalistici avanzati. Un altro effetto è quello dell’espansione dei servizi pubblici e privati (in particolare con una forte politica sviluppista/assistenzialista che contraddistingueva lo Stato cileno) con il sorgere di nuovi strati piccolo-borghesi non proprietari, che mantengono una posizione intermedia tra borghesia e proletariato. Questi strati della piccola borghesia, proprietaria e non proprietaria, hanno un ruolo rilevante nella politica cilena e la strategia della UP si spiega in questo contesto. La sua formazione corrisponde infatti al riflesso del malcontento e delle aspirazioni della piccola borghesia, colpita dal processo di accumulazione capitalistica monopolistica, unita all’ascesa del movimento di massa e ai conflitti che confrontavano gli strati borghesi[5]; la situazione della piccola borghesia radicalizzata creò quelle condizioni propizie per far scoppiare la crisi latente nel sistema di dominio borghese. Fu quello che effettivamente successe, quando la coalizione dell’Unidad Popular[6], nel settembre 1970 con la vittoria elettorale di Salvador Allende a Presidente della Repubblica, inserisce un cuneo nell’apparato dello Stato, riflesso del conflitto e delle tensioni delle classi nell’apparato istituzionale della borghesia. Come quasi tutti i paesi sud-americani, il modello istituzionale cileno rifletteva quello degli USA, con la “democrazia presidenziale”, che concede maggiori poteri al Presidente della Repubblica. Si creò pertanto un conflitto istituzionale[7] che derivava dal fatto che in parlamento l’Unidad Popular a sostegno di Allende era in minoranza rispetto ai partiti che sostenevano gli altri due candidati alla presidenza, ossia il conservatore ed ex presidente Alessandri e il cristiano democratico Tomic.[8]

È pertanto nelle condizioni della lotta di classe che dobbiamo cercare la spiegazione per il fenomeno della UP: la sua ascesa e la sua sconfitta. Il modello di accumulazione non aveva colpito solo la piccola borghesia, ma anche, e con maggiore forza, il proletariato e ampi strati popolari, che portavano in sé il germe di rivendicazioni e cambiamenti radicali. Queste ebbero il loro riflesso nelle posizioni programmatiche dell’UP in compromesso con i settori della piccola-borghesia e quindi con il sistema politico vigente, con le istituzioni dello Stato borghese, compromesso realizzato col fine di non perdere l’appoggio di questi settori cercando di conquistare l’appoggio anche della media borghesia, la cui espressione politica era il Partito Cristiano Democratico del Cile[9]. È in questo quadro che si forma il progetto della costruzione del “socialismo” in Cile con la necessità di forgiare una determinata alleanza di classe, che si esprime programmaticamente in quella che verrà a chiamarsi in seguito “via cilena al socialismo”: il programma dell’Unidad Popular aveva un carattere genericamente di sinistra, con alcune importanti e giuste rivendicazioni e propositi anti-oligarchici e anti-imperialisti, che colpivano principalmente il capitale monopolista nell’intento di liquidare le basi della dominazione imperialista, latifondista e monopolista, attraverso misure poste nella prospettiva della costruzione del socialismo, da realizzare attraverso trasformazioni graduali e pacifiche, senza attacchi profondi all’ordine legale borghese, ma cercando di far evolvere lo Stato borghese in uno Stato Popolare, senza rottura né una definizione del suo carattere e composizione.

Dal punto di vista delle masse, delle libertà democratiche e degli spazi ottenuti per esprimere il desiderio del cambiamento della società, l’esperienza della UP rappresenta il momento più alto della storia cilena e forse (ad esclusione di Cuba) di tutta l’America Latina, che si può avvicinare alle attuali esperienze di Venezuela e Bolivia. L’effervescenza delle masse fu un ingrediente importante prima e durante il governo di Allende; queste si mobilitarono non solo contro la reazione e l’imperialismo statunitense, contro il sabotaggio alla produzione e il mercato nero, ma anche per avanzare oltre i confini ideologici e pratici della politica della stessa dell’Unidad Popular, raggiungendo importanti livelli di coscienza e organizzazione, sfidando il potere della borghesia che minacciavano di distruggere e instaurare il potere nuovo, il Potere Popolare. Il processo di riforma dello Stato capitalista diretto dall’UP, alimentò infatti allo stesso tempo le contraddizioni di classe ed elevò la lotta di classe a un livello superiore, tanto da esser nei fatti superato dalle masse operaie e popolari sia nelle rivendicazioni che nelle azioni; prova ne fu il superamento della stessa Centrale Unica dei Lavoratori (CUT)[10] e la costruzione di importanti organi di lotta per il potere, al di fuori dell’ambito istituzionale e anche dal tradizionale livello di massa, che si concretizzò nella costruzione dei Cordoni Industriali, i quali, anche se in uno stato embrionale e confuso, insieme ai Comandi Comunali e altre nuove forme di organizzazione popolare, ebbero il grande merito di puntare alla questione principale di tutta la lotta di classe: la conquista del potere politico, trasformandosi realmente nei detentori delle leve del paese, dalle aziende agricole alle industrie, la produzione e la distribuzione, ecc. Organismi che andavano a concretizzare fin dal primo anno di governo Allende una situazione iniziale di “dualità di potere”, costituendo embrioni del nuovo potere, come in precedenti esperienze storiche rivoluzionarie, ma il cui sviluppo fu sostanzialmente frenato dalla visione e direzione piccolo-borghese e social-riformista del processo in corso e di questi organi operai e popolari, che escludeva e impediva lo sviluppo delle organizzazioni della classe in organizzazioni statali. Più volte si giunse allo scontro, ad esempio tra i Cordoni Industriali e la CUT, e in particolare contro la riforma del ministro dell’economia Millas.[11]

Fu chiaro fin dall’inizio che si scontravano tre poli della lotta di classe: la borghesia, che si raggruppa nuovamente intorno alla DC di Frei e al Partito Nazionale che ritrovano l’unità d’intenti relazionati con l’imperialismo USA; i partiti della UP, che si muovono nelle loro contraddizioni e nell’ambito della legalità istituzionale; e i settori più coscienti del proletariato.

La caratteristica essenziale del governo della UP consisteva precisamente nella sua incapacità di rompere con una determinata fonte di legittimità accordata dalla democrazia rappresentativa borghese – attraverso il processo elettorale, la legalità istituzionale ecc. – per basare la sua legittimità sull’organizzazione di massa e rivoluzionaria del popolo.

I consigli comunali contadini, la partecipazione operaia nella gestione delle imprese statali, le giunte di Approvvigionamento e Prezzi, i Cordoni Industriali e i Comandi Comunali subirono dal governo e dalle principali organizzazioni politiche e sindacali compromesse con il processo, una politica destinata a sottomettere queste organizzazioni del popolo all’apparato dello Stato borghese, invece di metterle in contrapposizione a esso come un potere alternativo in gestazione. In questo modo, il “governo popolare” si basò sempre più sullo Stato borghese, invece che sulla mobilitazione rivoluzionaria del popolo. La stessa “questione militare” che risulterà determinante per il golpe, si inserisce in questo quadro erroneo che contraddistinse l’esperienza cilena come vedremo in seguito. Qui per l’appunto si incontra la principale debolezza radicata nelle impostazioni politiche e ideologiche piccolo-borghesi dell’UP e nel revisionismo post XX Congresso.

Prima di entrare nell’analisi di questi aspetti è importante rispondere ad una questione chiave per l’analisi marxista: qual è la classe, strato o insieme di strati sociali, egemone nella conduzione di un processo?

Consideriamo le seguenti caratteristiche del governo della UP:

  • a) le sue azioni erano inquadrate nella legalità borghese, senza cercare la distruzione dello Stato capitalista ma “consolidandosi” come occupante;
  • b) lo strato piccolo-borghese assunse il ruolo politico decisivo come ago della bilancia del potere e un ruolo importante nelle funzioni di direzione delle principali imprese nazionalizzate;
  • c) il controllo operaio nella produzione e gestione politica aveva una scarsa presenza;
  • d) una difficile gestione economica di cui finì per beneficiare principalmente la piccola e media borghesia, nel momento che realizzava l’obiettivo di colpire duramente i capitali monopolistici e imperialisti.

Da qui, lo spazio lasciato dalla borghesia monopolista nella gestione economica del paese fu immediatamente occupato da questo strato sociale emergente del punto “b)”, che aspirava a convertirsi in grande borghesia. Per questo il progetto capitalista di Stato, ingrandito dalla politica di nazionalizzazioni, calza alla perfezione con gli obiettivi della piccola borghesia, come forma di garanzia dei meccanismi di accumulazione necessari per i suoi obiettivi.

La Unidad Popular cilena concentrava il suo programma di governo in propositi anti-imperialisti e anti-oligarchici, che generarono l’interruzione del sistema tradizionale di dominio e la costruzione di un modello di sviluppo maggiormente democratico. Per esempio, si compirono atti contro i latifondisti che modificarono profondamente il regime di proprietà della terra, liquidando il latifondo tradizionale (da 55.3% nel 1965 al 2.9% nel 1972 del totale della superficie), ma generando forme associative capitaliste. Si bloccarono i prezzi e si aumentarono i salari. Si nazionalizzò l’attività mineraria (rame, nitrato, ferro, carbone), oltre elettricità, telefono, cemento, ferro, tra le altre aree strategiche. Con ciò si assicurava il controllo delle attività importanti, dinamizzando l’economia nazionale e promuovendo le entrate. Il sistema bancario ebbe importanti trasformazioni, con l’acquisto di 16 banche nazionali e straniere, in cui lo Stato fu azionista maggioritario, di cui 5 totalmente statali su un totale di 26 a livello nazionale, mettendo sotto controllo il 90% del credito bancario. Fu nel 1971 che si realizzò lo slancio più spettacolare del processo di controllo statale delle imprese, con la maggior parte delle nazionalizzazioni realizzate e 70 imprese che passarono sotto controllo o in proprietà dello Stato, che così giunse a controllare l’85% delle esportazioni e il 45% delle importazioni. Tuttavia i canali di distribuzione maggioritari continuavano ad essere in mano del settore privato, sotto controllo diretto quindi della borghesia. Il potere del settore statale industriale si era rafforzato, aggredendo fortemente la grande borghesia monopolista, ma senza colpirla a morte. I procedimenti per controllare statalmente queste imprese furono due: l’acquisto delle azioni da parte del governo o la requisizione e intervento[12]. L’acquisto delle azioni delle imprese, nello spirito legalista dell’UP, si poteva realizzare solo quando i proprietari decidevano di vendere, e questo comportava che il governo per raggiungere l’obiettivo pagava elevate somme per le azioni che acquisiva, iniziando così il cammino verso il successivo esaurimento delle risorse fiscali. Alcuni calcoli quantificano le spese destinate all’acquisto di banche, miniere e altre imprese in mano agli USA, fino al dicembre ‘71, in circa 100 milioni di dollari, senza contare i debiti della grande miniera del rame, di cui si fece carico il governo dopo l’espropriazione, e circa 200 milioni di dollari pagati per espropriare le banche nazionali, industrie e indennizzare i latifondisti espropriati nel 1971[13]. Per quelle imprese i cui proprietari non volevano vendere, per metterle sotto controllo dell’amministrazione statale, si utilizzarono le cosiddette “requisizioni legali” – che permettevano la confisca o intervento in base all’applicazione di un vecchio decreto legge (il Nº 520) che consentiva allo Stato di intervenire nell’amministrazione dell’impresa paralizzata da alcuni conflitti lavorativi, facendola funzionare sotto l’amministrazione di un delegato del governo – e requisendo industrie essenziali che non rifornivano sufficientemente il mercato di consumo. Né la requisizione né l’intervento, tuttavia, facevano passare la proprietà dell’impresa allo Stato. Con queste azioni il governo elevò il controllo statale al 60% del prodotto nazionale[14], sulla base di 415 imprese comprate, requisite e intervenute. Questo processo statalizzatore era il riflesso delle condizioni della lotta di classe e delle mosse governative di compromesso per evitare la crisi politica: nel 1972, delle 155 imprese con intervento statale, come risposta al sabotaggio economico della borghesia, 41 furono restituite, come parte delle negoziazioni posteriori allo sciopero di ottobre di quell’anno: nel 1971, di 167 imprese con intervento statale, ne erano state restituite già 27.

Il primo anno di governo promosse una politica redistributiva, dei consumi e di recupero economico attraverso l’aumento dei salari reali, assicurando l’occupazione quasi piena della forza lavoro. Questa decisione generò risultati molto positivi, come un aumento del PIL dell’8.3%, aumento del 14.6% della produzione industriale, un tasso di disoccupazione del 3.9% a dicembre del 1972 (era dell’8.3% nel 1970), inflazione del 22.1% (1971) contro il 35% del 1970, aumento dignitoso dei salari e aumento del consumo famigliare del 15%.

Attraverso questo vigoroso ampliamento dell’area statale, il governo dell’UP pensava di controllare una parte decisiva dello sviluppo economico e quindi politico del Cile, assumendo inoltre la capacità di pianificare e orientare tale sviluppo, controllando, tra le altre cose, la maggior parte dell’eccedente investibile del paese. Ma nonostante questa situazione favorevole al governo e al popolo lavoratore, la struttura economica cilena dava segni dei suoi limiti e squilibri derivati dalle leggi e dai meccanismi generali del capitalismo e dall’utilizzo degli strumenti legali e istituzionali da parte della borghesia che ebbero il loro pesante riflesso nella crisi. In particolare:

  • a) rischi di burocratismo nella gestione del settore statale e assenza di un effettivo controllo operaio sulla produzione e distribuzione;
  • b) l’inflazione nel settore statale quasi zero, contribuendo alla riduzione dell’inflazione globale, ma colpendo la riproduzione economica di questo settore;
  • c) record nell’espansione monetaria prodotto della spesa fiscale, la quale aiutò a riattivare l’economia ma generò anche importanti pressioni inflazionistiche dal 1972, inoltre questa grande massa di denaro si concentrò principalmente nel settore privato, dedito specialmente agli investimenti in attività non produttive ma altamente redditizie (speculazione, distribuzione, servizi, etc.);
  • d) aumento delle importazioni per soddisfare la domanda interna, con prezzi internazionali delle materie prime sfavorevoli per l’importazione cilena e cessazione di investimenti e prestiti esterni per volontà del governo imperialista statunitense, che causò una incapacità di risparmio e un deficit nella bilancia dei pagamenti.

La nazionalizzazione delle miniere, in mano fino allora delle corporation statunitensi di Rockefeller e Rothschild, portò infatti alla reazione dell’imperialismo yankee con il boicottaggio dei prodotti cileni e il crollo del prezzo del rame sul mercato internazionale. Questo portò ad un’altra mossa audace del Cile, ossia la sospensione del pagamento degli interessi del debito estero.

Simultaneamente allo sviluppo del programma dell’Unidad Popular con i suoi successi e avendo come quadro d’azione i limiti della struttura economica capitalistica prima menzionati, si misero in marcia le più importanti esperienze di azione e reazione delle forze sociali in conflitto nella società cilena, in un quadro di forte ascesa delle masse e acutizzazione della lotta di classe, dove in varie occasioni il movimento popolare rivoluzionario superava le posizioni piccolo-borghesi, ma non potendo contare sul controllo del potere politico, questo si disperse in una dignitosa ma inefficace lotta proletaria[15]. Da un lato si svilupparono le importanti esperienze di organizzazione e mobilitazione popolare, prima citate, in difesa delle misure del governo e soprattutto a favore dell’approfondimento della via rivoluzionaria con l’occupazione delle fabbriche, dei fondi e imprese, con rivendicazioni di carattere politico. Dall’altro lato, i signori del capitale mossero i loro gruppi padronali i cui interessi erano coincidenti con quelli dell’imperialismo statunitense e i suoi agenti. In mezzo all’acutizzazione della lotta di classe, le elezioni municipali del 1971 danno il 49.7% all’Unidad Popular e nelle elezioni parlamentari agli inizi del 1973 essa conquista la maggioranza con il 43%. Questo segnale fu assunto dalla borghesia come segnale di pericolo per i suoi interessi. Si rafforzarono e applicarono immediatamente le tecniche di sabotaggio e intimidazione (accaparramento di prodotti e scarsità, campagne denigratorie nei grandi mezzi di comunicazione, manifestazioni che chiedevano la fornitura degli alimenti accaparrati dagli stessi settori sociali che manifestavano, creazione di milizie per seminare il terrore, scioperi per far collassare il funzionamento dell’apparato economico…) con il fine di ridurre la base sociale del governo e creare le condizioni propizie per il colpo di Stato.

Alla fine del 1972 comincia ad approfondirsi la crisi cilena, davanti alle pretese di collocare lo Stato liberal-borghese e una economia ancora controllata dalla borghesia al servizio della costruzione di un progetto alternativo e popolare, lasciando intatte le sue strutture e dinamiche fondamentali. Questo controllo economico della borghesia in importanti aree della produzione e distribuzione di beni e servizi, permise le sue azioni sediziose contro il popolo e il governo e, sullo sfondo, i movimenti all’interno delle Forze Armate cilene della CIA, che finanziava le azioni cospirative. Quasi 8 milioni di dollari furono inviati dal governo statunitense per organizzare e appoggiare lo sciopero degli autotrasportatori contro il governo, altre risorse servirono per comprare militari e finanziare l’azione dei gruppi fascisti.

Il cammino della sconfitta

Come detto prima, nel primo anno di governo, vennero implementate una serie di misure e provvedimenti propri del programma dell’UP nell’intento di trasformare pacificamente il capitalismo cileno sotto la direzione delle forze sociali e politiche popolari in conciliazione con la borghesia monopolistica, senza cioè strappare precedentemente il potere agli sfruttatori e con la pretesa di espropriare le loro imprese in seguito a un trionfo elettorale. Si cercava così di espropriare i settori realmente dominanti delle “loro” ricchezze (prodotte dalla classe operaia), attraverso i meccanismi economici classici che operano nella società capitalista e utilizzando gli strumenti legali e istituzionali propri di quei settori, dimenticando o sottovalutando l’influenza che tali settori possiedono con la loro forza economica su questi strumenti, in quanto esercitano sull’insieme della società la loro dittatura di classe essendo detentori del potere reale. Il governo scelse così di operare verso i differenti settori e classi della società un’opera di mediazione, con un precario sostegno politico popolare di base, che non derivava da un popolo mobilitato nella lotta rivoluzionaria per il potere. Le misure di redistribuzione accelerata del reddito verso i lavoratori, il pieno impiego, il freno all’inflazione attraverso un controllo amministrativo dei prezzi e sovvenzionando i beni di prima necessità, e in seguito l’importazione di beni di consumo per far fronte alla domanda stimolata non soddisfatta, come l’ampliamento dell’area statale e della riforma agraria, furono di grande beneficio per il popolo, ma furono calate dall’alto e in modo artificiale sulla base economica capitalista e senza nessun potere effettivo per controllare la risposta a queste misure da parte della borghesia, della piccola-borghesia e anche di vasti settori di lavoratori, seguendo fondamentalmente solo il metodo politico elettorale per garantirsi l’appoggio e integrare diversi settori e classi nel processo di cambiamento: dalla borghesia non monopolistica, che avrebbe dovuto investire nelle sue imprese tramite le concessioni e agevolazioni; ai commercianti, che con l’incremento del consumo di base avrebbero sviluppato le loro attività in armonia col processo; ai lavoratori, beneficiati dal pieno impiego e dalla redistribuzione del reddito, che si sarebbero eretti a baluardo del governo. In questo modo, idilliaco, tutto l’esborso iniziale si sarebbe dovuto recuperare da uno sviluppo fiorente e armonioso tra questi diversi settori sociali, sia dall’industria in mano privata che da quella statale, come dal commercio e dall’incremento della produttività. Ma questa era una visione idealistica piccolo-borghese che si rivelò fallimentare da lì a poco.

L’insistenza di seguire una “via pacifica al socialismo”, che non era altro che generare trasformazioni all’interno della legalità borghese, veniva accompagnata dalla tattica politica di negoziare e giungere ad accordi con i rappresentanti della borghesia. Il caso specifico delle conversazioni con la Democrazia Cristiana, sempre più coinvolta nel golpismo, era un obiettivo ricercato con disperazione dal governo, come formula per arrivare a un presunto appoggio di questa al processo dell’Unidad Popular come garanzia per impedire una svolta autoritaria golpista che era in realtà già in corso. I Partiti tradizionali della borghesia (DC e PN) utilizzarono sistematicamente il Parlamento, così come le altre istituzioni e apparati giudiziari-burocratici-amministrativi del potere borghese realmente sotto il controllo della borghesia, come strumento di ostacolo delle attività del Governo, bloccando o limitando fortemente le politiche economiche, industriali e fiscali e le riforme istituzionali, per intensificare la crisi economica e chiudere tutti i canali legali all’azione trasformatrice del governo, accompagnando ciò con il discredito mediatico e istituzionale, accusando ripetutamente il governo di commettere atti illegali contro il parlamento, la costituzione e la libertà.

I settori della borghesia non monopolista, che si pensava di gestire con semplici incentivi economici, agirono fondamentalmente con propri criteri politici reazionari, orientandosi verso la classe che deteneva realmente le redini del potere. Sulla base del potere realmente detenuto, la borghesia monopolistica legata all’imperialismo, utilizzando i suoi mezzi e strumenti legali, impediva una reale pianificazione economica, industriale e finanziaria. Gli squilibri che si generarono così nell’economia causarono ben presto la crisi: alla fine il governo, con la frustrazione e l’impotenza proprie del riformismo, per compensare la carenza di potere reale dovette pagare con i soldi dei lavoratori gli sforzi che aveva realizzato attraverso gli incentivi economici, mettendo mano agli eccedenti investibili, alle riserve monetarie e agli utili delle imprese statali con le quali pensava di svolgere un ruolo dirigente nell’economia. Quando queste risorse si esaurirono, cominciò a fabbricare denaro per continuare a incentivare il processo, scatenando l’inflazione. Così, nel mezzo di una domanda molto stimolata, da un lato non si poté contare più sull’investimento privato, sia nazionale che estero, e dall’altro si paralizzò anche l’investimento pubblico che in Cile rappresentava circa il 75% degli investimenti totali. In questo ovviamente agì il sabotaggio dell’economia da parte della borghesia monopolistica locale e dell’imperialismo, attraverso il boicottaggio delle leggi di bilancio, gli scioperi padronali, la speculazione, il calo del prezzo del rame, il calo della produzione nelle miniere e l’innalzamento del prezzo delle importazioni dall’estero ecc.[16] Dall’altra parte, come prima detto, le imprese che passarono in mano allo Stato o furono comprate a prezzo elevato o requisite attraverso le “requisizioni legali” con tutte le trappole e difficoltà che ne conseguivano: dalla gestione limitata, alle dispute giudiziarie permanenti in cui agivano le contraddizioni tra i vari organi dello Stato. La borghesia poteva opporsi non solo verbalmente, ma anche attraverso i tribunali per restituire le imprese ai capitalisti e incarcerare i funzionari statali che assumevano la gestione o le autorità del governo che negavano di restituire queste imprese. Conflitti istituzionali e sociali con i reazionari, che avevano ripercussioni anche all’interno delle stesse variegate forze dell’UP, incremento del deficit e di emissioni di debito, indebolirono il governo che tendeva sempre più alla conciliazione e all’arretramento, facendo sempre maggiori concessioni economiche e politiche alla borghesia. Vedi ad esempio il Piano Millas di inizio 1973[17].

Il programma dell’Unidad Popular affrontava erroneamente sia la questione della proprietà capitalista dei mezzi di produzione, sia il tema centrale del potere borghese, presentando una serie di riforme, più o meno radicali, dello Stato e dell’economia nel contesto del dominio capitalista. Gli obiettivi del programma per il “Potere Popolare e lo Stato Popolare” avevano un contenuto piccolo-borghese e poggiavano sulle illusioni di allargamento degli spazi democratici nell’ordine borghese e capitalista, eludendo il fatto che la democrazia borghese e il parlamentarismo come sistema governativo sono una forma democratica di dominio della classe borghese, quindi una forma della sua dittatura, mentre sul piano economico il programma aveva come elemento principale la nazionalizzazione[18] delle grandi imprese e una serie di riforme economiciste e redistributive con l’ampliamento del settore pubblico che, in compromesso con la borghesia, doveva evolvere e sfociare in modo lineare e meccanico nel “socialismo”, secondo la sua tipica visione piccolo-borghese. La chiave politica della questione cilena risiedeva nella capacità dei lavoratori di rompere con l’indirizzo dato allo sviluppo delle forze produttive subordinato alle esigenze dell’accumulazione del capitale che necessariamente porta alla monopolizzazione delle fonti di ricchezza. Opporre al capitalismo monopolistico un modello economico destinato a difendere la media e piccola impresa ha solamente come effetto quello di paralizzare lo sviluppo economico capitalista, aggravando di conseguenza la crisi politica, in quanto la monopolizzazione, attraverso processi di concentrazione e centralizzazione, è il mezzo normale attraverso cui si sviluppa l’accumulazione capitalista. Di fronte a questo, bisogna fare un salto di qualità, mettendo il capitale al servizio delle necessità delle grandi masse. È per questo che la risposta all’economia capitalista monopolista può esser solamente un’economia socialista, radicalmente differente quanto alle forme di proprietà, alle relazioni di produzione e appropriazione del prodotto.

Il passaggio da un modello all’altro, nonostante le soluzioni dei Bernstein, Kautsky, Chrusciov e Berlinguer, non può avvenire se i lavoratori non si impossessano dell’apparato statale, utilizzandolo per rompere le strutture economiche che lo rendono schiavo. In sintesi, i problemi che l’accumulazione capitalista crea alle masse si risolvono solamente con la rivoluzione del proletariato. Ma questo non avvenne nel caso cileno, come riconosciuto dallo stesso Allende:

«Perché ci sia una rivoluzione bisogna che una classe sociale perda il potere e che un’altra la sostituisca. Noi abbiamo ora il governo, più tardi prenderemo il potere».[19]

Questo riconoscimento della necessità del potere era però solamente di carattere formale nella tipica visione del gradualismo riformista, che sosteneva l’esistenza di una “tappa intermedia” tra il capitalismo e il socialismo, che da un lato induceva la classe operaia a rinunciare alla lotta per il potere operaio e, dall’altro lato, prometteva che in un futuro indefinito il capitalismo si sarebbe trasformato pacificamente, attraverso riforme e senza sacrifici, in “socialismo”.

L’entusiasmo iniziale delle masse, per le prospettive che si aprirono con il governo dell’UP, andò a scemare con l’acutizzarsi dei problemi (inflazione, costo della vita, problemi di rifornimento di prodotti di ampio consumo) e la necessità dei continui compromessi e concessioni che svuotavano progressivamente il programma stesso dell’UP per rimanere al Governo. Questi problemi si incrementarono sotto l’influenza della crisi capitalista internazionale che scoppiò nel 1971 e allo stesso tempo, dal 1972 in avanti scoppiò un conflitto nel seno dell’Unidad Popular e con settori avanzati del proletariato, sulla questione della collaborazione con i cristiano-democratici che si associava alla contestuale impreparazione delle masse allo scontro. Di questa situazione approfittò la borghesia monopolistica, che con i suoi meccanismi legali, insieme all’esercito e all’appoggio degli USA, rovesciarono con un colpo di stato militare il governo dell’Unidad Popular, assassinarono Allende, migliaia di membri del Partito Comunista del Cile, e altri militanti, bloccando per decenni il movimento popolare del Cile.

La negazione revisionista della verità rivoluzionaria dell’inevitabilità dello scontro armato, e quindi di rottura con il “legalismo” e la capacità di utilizzare tutte le forme di lotta, quando la lotta di classe passa al suo livello superiore e si pone la definizione della questione del potere, ha determinato la sconfitta delle aspirazione delle masse cilene, la cui responsabilità non può che ricadere pertanto anche sul riformismo; la sottovalutazione o l’errata valutazione della “questione militare” fu conseguenza dell’approccio riformista e revisionista tipico in gran parte delle “forze di sinistra” sulla “neutralità” delle FF.AA. integrate nell’ordine democratico dello Stato, fedeli alla “Costituzione e alla Patria”, non interventiste dal punto di vista politico. In un editoriale di “El Siglo” si afferma:

«Il Cile confida, e ha ragione e diritto per farlo, nelle FF.AA. Esse sono per molti motivi, garanti della nostra indipendenza e della normalità della nostra vita costituzionale. Senza praticare la vita politica, sono garanti della normalità istituzionale del nostro popolo. Uomini del popolo, d’altra parte, formano la sua solida base. E il popolo li considera integranti di sé stesso. Questa è una valutazione giusta che i fatti culminanti della nostra storia confermano con assoluta pienezza».

In un altro seguente si legge:

«Nei momenti in cui questo stesso popolo si prepara per giungere al potere, per esser esecutore del suo programma e disegnatore del suo futuro e di quello della Patria, questa identificazione tra gli istituti armati e le forze popolari, copre maggiore vigenza e opportunità. Le FF.AA. del Cile sono destinate a essere una garanzia che il popolo potrà dedicarsi tranquillamente ai nobili compiti che lo stesso si è dato. Proprietari di uno spirito professionale e di ampio rispetto dei compiti civici del popolo, esse costituiscono un ostacolo insuperabile per coloro che vogliono deviare il canale normale e democratico della vita politica cilena»[20].

Valutazioni drammaticamente errate, che avranno le successive gravi ripercussioni nella realtà del golpe. Conseguente con questo pensiero, infatti, fu anche l’approvazione da parte di tutto il parlamento (con l’eccezione del solo senatore Ulloa), durante il governo Allende, della “legge del controllo delle armi”, che consegnò alle FF.AA. borghesi il potere di intervenire e controllare tutti i luoghi in cui si sospettava ci fossero armi, cosa che fu di grande aiuto per i fascisti, nella preparazione del golpe del ‘73; nell’immediato periodo antecedente allo stesso, le FF.AA. borghesi usando la legge votata favorevolmente da tutta la UP in unione con il Partito Democratico Cristiano del Cile e gli stessi fascisti, entravano nelle fabbriche, intimidivano i lavoratori e requisivano ogni arma, compiendo una vera e propria indagine sulla capacità di risposta dei lavoratori di fronte al massacro che preparavano. La politica militare del revisionismo, oltre a consegnare il popolo disarmato ai suoi nemici, ottenne solamente alcuni magri risultati e questi si possono riassumere nel generale Carlos Prat nell’esercito, il generale Bachelet nell’aviazione, in alcuni ufficiali dei carabinieri e in un pugno di integranti della marina, che furono poi detenuti e torturati nei giorni prima del golpe stesso.

L’esercito cileno era particolarmente vincolato agli USA, basti pensare che nel 1965 il 55% degli ufficiali superiori dell’Esercito cileno avevano passato più di un anno e mezzo negli USA o nel Canale di Panama, dove ricevevano l’addestramento anti-guerriglia da parte del Comando Sud delle FF.AA. degli USA. Tra il 1966 e il 1973, 1182 ufficiali cileni furono addestrati a Panama dagli USA (oltre 2000 tra il ‘50 e ‘65). Ciò si rifletteva anche nell’aiuto militare e la vendita di armi, con il Cile che occupava il secondo posto, tra il ‘53 e il ‘66 nel rifornimento bellico e ciò proseguì anche sotto il governo di Allende, basti pensare solamente che tutti i 21 voli logistici realizzati dalle Forze Aeree Cilene all’estero furono realizzati verso gli USA. Le FF.AA. cilene non erano “legaliste”, “costituzionaliste” e “professionali” perché apolitiche e neutrali, ma perché difensori di quei settori sociali che controllavano il governo, le istituzioni e le leggi che servono i loro interessi, e proprio la loro “professionalità” repressiva è la garanzia del mantenimento dell’ordine borghese.

Nel 1961, Ernesto “Che” Guevara scriveva con grande lungimiranza, osservando l’evoluzione della lotta di classe in America Latina, e propriamente in Cile:

«Quando sentiamo parlare di presa del potere per via elettorale, la nostra domanda è sempre la stessa: se un movimento popolare giunge al governo di un paese spinto da una grande votazione popolare e decide, di conseguenza, di dare inizio alle grandi trasformazioni sociali previste dal programma in base al quale ha avuto la vittoria, non entrerebbe immediatamente in conflitto con le classi reazionarie del paese? E non è stato sempre l’esercito lo strumento di oppressione di tali classi? Se così è, è logico dedurre che tale esercito si schiererà dalla parte della sua classe ed entrerà in conflitto con il governo costituito […] Può succedere che il governo venga rovesciato con un colpo di Stato più o meno incruento e che ricominci il gioco che non finisce mai; ma può succedere invece che l’esercito oppressore venga sconfitto grazie all’azione popolare armata mossa in appoggio al proprio governo […] Ciò che ci sembra difficile è che le forze armate accettino di buon grado delle riforme sociali profonde e si rassegnino come agnellini alla propria liquidazione di casta.»[21]

In opposizione alle leggi generali rivoluzionarie, i dirigenti riformisti della UP, si opposero fermamente alla costituzione delle “forze armate del popolo”, anche se questa era già una richiesta proveniente dalle masse operaie, come durante la manifestazione del 15 settembre del 1971 organizzata dalla CUT contro i tentativi golpisti. L’11 Agosto del 1973, il governo dichiara che «In questo paese non ci saranno altre Forze Armate che quelle che stabiliscono la Costituzione e la Legge. In questo paese non ci sarà un esercito parallelo. In questo paese si manterrà la verticalità del comando. In questo paese le FF.AA., Carabinieri e investigatori, hanno scritto nella storia dello sviluppo democratico la loro lealtà e il loro attaccamento al potere civile. Per questo il governo rifiuterà ogni tentativo di infiltrazione sovversiva nelle FF.AA»[22]. Ciò mentre contemporaneamente nel paese, dallo sciopero dei camionisti fino al 15 agosto, ci furono 250 atti terroristi e 200 tra gennaio e maggio dello stesso anno. Il golpe proverrà direttamente dalle FF.AA., che rispondevano ai settori borghesi legati all’imperialismo statunitense e tutti i tentativi di conciliazione politica e economica, che i settori piccolo-borghesi e riformisti dell’UP avevano messo in campo, fallirono miseramente, dimostrandosi armi a favore della borghesia.

Così Lenin:

«… occorre che tutta l’amministrazione dello Stato sia organizzata dal basso, dalle masse stesse, e che esse partecipino effettivamente a ogni progresso della vita e svolgano una funzione attiva nell’amministrazione. Sostituire i vecchi organi di oppressione, la polizia, la burocrazia, l’esercito permanente, con l’armamento generale del popolo, con una milizia realmente generale: ecco l’unica via che premunisca in grande misura il paese dalla restaurazione della monarchia e che gli dia la possibilità di avanzare in maniera sistematica, risoluta e decisa verso il socialismo, non “introducendo” dall’alto, ma iniziando le grandi masse dei proletari e dei semiproletari all’arte di governare lo Stato e di esercitare il potere statale nella sua globalità»[23].

Da Kaustsky a Berlinguer: gli opportunisti contro le tesi leniniste sullo Stato

Il PCI di Berlinguer, subito dopo il golpe, nella dichiarazione della Direzione Nazionale pubblicata sull’Unità stravolge la realtà e i compiti dei comunisti a difesa delle sue tesi fallite:

«Più che mai i comunisti italiani traggono da questi avvenimenti la riconferma della validità della loro linea di avanzata democratica al socialismo e l’impegno a porre a suo fondamento la sempre più larga partecipazione di massa e il più largo schieramento sociale e politico» […] «La direzione del PCI si rivolge a socialisti e democristiani e a tutte le forze democratiche, per sottolineare l’esigenza che nell’azione per la difesa della piena applicazione della Costituzione si vada avanti sulla via di reali riforme sociali, si superino discriminazioni ed esclusivismi, e si stabiliscano una convergenza e una collaborazione tra le grandi componenti politiche popolari della società nazionale»[24].

In pratica, secondo il PCI revisionista, il golpe non mette in discussione la “via pacifica” al socialismo, ma conferma che la strada verso di esso debba rafforzarsi con l’alleanza con i partiti democratici di massa della borghesia in quella che prende forma in Italia come “alternativa democratica” e “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana. Prosegue con:

«Questa linea ha sempre stabilito il nesso più stretto tra trasformazione sociale e riforma dello Stato, il che comporta la democratizzazione degli apparati burocratici e militari»[25].

La linea apertamente revisionista del PCI e dell’eurocomunismo (che purtroppo ha nella direzione cilena della UP la sua applicazione fallimentare), si contrappone totalmente alla teoria e prassi del marxismo, di cui Lenin è stato il principale rappresentante e sviluppatore. Lenin ha attaccato a suo tempo duramente gli opportunisti, accusati di essere dei «democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia quasi socialista» che amputano e deformano il marxismo per «ridurlo all’opportunismo» col «concetto vago di un cambiamento lento, uguale, graduale, senza sussulti né tempeste, senza rivoluzione» che «negano la rivoluzione» attribuendo volgarmente a Marx «l’idea dell’evoluzione lenta, in contrapposizione con la conquista del potere ecc. In realtà – ribadisce Lenin – è proprio il contrario. L’idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la macchina statale già pronta e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene»; riprendiamo questi passi di Lenin, in “Stato e Rivoluzione”, che entrano propriamente nella questione erroneamente interpretata dagli opportunisti che «è proprio lo Stato a conciliare le classi», mentre per «Marx lo Stato è l’organo del dominio di una classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un ordine che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo-borghesi l’ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l’oppressione di una classe da parte di un’altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non già privare le classi oppresse di determinanti strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori». Questo errore caratterizza anche l’esperienza da noi qui trattata. «È evidente – prosegue Lenin – che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante». «Spezzare la macchina burocratica e militare: in queste parole è espresso in modo incisivo l’insegnamento principale del marxismo sui compiti del proletariato nella rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato». Lenin dà molto risalto inoltre all’affermazione di Marx che «la distruzione della macchina burocratica e militare dello Stato è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare»[26].

È di particolare importanza scorgere come il PCCh giunge al periodo preso in esame, rilevando, tra l’altro, come nel 1957, in piena espansione del revisionismo chruscioviano, esso affermava nella sua 24a Sessione Plenaria del CC:

«Vogliamo e reclamiamo la nostra libertà. E dichiariamo solennemente che, una volta liberi di agire nella vita politica, non costituiremo una minaccia per nessun interesse rispettabile. Siamo sostenitori che tutto si risolva democraticamente, d’accordo con la volontà della maggioranza del paese all’interno del libero gioco di tutti i partiti e correnti. Non aspiriamo oggi alla sostituzione della proprietà dei capitalisti cileni con la proprietà collettiva. E quando domani sarà necessario avanzare in questo terreno, pensiamo che esso debba farsi anche con l’accordo della maggioranza dei cileni, per la via pacifica e garantendo il benessere e i diritti dei capitalisti, indennizzandoli debitamente»[27].

Questo passo ci indica come le questioni tattiche contingenti, nell’intento di conquistare condizioni migliori su come condurre la lotta di classe, siano in realtà una visione strategica pienamente integrata nella visione revisionista della “conciliazione tra le classi” che contraddistingueva la “via italiana al socialismo” e poi l’evoluzione nell’eurocomunismo, in cui la democrazia borghese è il quadro invalicabile, all’interno del quale realizzare l’emancipazione del proletariato cancellando la lotta di classe. Senza dilungarci troppo sulla storia del PCCh, ma per comprendere meglio l’esperienza e i limiti del “governo popolare”, bisogna considerare che, l’idea della “rivoluzione” pacifica e per tappe fosse possibile nelle peculiarità democratiche cilene era da anni radicata nelle convinzioni del PCCh[28]. Esso infatti fin dalla seconda metà degli anni ’30, nel quadro di una errata applicazione dei fronti popolari antifascisti, sceglie la strada delle alleanze con forze politiche borghesi e il sostegno ad ampie coalizioni elettorali in cui i comunisti cileni agirono in piena subalternità e senza una propria prospettiva programmatica e organizzativa autonoma, subendo l’egemonia degli strati sociali e politici della borghesia, invece di attrarre sotto l’egemonia del proletariato dirigente il resto degli strati popolari della società in senso rivoluzionario.

Prima sotto l’influenza di Browder[29] e poi del XX Congresso queste convinzioni si rafforzano decisamente. Il PCCh, diventa così uno dei principali partiti comunisti dell’Occidente, con il 15.9% nelle elezioni del 1969, ma allo stesso tempo, con la sua visione strettamente vincolata all’elettoralismo e alla difesa della legalità borghese, si trasformò in un partito che svolgeva un ruolo importante nella preservazione del sistema, promuovendo nel popolo il rispetto e l’assoggettamento alle leggi e istituzioni esistenti, subordinando a esse tutta l’azione delle masse, agendo esclusivamente nel terreno rivendicativo economicista dentro il quadro tollerato dalle classi dominanti, in collaborazione con i vari governi, senza educare le masse popolari a un orientamento rivoluzionario e mantenendo il popolo costantemente nel dilemma tra il rischio di golpe e la difesa dell’istituzione e legalità borghese[30] con un estrema fiducia in essa. Come la storia dimostrerà, ciò non farà altro che favorire l’instaurazione della dittatura aperta della borghesia cilena, legata all’imperialismo, appena il processo di avanzamento delle masse lavoratrici e popolari mise in pericolo i suoi interessi. Poco dopo il golpe il PCCh entrò in un processo di critica interna rivedendo la sua azione politica nel campo militare affermando nel 1974 che la via armata era una opzione legittima nel momento in cui bisognava rispondere alla repressione. Sorse così l’idea di fondare il braccio armato del Partito che prenderà il nome di Fronte Patriottico Manuel Rodriguez che iniziò la sua attività nel 1983 per poi staccarsi dal PCCh nel 1987.

Alla fine della sua visita al popolo cileno durata tre settimane, Fidel Castro pronunciò un discorso allo Stadio Nazionale di Santiago del Cile il 2 dicembre del 1971, dove pose interessanti avvertimenti alla classe operaia cilena e al governo popolare nella sua transizione al socialismo per via legalitaria, avvertimenti che si sono convertiti in verità pesanti e implacabili sulle spalle del popolo.

«Tutte le società, tutti i sistemi sociali obsoleti, quando erano prossimi a esser aboliti, hanno reagito. E hanno reagito con tremenda violenza nel corso della storia. Nessun sistema sociale si è rassegnato a scomparire spontaneamente […] Le prime misure prese dal governo dell’Unidad Popular – misure che colpiscono fortemente i potenti interessi imperialisti, misure che hanno portato al recupero delle ricchezze fondamentali del paese, misure che si caratterizzano per l’avanzamento delle aree sociali, misure che si caratterizzano per l’applicazione di una legge di riforma agraria […] queste misure hanno comprovato, possiamo dire, la grande verità storica che il processo di cambiamenti genera una dinamica di lotta. E le misure già realizzate, e che costituiscono l’inizio di un processo, hanno scatenato la dinamica sociale, la lotta di classe; ha scatenato l’ira e la resistenza – come in tutti i processi sociali di cambiamento – degli sfruttatori, dei reazionari. Cosa fanno gli sfruttatori quando le proprie istituzioni non gli garantiscono ora il dominio? Qual è la loro reazione quando i meccanismi su cui hanno contato storicamente per mantenere il loro dominio falliscono? Semplicemente li distruggono. […]Stiamo vivendo il momento del processo in cui i fascisti – per chiamarli come sono – stanno cercando di conquistare le strade, stanno cercando di conquistare gli strati medi della popolazione. In un determinato momento di ogni processo rivoluzionario, i fascisti e i rivoluzionari lottano per conquistare l’appoggio degli strati medi della popolazione […] Una rivoluzione è poderosa per la ragione, per la forza della ragione e per la forza fisica e di popolo che accompagna la ragione![…]Possiamo dire che non siamo completamente sicuri che in questo singolare processo il popolo, la gente umile – che è l’immensa maggioranza del popolo – stia apprendendo più rapidamente che i reazionari, che i vecchi sfruttatori […] I rivoluzionari conoscono il destino delle rivoluzioni schiacciate… quanto costano le sconfitte dei popoli». [31]

Parole molto importanti pronunciate di fronte al popolo cileno e alla dirigenza della UP, che rispecchiano il compito dei rivoluzionari di dire al popolo la verità e di prepararlo a essa, come affermava Lenin:

«La necessità di educare sistematicamente le masse in questa – e precisamente in questa – idea della rivoluzione violenta, è alla base di tutta la dottrina di Marx e di Engels»[32].

Nei concetti erronei sullo Stato e la democrazia tipicamente piccolo-borghesi risiede il cammino della sconfitta, in quanto questi concetti sono stati assunti in una visione universalistica e maggioritaria, interclassista e statica, anche a causa del fatto che la lotta di classe entra, in particolare nel secondo dopo-guerra, nei parlamenti che vedono la presenza di numerosi elementi delle forze comuniste e socialiste. Ciò comportò la sottovalutazione del fatto che le istituzioni democratico-borghesi, lo Stato, siano lo strumento di oppressione della classe dominante. Le errate valutazioni revisioniste a riguardo, che stravolgono quelle rivoluzionarie di Lenin, avranno il loro drammatico manifesto proprio in Cile, che considera possibile compiere il cambiamento all’interno del sistema e quindi delle istituzioni e dello Stato, al posto della rivoluzione al di fuori di esso, spezzandone la continuità.

La teoria leninista affermava al contrario chiaramente che il parlamento era una tribuna in cui rafforzare il consenso delle masse verso il Partito. Afferma Lenin:

«La partecipazione al parlamento borghese è necessaria al partito del proletariato rivoluzionario per l’educazione delle masse, che si compie attraverso le elezioni e la lotta dei partiti nel parlamento. Ma limitare la lotta delle classi alla lotta all’interno del parlamento o considerare quest’ultima come la forma più elevata, decisiva, come la forma che subordina a sé tutte le altre forme di lotta, significa mettersi di fatto dalla parte della borghesia contro il proletariato».[33]

Come esprime il discorso di Fidel Castro prima citato, quando la borghesia non riesce a proteggersi all’interno dei suoi meccanismi “democratici” (e questo in Cile fu evidente dopo le elezioni parlamentari all’inizio del 1973) lo farà all’esterno attraverso l’uso della forza “contro” le sue stesse libertà e diritti costituzionali, rendendo chiara la contraddizione tra “libertà formale” e “libertà sostanziale”. Ma all’esterno dei suoi meccanismi democratici non vuol certo dire che è scisso, estraneo ai suoi apparati statali e democratici. La reazione della borghesia cilena compie il suo atto iniziale del golpe con l’appello del Partito Cristiano Democratico del Cile e del Partito Nazionale dall’aula parlamentare ai militari, per «porre fine immediata» a quello che descrivevano come «infrangimento della Costituzione… con lo scopo di reindirizzare l’attività del governo sul percorso della Legge ed assicurare l’ordine costituzionale della nostra Nazione e le basi essenziali della coesistenza democratica tra i cileni» e fa leva propriamente sugli apparati del suo Stato di cui ha il controllo.

Cosa ci dimostra l’esperienza cilena?

La complessità dello scenario internazionale e nazionale nel quale si sviluppò la Unidad Popular (UP) insieme alla classe operaia cilena, durante il governo Allende, fa sì che il suo studio e dibattito non si esaurisca, ma possiamo già trarre conclusioni sulla validità della teoria e prassi marxista-leninista rispetto al revisionismo e la socialdemocrazia vecchia e nuova.

Quattro aspetti ci permettono di sintetizzare le analisi fin qui presentate:

1° – La necessità di identificare il legame con strati e settori specifici delle classi sociali che possiedono la direzione, come avanguardia, di tutto il progetto politico-economico. Questo fatto permette di comprendere gli interessi di classe di questa avanguardia, oltre a prevedere le sue azioni concrete, e anche i suoi limiti, specialmente quando si tratta di settori della piccola-borghesia, che storicamente hanno dimostrato l’impossibilità e la loro incapacità di superare, in modo rivoluzionario, i meccanismi di funzionamento del capitalismo, inclusi gli schemi dello Stato liberal-borghese.

2° – Il superamento dello Stato borghese non è parte del progetto della piccola borghesia. Questi settori non vogliono distruggere la macchina statale borghese, perché semplicemente essa è utile per poter accumulare il capitale necessario che gli permette di costituirsi come grande borghesia, di convertirsi in amministratori efficienti dello Stato borghese. Invocare la “mancanza di condizioni” o “i momenti non adeguati” per la rottura rivoluzionaria e l’abolizione dello Stato borghese, costituisce le menzogne di questi settori per non perdere l’appoggio della classe operaia e altri strati sfruttati che li accompagnano nelle esperienze più avanzate in ampia alleanza in un progetto democratizzatore o di miglioramento delle condizioni delle masse popolari per un presunto “capitalismo buono” o “socialismo dal volto umano”. Questo contrasta evidentemente con il programma rivoluzionario della classe operaia e del popolo lavoratore che, nel compimento della sua missione storica, ha la necessità della distruzione di questa macchina oppressiva e la costruzione del suo Stato che realmente serve gli interessi delle grandi masse lavoratrici e schiaccia la reazione della borghesia.

3° – Le concezioni piccolo-borghesi sul Socialismo, associato solamente alle migliori condizioni di vita del popolo lavoratore, mediante una distribuzione più equitativa della ricchezza. In generale, questa situazione si accompagna agli attacchi contro la visione scientifica del socialismo, classificandola come “dogmatica”, “ortodossa”, “antiquata” o “inadeguata”, cercando così di spogliare le masse lavoratrici del suo strumento più chiarificatore e importante per la vittoria: il marxismo-leninismo e il Partito di avanguardia di tipo leninista.

4° – Il cammino che assume la piccola-borghesia per poter realizzare i propri obiettivi, è quello della moderazione nel suo agire e le manovre conciliatrici, che presumibilmente non implichino traumi e choc per la popolazione – come se lo sfruttamento capitalista non supponesse già un fatto traumatico – e con le quali pretendono di premunirsi contro l’ingerenza imperialista, contro la sedizione e il fascismo, strumenti che la grande borghesia mette in marcia dall’inizio di qualsiasi progetto liberatore.

In prima conclusione possiamo affermare che: a) non si può assolutamente parlare di socialismo (stante anche l’esiguo tempo dell’esperienza cilena) quando il governo della UP sosteneva e promuoveva la proprietà privata, la proprietà mista e la proprietà pubblica, tipico di ogni società capitalistica esistita; b) il potere politico, sulla base della teoria marxista dello Stato, rimase fondamentalmente nelle mani della grande borghesia attraverso la macchina burocratica e repressiva con la quale esercita la sua dittatura sul proletariato, conservando il dominio nel campo dell’economia, dell’informazione, della cultura, degli organi repressivi come esercito e apparato giudiziario; c) la negazione del ruolo dirigente della classe operaia e del suo Partito d’avanguardia hanno posto quella classe alla coda della piccola-borghesia, soffocando la sua spinta rivoluzionaria e stravolgendo l’ordine nelle necessarie alleanze tra classi e strati sociali, d) il Potere Popolare può esser inteso solo nella rottura dell’ordine borghese esistente, tramite il rovesciamento della classe borghese e la distruzione del suo Stato attraverso la rivoluzione e la dittatura del proletariato.

Dal precedente indonesiano alla Grecia di oggi: «il gradualismo riformista è la vera causa di tutti gli insuccessi proletari» [34]

Le questioni poste meritano una approfondita analisi attuale sulle alleanze di classe, sul ruolo della classe operaia e del suo partito di avanguardia, sul pacifismo e sul concetto di Potere Popolare, che vengono stravolti negli errati approcci da parte dei social-riformisti, post-modernisti e revisionisti, ai concetti di “Popolo” e “imperialismo” svuotati dei criteri di classe, che si riflettono in particolare nei limiti del cosiddetto “Socialismo del XXI secolo” abbracciato anche dai partiti “comunisti” componenti la Sinistra Europea e a cui si rifanno anche le formazioni della “nuova socialdemocrazia” europea, SYRIZA e Podemos.

La lezione che dobbiamo trarre dall’esperienza cilena è che la causa che portò al fallimento della “via cilena al socialismo” va ricercata nella stessa linea riformista, che mira a una impossibile conciliazione, nel concreto campo della realtà, tra borghesia e proletariato, che sia a beneficio di quest’ultima nel quadro della legalità istituzionale borghese. Il colpo di stato in Cile del 1973, guidato dal generale Augusto Pinochet, e la fine tragica dei mille giorni del governo cileno di Unidad Popular, è stata la risposta della storia a chi insisteva nel difendere la “via pacifica” per la costruzione del socialismo, usando lo Stato borghese. È pertanto nostro dovere, da un lato ricordare l’eroismo del proletariato cileno e delle sue organizzazioni, la grande statura umana e politica di Allende, ma allo stesso tempo esprimere una critica implacabile verso il riformismo, non per mero esercizio di purezza ideologica, ma perché i suoi effetti nefasti drammaticamente ricadono sulle spalle delle masse, causando ripetutamente pesanti e sostanziali arretramenti nella prospettiva della lotta per il socialismo.

Il “caso” cileno infatti non è stata l’unica drammatica sconfitta causata dal riformismo e dal revisionismo. Caratteristiche simili si presentarono anche nei precedenti eventi in Indonesia e nella linea del Partito Comunista Indonesiano (PKI), il più grande partito comunista nel mondo capitalista. Qui nel 1965, un anno dopo l’ingresso dei comunisti nel governo, avvenne un colpo di stato che instaurò il regime fascista di Suharto, la cui repressione antipopolare e anticomunista causò l’uccisione di circa 500.000 comunisti e la deportazione di altri 100.000[35]. Nel 1966 un importante autocritica venne realizzata dall’Ufficio Politico del PKI, che riportiamo sulle questioni fin qui poste prendendo in esame il caso cileno, in cui si evidenziano pienamente le responsabilità del revisionismo riformista derivante dal XX Congresso nella pesante sconfitta subita dal proletariato indonesiano:

«Le esperienze e le lezioni degli ultimi quindici anni ci hanno insegnato che il P.K.I., il quale, all’inizio, non si era opposto nettamente alla via pacifica […]ha finito per scivolare gradualmente nel parlamentarismo e in altre forme di lotta legali. La direzione del partito giudicava persino che fossero queste le principali forme di lotta per raggiungere l’obiettivo strategico della rivoluzione indonesiana. La legalità del Partito non era considerata come una forma di lotta a un dato momento e in certe condizioni, ma come un principio a cui avrebbero dovuto essere subordinate le altre forme di lotta. […] La “via pacifica” fu introdotta nel Partito quando fu adottato nel 1956, durante la quarta sessione plenaria del Comitato Centrale del P.K.I., un documento che approvava la linea revisionista moderna del XX Congresso del P.C.U.S. […] La linea opportunista di destra seguita dalla direzione del Partito si è così riflessa nel suo atteggiamento circa lo Stato, in particolare di questo Stato che è la Repubblica d’Indonesia. Secondo la dottrina marxista-leninista concernente lo Stato, il P.K.I, in seguito al fallimento della Rivoluzione dell’Agosto 1945, avrebbe dovuto proporsi di educare la classe operaia e gli altri lavoratori indonesiani per far loro comprendere la natura classista di questo Stato che è la Repubblica d’Indonesia, una dittatura della borghesia. Il P.K.I. avrebbe dovuto risvegliare la coscienza della classe operaia e degli altri lavoratori indonesiani insegnando loro che la lotta per la liberazione avrebbe inevitabilmente condotto alla “sostituzione dello Stato borghese” con lo Stato popolare diretto dalla classe operaia attraverso una “rivoluzione violenta”. Invece, la direzione del P.K.I. ha applicato una linea opportunista, seminando così delle illusioni sulla democrazia borghese fra il popolo. […] La direzione del Partito, rimasta invischiata nel fango dell’opportunismo, ha preteso che “l’aspetto rappresentante gli interessi del popolo” fosse diventato l’aspetto principale e avesse il ruolo direttivo in seno al potere statale della repubblica d’Indonesia […] La direzione del Partito, credendo che le forze della borghesia nazionale in seno al potere statale appartenessero veramente a questo aspetto, si è sforzata di difendere e di sviluppare questo aspetto cosiddetto popolare. Essa si è completamente distrutta nell’interesse della borghesia nazionale. Considerare la borghesia nazionale come appartenente all’aspetto cosiddetto popolare in seno al potere statale della repubblica d’Indonesia, e il presidente Sukarno come un dirigente per quanto riguarda questo aspetto, significa riconoscere che la borghesia nazionale è in grado di dirigere la rivoluzione democratica borghese di nuovo tipo. […] La direzione del P.K.I. dichiarò che la “teoria dei due aspetti” era completamente diversa dalla “teoria delle riforme di struttura” formulata dai dirigenti del Partito comunista revisionista italiano. Ma, in realtà, queste due “teorie” non differiscono affatto né sul piano teorico né su quello pratico. Entrambe hanno come punto di partenza la via pacifica al socialismo. Entrambe sognano un cambiamento graduale della struttura dello Stato e del rapporto di forze all’interno di esso. Tutte e due rinunciano alla via rivoluzionaria e sono di natura revisionista. Questa “teoria dei due aspetti”, che è una teoria controrivoluzionaria, si è chiaramente manifestata nella dichiarazione secondo cui “la lotta del P.K.I. circa il potere statale consiste nella promozione dell’aspetto rappresentante gli interessi del popolo affinché tale aspetto acquisti sempre più peso e diventi predominante e affinché la forza antipopolare possa essere eliminata dal potere statale”. […] L’errata linea politica che dominava il Partito determinò inevitabilmente una linea organizzativa altrettanto errata. […] L’opportunismo di destra […] ha causato un’altra deviazione di destra sul piano organizzativo, cioè il liberalismo e il legalismo. La linea del liberalismo sul piano organizzativo si è manifestata mediante la tendenza a fare del P.K.I. un partito col maggior numero possibile di membri, un partito con un’organizzazione rilassata e definito partito di massa. Il carattere di massa del Partito non è determinato innanzi tutto dal gran numero dei suoi membri, ma in primo luogo dalla sua aderenza alle masse, dalla linea politica del Partito che difende gli interessi delle masse popolari, in altri termini dall’applicazione della linea di massa del Partito, e la linea di massa del Partito non può essere seguita che quando le condizioni che determinano il ruolo del partito come organismo d’avanguardia sono fermamente mantenute, quando i membri del Partito sono i migliori elementi del proletariato e sono armati del marxismo-leninismo. Di conseguenza, l’edificazione di un partito marxista-leninista che abbia un carattere di massa è impossibile se non attribuisce un’importanza di primo piano all’educazione marxista-leninista. In questi ultimi anni, durante l’edificazione del Partito, il P.K.I. ha applicato una linea che ha deviato dai principî del marxismo-leninismo sul piano organizzativo […]».[36]

Prendendo in esame queste esperienze faremmo un grave errore se ci limitassimo a liquidarle schematicamente e dogmaticamente cadendo nell’“estremismo” ultra-sinistro, che rinnega a priori ogni “compromesso”, le alleanze della classe operaia con altri strati e classi della società e quindi la partecipazione al parlamento e a governi con formazioni non comuniste. Fin dagli albori del movimento proletario rivoluzionario i comunisti hanno ricercato la corretta tattica indissolubilmente legata alla strategia rivoluzionaria, dal Fronte Unico al Fronte Popolare Antifascista che gli opportunisti di destra hanno stravolto dando vita alle più fallimentari esperienze per il movimento operaio giustificando le disastrose partecipazioni ai governi borghesi[37].

La Terza Internazionale stabiliva la possibilità di formare, in condizioni pre-rivoluzionarie e rapporti di forza favorevoli (come ad esempio il caso cileno in esame) governi operai, nel quadro del Fronte Unico, con formazioni non comuniste in quelle condizioni che non permettevano nell’immediato la dittatura del proletariato guidata dal Partito Comunista:

«Il più elementare programma di un Governo operaio deve consistere nell’armamento del proletariato, nel disarmo delle organizzazioni borghesi controrivoluzionarie, nell’instaurazione del controllo sulla produzione, nel far cadere sui ricchi il peso determinante delle tasse e nel fiaccare la resistenza della borghesia controrivoluzionaria […] Un governo di questo genere è possibile soltanto se nasce dalla lotta stessa delle masse, se si fonda su organismi operai adatti alla lotta e creati dai settori più ampi delle masse oppresse. Un Governo operaio, come risultato di una combinazione parlamentare, può anch’esso fornire l’occasione per rianimare il movimento rivoluzionario. Ma va da sé che la nascita di un vero Governo operaio e il mantenimento di una politica rivoluzionaria condurranno necessariamente alla lotta più accanita e, eventualmente, alla guerra civile contro la borghesia»[38].

Ciò è ben lontano dalla contrapposizione della “via pacifica” alla via rivoluzionaria e alla dittatura del proletariato ed è ben evidente il carattere tattico di transizione alla presa del potere e concepiva in questo la necessità di alleanze con altri strati e classi sociali.

In continuità, questa tattica evolverà, nel mutato contesto dell’ascesa del fascismo, nella tattica del Fronte Popolare che, lungi dall’essere una nuova strategia, continuava a basarsi propriamente sul fronte unico dei lavoratori, su strumenti derivanti dalla masse e un programma anticapitalista di rivendicazioni rivoluzionarie immediate nella prospettiva della conquista del potere e della dittatura del proletariato.

«Nelle situazioni di crisi politica, allorché le classi dominanti non sono più in condizione di tener testa alla poderosa spinta del movimento di massa, i comunisti debbono lanciare parole d’ordini rivoluzionarie fondamentali (come, ad esempio, controllo della produzione e delle banche, scioglimento della polizia e sua sostituzione con una milizia operaia armata, ecc.), che tendono a mettere ancora più in crisi il potere economico e politico della borghesia, ad accrescere la forza della classe operaia e a isolare i partiti del compromesso e che conducono le masse lavoratrici direttamente fino allo stadio della presa del potere rivoluzionario» […] «Sforzandosi di unificare, sotto la guida del proletariato, la lotta dei coltivatori diretti, della piccola borghesia delle città e delle masse lavoratrici delle nazionalità oppresse, i comunisti debbono cercare di realizzare la formazione di un esteso fronte popolare antifascista sulla base del fronte unico proletario, appoggiando tutte quelle rivendicazioni specifiche di tali settori della popolazione che sono in linea con gli interessi fondamentali del proletariato»[39] […] «…obbliga ogni partito comunista a condurre una lotta implacabile contro ogni tendenza a rendere plausibili le divergenze di principio fra comunismo e riformismo, contro l’attenuazione della critica della socialdemocrazia in quanto ideologia e pratica della collaborazione [di classe] con la borghesia, contro l’illusione che sia possibile realizzare il socialismo con metodi pacifici e legali, contro qualsiasi affidamento fatto sull’automatismo e sulla spontaneità, vuoi nella liquidazione del fascismo vuoi nella realizzazione del fronte unico, contro la tendenza a sminuire il ruolo del partito e contro la minima esitazione al momento dell’azione decisiva»[40]

La risoluzione sulla tattica del VII Congresso dell’IC è pertanto un adeguamento della tattica del fronte unico nel mutato e concreto contesto del fascismo, basandosi sul rapporto di G.Dimitrov, nel quale si afferma:

«Compagni, noi esigiamo da ogni governo di Fronte unico una politica completamente diversa. Noi esigiamo che attui determinate rivendicazioni rivoluzionarie fondamentali rispondenti alla situazione, come, ad esempio, il controllo sulla produzione, il controllo sulle banche, lo scioglimento della polizia, la sua sostituzione con una milizia operaia armata, e così di seguito. Lenin ci chiamava quindici anni or sono a concentrare tutta la nostra attenzione “sulla ricerca delle forme di transizione o di avvicinamento alla rivoluzione proletaria”. Può darsi che il governo di Fronte unico si dimostri in una serie di paesi, una delle principali forme di transizione. I dottrinari di “sinistra” hanno sempre trascurato questa direttiva di Lenin e, propagandisti dall’orizzonte ristretto quali essi erano, parlavano soltanto della mèta, senza mai curarsi delle “forme di transizione”. Gli opportunisti di destra, tentarono di far posto a uno speciale “stadio democratico intermedio” fra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato, al fine di inculcare negli operai l’illusione del passaggio pacifico, per vie parlamentari, da una dittatura all’altra. Essi chiamavano anche “forma di transizione” questo fittizio “stadio intermedio” e si richiamavano persino a Lenin! Ma non era difficile sventare questa truffa: Lenin infatti parla delle forme di passaggio e di avvicinamento alla “rivoluzione proletaria”, cioè all’abbattimento della borghesia, e non già di una qualche forma di transizione fra la dittatura borghese e la dittatura proletaria.»[41]

Questa tattica come la precedente, si prestò allo sviluppo di deformazioni opportuniste di destra come nei casi presi in esame, che presentano alcuni sostanziali punti in comune con l’opportunismo europeo del PCF e del PCI, accomunati dall’errore di aver trasformato la tattica dei fronti popolari in tradizionali governi di alleanza con settori della borghesia, costruiti dall’alto, rinunciando all’autonomia e indipendenza della classe operaia e del Partito Comunista, identificando una “tappa intermedia” tra capitalismo e socialismo, cosa che alla fine comportò anche la mutazione della natura dei PP.CC. stessi.

Nel settembre del 1947, il Cominform criticò fortemente l’emergere dei difetti tipici del riformismo e dell’opportunismo, quali l’elettoralismo e il parlamentarismo, nei PP.CC. occidentali, come si può evincere dal Rapporto presentato da Pietro Secchia, dopo l’esclusione dei comunisti dal governo nel mese di maggio/giugno:

«Per quanto riguarda i nostri errori: anche il nostro partito condivide la responsabilità, assieme agli altri partiti democratici, di non aver valorizzato sufficientemente il movimento partigiano, di non aver opposto una sufficiente resistenza all’allontanamento dei partigiani dai posti di direzione dello stato e della vita nazionale. Avremmo dovuto batterci con maggior forza per tenere in vita i CLN quali organismi democratici che facilitavano la partecipazione delle masse popolari alla vita politica e alla direzione del paese. Non abbiamo risposto con un movimento di massa alla manovra dei liberali concordata con i dirigenti della DC per mettere in crisi il governo. Il rovesciamento del governo presieduto da Ferruccio Parri segnò l’inizio della controffensiva da parte delle forze conservatrici e reazionarie che si proponevano di impedire lo sviluppo di un regime democratico, che avevano per obiettivo la restaurazione del regime capitalista. Nella nostra azione di governo vi sono state senza dubbio debolezze ed errori, determinate posizioni non sono state difese come avremmo dovuto, altre abbiamo abbandonate senza impegnare troppo la necessaria lotta. In certi momenti ci siamo lasciati dominare troppo dalla minaccia di rottura da parte delle forze conservatrici, in qualche momento ci siamo forse lasciati dominare troppo dal pericolo della guerra civile. […] Specialmente al momento della nostra esclusione dal governo, come già ebbe a dire il compagno Longo alla riunione dell’Informbureau del settembre scorso, il nostro partito è stato particolarmente debole quando noi siamo stati esclusi dal governo e gettati nell’opposizione. In tale circostanza la nostra opposizione si è manifestata soprattutto in modo verbale nella stampa e nei comizi. E soltanto in questi ultimi mesi che una serie di manifestazioni rivendicative e di azioni di massa hanno dato maggior vigore alla nostra lotta contro il governo. Questa lotta però rimane anche oggi sul piano essenzialmente rivendicativo e sindacale e non si è ancora trasformata in una grande lotta popolare con degli obiettivi politici precisi. […] Non soltanto nel momento della nostra esclusione dal governo, ma in generale noi non sappiamo sufficientemente legare l’azione sul piano parlamentare con l’azione extraparlamentare delle grandi masse […] non si trattava già di dare la parola d’ordine dell’insurrezione, ma di organizzare una grande mobilitazione di popolo, prima ancora che fossimo esclusi dal governo. Dal non fare nulla al fare l’insurrezione ci corre […] non avremmo dovuto lasciarci estromettere dal governo senza impegnare una forte lotta di massa, anche se forse sarebbe stata una battaglia persa. Con ogni probabilità, anzi, sarebbe stata una battaglia persa, ma vi sono delle battaglie che occorre combattere anche se si sa di perdere immediatamente. Esse servono per il domani. In ogni caso ritengo che si perda di più ogni volta che si cedono posizioni importanti senza dar battaglia. Le proteste a mezzo della stampa e dei comizi servono a poco. Avevamo già avuto l’esempio dell’ottobre 1945, all’epoca del rovesciamento del governo Parri. I nostri avversari constatarono allora che le manifestazioni delle masse a base di grandi comizi non portavano a nulla di positivo e si convinsero che noi non potevamo andare più avanti, non eravamo in grado di assestare dei colpi più forti e realizzarono una sterzata a destra. E da allora, dall’ottobre 1945, a mio parere, che comincia il declino del prestigio dei partiti popolari e l’afflusso verso la DC».[42]

Questa deviazione di destra sarà rafforzata e legittimata dal XX Congresso determinando la strategia di molti PP.CC. nei successivi anni, imperniata sulla “via pacifica” e la trasformazione per maggioranza parlamentare dell’«organo della democrazia borghese in strumento dell’autentica volontà popolare», una concezione del “socialismo” che nasce, non da una rottura rivoluzionaria, ma da una evoluzione sulla base delle trasformazioni progressive accumulate nel quadro del capitalismo, che sottovaluta il carattere di classe della democrazia borghese. Un percorso fallimentare che condusse alla formazione in Indonesia del NASAKOM e del “governo nazionale” di Sukarno e in Cile dell’Unidad Popular e del “governo popolare” di Allende con i loro rispettivi tragici epiloghi.

La storia ha dimostrato che, nonostante le intenzioni, questi tipi di governi presentano grandi limiti che non permettono di essere il principio della rivoluzione socialista, ma anzi spesso sono stati solo l’anticamera del fascismo o di governi profondamenti reazionari e conservatori. La logica delle “tappe intermedie” comporta oggettivamente la ricerca di soluzioni favorevoli al popolo all’interno del capitalismo, in considerazione del fatto che questa fase contribuirebbe alla maturazione del fattore soggettivo e servirebbe come passaggio verso il socialismo in un processo ormai esclusivamente pacifico e parlamentare. Ciò non ha trovato riscontro in alcun paese e in alcun momento. Al contrario il concetto delle “tappe” conduce alla gestione del sistema attraverso “governi di sinistra”, “progressisti” o “patriottici”, che oggettivamente tentano una mediazione o conciliazione con la borghesia monopolistica, nazionale e internazionale, alimentando solamente le illusioni, senza contribuire alla preparazione del movimento operaio in vista dello scontro di classe, condannando il movimento stesso a posizioni arretrate e rendendolo vulnerabile all’ideologia e alla politica borghese.

L’esperienza dimostra, quindi, che le leggi della lotta di classe non possono essere deviate, che la lotta di classe si realizza oggettivamente e che il finale tragico per il popolo del Cile e Indonesia conferma che la classe operaia deve sviluppare la propria strategia in modo indipendente e non ha alcun interesse a partecipare a nessun governo di tipo borghese e/o di gestione del sistema, ma deve sempre lottare per istaurare il proprio potere di classe, rovesciando quello dei capitalisti.

L’attuale esperienza greca con il “governo di sinistra” di Tsipras rinnova l’attualità del fallimento della “via cilena al socialismo” e della piena correttezza dell’agire del Partito Comunista di Grecia (KKE).

Diversi settori della “sinistra di classe”, relazionandosi all’attuale questione europea e la rottura del suo quadro imperialistico, promuovono ancora oggi varie soluzioni di carattere riformista intermedie al socialismo (per coloro che mantengono seppur formalmente questo orizzonte), basandosi sulla tattica di ampi fronti popolari che coinvolgono diversi strati della società compresi settori della borghesia nazionale e non, all’interno del quadro dello Stato democratico-borghese e dell’economia capitalista. Questa visione deriva dall’errata individuazione nel sistema imperialistico dei rapporti diseguali tra i vari Stati capitalisti e borghesie come rapporti di “colonia”. Queste deviazioni opportuniste di destra, riformiste, già ampiamente fallite nel corso della storia, seminano illusioni nelle masse proletarie allontanandole del loro compito storico, subordinandole alle “bandiere altrui”, indeboliscono il campo rivoluzionario, cancellano il ruolo della classe operaia e del Partito Comunista, ponendosi alla coda di settori della borghesia, portando in definitiva alla capitolazione del proletariato.

La questione delle alleanze e della transizione

La questione dell’alleanza di diversi settori della società non può slegarsi dalla prospettiva strategica rivoluzionaria ed essa pertanto va perseguita come alleanza sociale, a partire dagli interessi di classe; dunque il movimento operaio può concepire tali alleanze solo come unità dal basso delle masse popolari contro il nemico di classe, non come unità con esso e le forze politiche che ne rappresentano gli interessi. Ciò vuol dire che è necessaria l’alleanza del proletariato con determinati settori non proletari, ma sotto la sua direzione e del Partito d’avanguardia della classe operaia. In determinate fasi e congiunture tali alleanze con organizzazioni politiche, espressione dei settori non proletari (vedi alleanza dei bolscevichi con i socialisti-rivoluzionari), possono sostenere quelle rivendicazioni che si pongono oggettivamente in antagonismo con il capitalismo monopolistico-imperialista, ma sulla base di un governo che si fondi sugli organismi di massa (in opposizione al parlamentarismo borghese) e la cui direzione è rivolta alla rottura con il capitalismo, il rovesciamento della classe borghese, la sostituzione del suo Stato con lo Stato del proletariato attraverso il Potere Operaio e Popolare nella transizione dal capitalismo al socialismo. Questo oggettivamente perché viviamo nell’epoca dell’ultima e superiore fase del capitalismo, l’imperialismo, e quindi della transizione dal capitalismo al socialismo che si è aperta con la Grande Rivoluzione d’Ottobre.

La differenza tra governo e potere è sostanziale. Spesso, come nella vicenda greca, assistiamo a diverse valutazioni che mirano, volutamente, a confondere questi concetti. La greca Syriza è una organizzazione piccolo-borghese, con direzione e programma riformista, che non si pone nessun compito di rottura con il capitalismo e lo Stato borghese, e non poteva che dare vita a un nuovo governo della borghesia, come è stato da subito evidente, fino alla capitolazione definitiva del Luglio 2015. È impossibile che un governo come questo possa rispondere a quelle caratteristiche che una corretta tattica rivoluzionaria richiede per aprire un processo rivoluzionario, ma anzi, al contrario, esso può condurre solo a una fase di reflusso nel movimento popolare di massa e lo sfaldamento delle organizzazioni politiche promotrici del governo, aprendo le porte alla deriva reazionaria. La stessa alleanza con il partito di destra ANEL, non è certo inquadrabile nella presunta tattica di allearsi con settori medi della borghesia in senso anti-imperialista, ma concretamente nella strada di installarsi nello Stato borghese per servirlo e amministrarlo sulla base di riforme che i limiti del sistema possono consentire o che il sistema stesso richiede. Questo è un atteggiamento proprio non solo da parte dei settori dirigenti di Syriza, ma anche di quei settori di pseudo opposizione che a un certo punto si sono smarcati dal governo Tsipras, come per esempio l’ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis[43].

«Il riformismo piccolo-borghese, cioè il servilismo verso la borghesia, celato sotto bonarie frasi democratiche e “socialdemocratiche” e pii desideri, e il rivoluzionarismo piccolo-borghese, minaccioso, tronfio, presuntuoso a parole, e, nei fatti, vaniloquio incoerente, sconnesso, insulso: queste sono le due “correnti” di queste oscillazioni. Esse sono inevitabili, finché esistono le radici più profonde del capitalismo»[44]

Il “riformismo radicale” in Europa si giustifica sulla base delle esperienze sud-americane, testimoniato dal legame tra il Partito della Sinistra Europea e il Forum di San Paolo. Propriamente le esperienze sud-americane, che inoltre si svolgono a un grado di sviluppo capitalistico differente da quello europeo, presentano quelle caratteristiche e limiti propri della direzione piccolo-borghese e riformista riscontrabili nell’esperienza cilena stessa e dal cui fallimento hanno, come tutti noi, la necessità di apprendere.

Ciò è evidente nello stesso processo venezuelano che prende il nome di “Rivoluzione Bolivariana”, che si erige come la principale esperienza rivoluzionaria in corso nel Continente dopo Cuba. Lo stesso Comandante Hugo Rafael Chávez Frías sottolineò più di una volta di aver studiato e appreso la lezione cilena, concludendo: «A differenza del Cile di Allende, noi siamo armati, il nostro popolo è armato».

Il processo bolivariano presenta concretamente alcune peculiarità che lo differenziano dalle altre esperienze, in primis il ruolo dell’Esercito che consente maggiori spazi di manovra. In questo sostanzialmente si fonda la conservazione del processo, che resiste ai tentativi di golpe che sezioni della borghesia locale e l’imperialismo statunitense hanno progettato in tutti questi anni contro il “Governo Popolare” venezuelano. Ma questo non vuol dire che non si confermano tutti i limiti fin qui esposti.

Diamo la parola direttamente ai comunisti venezuelani[45] nell’analisi della situazione.

«Le forze di orientamento progressista che in Latinoamerica, negli ultimi 15 anni, hanno vinto le elezioni presidenziali con un programma di “Rivoluzione democratica” e protagonismo del popolo, hanno attuato importanti misure e riforme popolari a livello politico ed economico, senza tuttavia trascendere dallo Stato borghese. Sono esperienze che rimangono circoscritte nei limiti consentiti dal sistema capitalista, evidenziando che il potere reale continua a esser appannaggio dei diversi strati della borghesia e della piccola borghesia. Si confermano una volta di più le tesi marxiste-leniniste secondo le quali il Socialismo non si costruisce per una “via evolutiva” di riforme sociali, né che le istituzioni dello Stato borghese possano trasformarsi per mera volontà, in forza di discorsi o cambiamenti di nome e che è impossibile “trasferire il potere al popolo”. Il Potere deve esser conquistato dal popolo lavoratore cosciente, organizzato e mobilitato, con la classe operaia rivoluzionaria all’avanguardia come classe egemonica, per generare una rottura del sistema capitalista, le sue istituzioni e valori, per iniziare la fase storica di transizione al Socialismo. Questo è il contesto nel quale si trova l’attuale congiuntura del processo di cambiamenti in Venezuela, con un quadro interno sempre più complesso a livello politico, economico e sociale, con una multiforme offensiva del capitale. Da una parte, abbiamo la tradizionale borghesia associata e subordinata ai monopoli imperialisti, che prima esercitava il dominio dello Stato e oggi ancora vive in modo parassitario sulla rendita petrolifera, e dall’altra parte, segmenti della borghesia e fondamentalmente della piccola borghesia e dei ceti medi, associati a certi gruppi e individualità civili e militari, che amministrano la rendita petrolifera sotto monopolio statale, preservando il modello economico rentier tradizionale e il tipo di Stato borghese che corrisponde a tale modello, altamente burocratizzato, elitario, inefficiente, corrotto, populista ed assistenzialista».[46]

Il fatto che in Venezuela persistano i rapporti di produzione capitalistici in uno Stato borghese comporta la fase di stallo politica, economica e sociale in cui versa attualmente il processo bolivariano, che conferma pienamente la validità delle tesi marxiste-leniniste per cui il PCV, fedele ai principi rivoluzionari, lotta: per la sua indipendenza politica-organizzativa e la sua politica di alleanze sociali definita nel Blocco Popolare Rivoluzionario (BPR) con egemonia della classe operaia nella direzione della costruzione reale del socialismo, la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione del Potere Operaio e Popolare[47].

Conclusioni

In conclusione, le esperienze prese in esame con particolare riferimento al “caso cileno” presentano tutte delle similitudini che confermano, al di là delle particolarità dello sviluppo nazionale, la validità dei principi del marxismo-leninismo come unica dottrina rivoluzionaria e l’inevitabilità delle leggi generali della rivoluzione socialista espresse dalla Grande Rivoluzione d’Ottobre che, per definizione di Lenin, «non hanno un significato locale, specificatamente nazionale, esclusivamente russo, ma un significato internazionale»[48].

Esse implicano «l’inevitabilità storica che si ripeta su scala internazionale ciò che è avvenuto da noi»[49] come confermano tutte le esperienze storiche vittoriose e non. Alla prova dei fatti, esperienze come quelle dei governi di Fronte Popolare dalla Francia, all’Indonesia, al Cile, passando dai governi della Resistenza in Italia, basate sulla “transizione pacifica” e il “gradualismo riformista delle tappe”, sono tutte fallite nel loro obiettivo di giungere al socialismo. In Italia, alla fine della Resistenza, i CNL avevano un’autorità e organizzazione fortissima, ma non andarono oltre (che non vuol dire automaticamente e esclusivamente insurrezione) a causa del riformismo della “via pacifica” che portò allo smantellamento della via rivoluzionaria e dell’organizzazione leninista del Partito Comunista, identificando la sfera istituzionale come prioritaria per la mutazione dei rapporti di forza; tattica che non era in grado di passare dal governo di Fronte Popolare o dal governo della Resistenza al socialismo, attraverso un governo basato direttamente sulle organizzazioni operaie e popolari, spezzando la macchina statale che ereditava.

Un nuovo governo in un nuovo Stato, con nuove Forze Armate e polizia popolari, legate alle organizzazioni operaie e popolari e al Partito comunista nel fronteggiare e distruggere la reazione. Abbiamo il compito di avvicinarci criticamente a tutte le esperienze storiche del proletariato internazionale, ricercando, analizzando e imparando dagli errori e dai successi come bagaglio teorico e pratico fondamentale per la costruzione della prassi rivoluzionaria in un paese imperialista nel XXI secolo.

Nella costruzione del Partito Comunista in Italia abbiamo il dovere di assumere queste lezioni nella definizione della teoria e prassi, con una tattica flessibile, ma indissolubilmente legata alla strategia rivoluzionaria che corrisponde alla nostra epoca; un Partito d’avanguardia, militante e preparato ad agire in ogni condizione consapevole che «la legge della rivoluzione violenta del proletariato, la legge della distruzione della macchina governativa [statale, ndr] della borghesia come condizione indispensabile della rivoluzione proletaria è legge inevitabile del movimento rivoluzionario dei paesi imperialistici di tutto il mondo».[50]

* scritto nel settembre 2015 in occasione degli anniversari del golpe in Cile dell’11 settembre 1973 e del massacro anticomunista in Indonesia del 30 settembre 1965

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[1] Nuova Rivista Internazionale, mensile dei Partiti Comunisti e Operai, n.12 Dicembre 1970. Cile: il popolo al potere. “El caso chileno viene a demostrar que los caminos y métodos del proceso revolucionario tienen en cada país sus propias particularidades, y pruebaque no es precisamente descabellada la tesis que proclamó el XX Congreso del P.C.U.S.”, traduzione a cura dell’autore

[2] Enrico Berlinguer in “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti in Cile. 3) Alleanze sociali e schieramenti politici” Rinascita, n.40 ottobre 1973

[3] Il Partito Radicale era un partito borghese cileno nato nel 1863 dalla scissione dal Partito Liberale della corrente del radicalismo del movimento liberale. Aderì in seguito all’Internazionale Socialista avvicinandosi a alcune posizioni socialdemocratiche pur mantenendosi nella sua corrente ideologica del social-liberalismo. La sua storia fu caratterizzata da numerose fazioni interne e scissioni, tipico dell’instabilità dei settori che rappresentava oscillando tra la grande borghesia e i suoi partiti e le tendenze più vicine ai settori popolari e socialdemocratici.

[4] Nel 1964 il Cile è il settimo paese del mondo per investimenti statunitensi. Con Frei al governo gli USA impulsano una serie di riforme nel quadro dell’”Alleanza per il Progresso” di Kennedy che favoriscono i settori monopolisti e finanziari statunitensi e lo sviluppo del mercato interno e che colpiscono alcuni settori della stessa borghesia cilena; riforme che a livello internazionale si materializzano nell’integrazione economica di vari paesi latinoamericani attraverso patti regionali (come il Patto Andino) sotto controllo degli investimenti USA.

[5] Ciò comportò il fatto che Partito Nazionale e Partito Cristiano Democratico andarono separati alle elezioni del ’70 favorendo così la vittoria di Allende.

[6] Fondata nel 1969 al posto del Fronte d’Azione Popolare (più orientato a sinistra) era formata dal Partito Radicale, Partito Comunista del Cile, Partito Socialista Cileno, Movimento d’Azione Popolare Unitario (nato da una scissione del Partito Cristiano Democratico del Cile), il Partito della Sinistra Cristiana del Cile e il sostegno della CUT – Centrale Unica dei Lavoratori. Per le elezioni del 1970 vennero fondati circa 15.000 comitati dell’UP. A sinistra della UP le organizzazioni più importanti furono il Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR) e il Partito Comunista Rivoluzionario (PCR) di ispirazione maoista.

[7] La “democrazia presidenziale” cilena attribuiva il potere esecutivo al Presidente della Repubblica che forma il governo con la facoltà anche di cancellare o modificare determinati aspetti delle leggi approvate a maggioranza semplice del Parlamento che a sua volta può destituire legalmente il Presidente con la maggioranza dei due terzi.

[8] Le elezioni parlamentari del 1969 configurarono un parlamento formato da: 34 deputati del Partito Nazionale e 55 del Partito Cristiano Democratico del Cile per un totale di 89 deputati all’opposizione del governo Allende; 24 deputati del Partito Radicale, 22 deputati del Partito Comunista del Cile e 15 del Partito Socialista del Cile per un totale di 61 deputati a sostegno del governo Allende; in senato a sostegno del governo erano 21 deputati su 50. Nel 1971 alcuni senatori e deputati del Partito Cristiano Democratico lasciarono il loro partito per sostenere il governo, ma nel 1972 22 parlamentari del Partito Radicale abbandonarono il sostegno all’UP per passare all’opposizione.

[9] Il Partito Cristiano Democratico del Cile nasce nel ’56 dall’esperienza del partito nazista Falange Nazionale (’33-‘56). Era espressione della classe media legata ai monopoli industriali e all’imperialismo statunitense con un forte radicamento anche nelle masse popolari e lavoratrici attraverso la grossa influenza del cattolicesimo in Cile. Il mantenimento di questa base elettorale comportava un’impronta politica sociale e “democratica” che si differenziava da quella del Partito Nazionale e dai partiti apertamente fascisti come “Patria e Libertà” con i quali i legami, in particolare con l’egemonia dei settori sociali e politici più reazionari all’interno del Partito (ossia la corrente Freista), sarà evidente nel golpe e nel sostegno al successivo regime fascista di Pinochet.

[10] Fu la principale confederazione sindacale cilena tra il 1953 e 1973 raggruppando le varie organizzazioni sindacali del movimento operaio con l’egemonia dei partiti Comunista e Socialista e di altri gruppi come la Democrazia Cristiana. Indicativo è che nel 1972 la composizione del Consiglio Direttivo Nazionale era così composta: PC 18, PS 16, DC 16.

[11] Il “Progetto Millas”, che prende il nome del ministro dell’economia del PCCh, viene applicato agli inizi del 1973 e rappresenta un arretramento nelle politiche economiche e industriali del “governo popolare” nel tentativo di conciliazione con la borghesia. Dalle 245 imprese che dovevano passare sotto il controllo della “Proprietà Sociale” (A.P.S.) nel progetto originario del governo, con tale riforma il numero venne ridotto a 49. Secondo Millas, era “necessaria una politica economica coordinata ed efficace, capace di guadagnarsi la fiducia degli imprenditori” invece che approfondire il processo verso il controllo operaio che, secondo il governo, intimoriva i settori imprenditoriali impedendo il loro integrarsi nei piani economici del governo e avrebbe favorito la reazione golpista. A Santiago, uno dei Cordoni Industriali più importanti, il cordone Cerrillos, paralizza la comuna industriale di Maipù per 48 ore opponendosi con le barricate al progetto Millas che restituiva ai vecchi padroni molte imprese passate all’APS grazie proprio all’azione operaia.

[12] Alla fine del 1971 il governo definisce 3 aree di proprietà: Area di Proprietà Mista (APM), Area di Proprietà Sociale (APS) e Area di Proprietà Privata (APP).

[13] Revista “Causa Nº 22, dicembre 1971- gennaio 1972

[14] Dal 40% precedente al governo Allende

[15] La storia del movimento operaio internazionale ha conosciuto l’eroismo della classe operaia cilena, dei suoi Sindacati, Cordoni Industriali, Consigli Contadini, Comuni Popolari, Consigli di Fornitura e Prezzi, come germi del Potere Popolare che cercavano di aprirsi il passo di fronte alla piccola-borghesia e la reazione borghese. Furono queste organizzazioni, con i loro uomini e donne coscienti dei compiti proletari e popolari, coloro che resistettero ai tentativi golpisti precedenti al nefasto 11 settembre del 1973, coloro che sconfissero gli scioperi sovversivi promossi dalle centrali padronali, coloro che controllarono importanti settori popolari davanti alla politica di scarsità, boicottaggio, speculazione e promozione del mercato nero.

[16] Le entrate tributarie, in relazione al finanziamento del Bilancio scesero dal 83.7% del 1970 al 69.7 nel 1971 e al 58.3% nel 1972. L’investimento fiscale scese dal 26.9% del ’70 al 22.4% nel ‘71 e al 17% nel ’72. Attraverso il parlamento la borghesia condizionò pesantemente anche la Legge di Adeguamento dei Salari del 1971 rifiutando il finanziamento proposto dal governo.

[17] Vedi nota 11

[18] Ma la nazionalizzazione nel capitalismo non è una socializzazione, poiché lo Stato appartiene ai capitalisti. Per questo le imprese che si nazionalizzano passano alla proprietà del capitalista collettivo (dello Stato borghese) e non possono esser utilizzate in favore dell’interesse della classe operaia e degli strati popolari nemmeno nelle condizioni parzialmente o presunte favorevoli di un “governo di sinistra”. Tale rivendicazione (così come le cooperative), è corretta ma assume valore rivoluzionario solo se associata alla gestione operaia in una direzione d’avanguardia rivoluzionaria del suo Partito e del suo sindacato di classe come preparazione alla rottura rivoluzionaria, elevando la coscienza e l’organizzazione della classe operaia che comprova nella pratica il suo ruolo dirigente.

[19] Risposta di Allende alla domanda “È una rivoluzione?” da parte dell’inviato dell’Express di Parigi, Edward Baiby. Tratto da “Archivio Pietro Secchia. 1945-1973. Quaderno n.12.Cile” p.596

[20] “El Siglo”, giornale del PCCh, 26 e 27 Ottobre 1970. “Chile confía, y tiene razones y derecho para hacerlo, en las FF.AA. Ellas son por muchosmotivos, cauteladoras de nuestra independencia y de la normalidad de nuestra vida constitucional. Sin practicar la vida política, son garantes de la normalidad institucional de nuestro pueblo. Hombres del pueblo, por otra parte, forman su sólida base. Y el pueblo las considera integrantes de símismo. Esta es una apreciación justa que los hechos culminantes de nuestra historia confirman con absoluta plenitud” – “En los momentos en que esemismo pueblo se prepara para llegar al poder, para ser ejecutor de su programa y el diseñador de su futuro y del porvenir de nuestra patria, esa identificación entre los institutos armados y las fuerzas populares, cobra mayor vigencia y oportunidad. Las FF.AA. de Chile están destinadas a ser una garantía de que el pueblo podrá dedicarse tranquilamente a las nobles tareas que el mismo se ha encomendado. Dueñas de un espíritu profesional y de un amplio respeto por las tareas cívicas del pueblo, ellas constituyen un obstáculo insuperable para quienes pretendendes viar el cauce normal y democrático de la vida política chilena” Traduzioni a cura dell’autore

[21] Ernesto Che Guevara, America Latina. Risveglio di un continente, Feltrinelli, Milano, 2005, pp. 378-379

[22] Dichiarazione del Governo pubblicata su El Siglo – 11 Agosto 1973 – in occasione della nomina del gabinetto militare: “En este país no habrá más Fuerzas Armadas que las que establecen la Constitución y la Ley. En este país no habrá ejército paralelo. En este país se mantendrá la verticalidad del mando. En este paíslas FF.AA., Carabineros e Investigaciones, han escrito en la historia del desarrollo democrático su lealtad y su acatamiento al poder civil. Por eso el gobierno rechazará toda tentativa de infiltración subversiva en las FF.AA., Carabineros e Investigaciones”. Traduzione a cura di Critica Proletaria

[23] Lenin, “Sulla milizia proletaria”, Op. Complete ed. Editori Riuniti, Roma 1966, vol. 24, pag.180

[24] “L’Unità” pag.1 e 13 del 13 Settembre 1973 – http://archivio.unita.it/esploso.php?vperiodo=1&dd=13&mm=09&yy=1973&ed=Nazionale&nn=

[25] Ibidem

[26]Lenin, “Stato e Rivoluzione”, Opere Complete, vol. 25 [giugno-settembre 1917], Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.361 – 462

[27] “Queremos y reclamamos nuestra libertad. Y declaramos solemnemente que, otravez libres para actuar en la vida politica, no constituiremos una amenaza para ningún interés respetable. Somos partidarios de quetodo se resuelva democráticamente, de acuerdo a la voluntad de la mayoría del país dentro del libre juego de todos los partidos y corrientes. No aspiramos hoy a la sustitución de la propriedad de los capitalistas chilenos por la propriedad colectiva. Y cuando mañana sea preciso avanzar en este terreno, pensamos que ello debe hacer se también con elacuerdo de la mayoríade los chilenos, por la vía pacífica y garantizando el bien estar y los derechos de los capitalistas, esto es indemnizándolos debidamente”. Traduzione a cura dell’autore

[28] Nelle masse cilene e nella sinistra cilena era forte la convizione della assoluta democraticità del Cile radicata nello sviluppo storico della nazione che consentiva quelle peculiarità nazionali per una via pacifica e graduale. Così in questo senso si esprime Pietro Secchia: “Democrazia. L’uomo medio cileno è convinto che il suo paese sia una specie di Inghilterra dell’America Latina, un paese democratico per vocazione”. “Da anni siamo convinti che il Cile può andare al socialismo per una via non armata” […] “Agiamo nel quadro della legge, della Costituzione dello stato di diritto. Non so se in altri paesi si potrebbe fare la stessa cosa. So che in Cile la legge ci concede molto. È una strada più lunga, ma più sicura, perché non abbiamo la maggioranza in Parlamento” Cornoval da “Archivio Pietro Secchia 1945-1973”, Quaderno n.12. Cile, p.597. Secchia si recò in Cile dal 1° al 10 Gennaio 1972, in rappresentanza del CC del PCI in occasione del 50° anniversario del PCCh; qui subirà l’avvelenamento ad opera della CIA che causerà la sua morte il 7 Luglio del ’73.

[29] Eric Browder, segretario del PCUSA dal ’30 al ’45, espulso dallo stesso nel ’46 per la posizione revisionista e riformista che prese il nome di “browderismo” che fu precursora di fatto della linea del XX Congresso. Browder nel ’44 sulla base del presunto mutamento delle condizioni storiche di sviluppo del capitalismo e della situazione internazionale (in cui ci si profilava la vittoria contro il fascismo), proclamò il superamento del marxismo-leninismo e della lotta di classe a favore della conciliazione di classe a livello nazionale e internazionale fino alla non necessità di un partito dei comunisti che pertanto doveva sciogliersi in correnti o associazioni interne a movimenti e partiti borghesi. Lo stesso interpretava già i fronti popolari come unità dall’alto dei comunisti con i partiti borghesi nella visione strategica della conciliazione tra le classi abiurando la rivoluzione socialista in nome dell’”unità nazionale” e della pace tra le classi garantita dalle forze “patriottiche e democratiche” in cui le differenze di classe e dei gruppi politici non ha più alcuna importanza in un sistema di sviluppo capitalistico democratico come quello dell’imperialismo americano. Ai comunisti spettava quindi il compito di garantire il funzionamento del regime capitalistico, rinunciare ai propri principi e obiettivi, limitarsi a allegerire gli oneri del popolo e camminare gradualmente verso il socialismo senza conflitti sciogliendosi all’interno dei partiti borghesi esistenti in un bipartismo di tipo americano.

[30] “Noi lavoriamo per impedire che si arrivi alla costituzione di due blocchi contrapposti, ciò porterebbe inevitabilmente alla guerra civile”. Cornoval da “Archivio Pietro Secchia 1945-1973”, Quaderno n.12. Cile, p.599

[31]Tratto da: http://www.cuba.cu/gobierno/discursos/1971/esp/f021271e.html; Traduzione a cura dell’autore

[32] Lenin, “Stato e Rivoluzione”, Opere Complete, vol. 25 [giugno-settembre 1917], Editori Riuniti, Roma, 1967, p.378

[33] Lenin “Le elezioni all’assemblea costituente” da V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 30 [settembre 1919 – aprile 1920], Editori Riuniti, Roma, 1967, p.243

[34] Antonio Gramsci, “Riformismo e lotta di classe”, l’Unità, 16 marzo 1926, anno 3, n. 64: http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1926_03/19260316_0001.pdf

[35] Dopo quasi vent’anni dall’indipendenza indonesiana, il PKI entrò nell’agosto del 1964 nel governo di Sukarno che prevedeva un programma di riforme sociali e economiche e politiche anti-imperialiste e anti-coloniali, insieme a settori della borghesia e della piccola-borghesia nel “fronte popolare nazionale” che prendeva il nome di NASAKOM diretto da Sukarno che univa nazionalisti, islamici e comunisti nella cosiddetta “democrazia guidata”. Un’anno dopo avvenne il golpe fascista dei settori borghesi e islamici guidato da Suharto (Generale dell’Esercito) con l’appoggio di USA e Gran Bretagna (e la compiacenza dello stessoSukarno) che instaurò un regime fascista durato dal 1966 al 1998.

[36] Autocritica tratta da “Popolo indonesiano, unisciti e lotta per rovesciare il regime fascista. Dichiarazione dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista indonesiano e L’autocritica dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista indonesiano”, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 67.

[37] Leggere a tal proposito l’articolo di HerwigLerouge (membro del CC del Partito del Lavoro del Belgio) nella Rivista Comunista Internazionale (n.4): “Partecipazione al governo da parte dei partiti comunisti: una via d’uscita dalla crisi capitalista?” http://www.iccr.gr/it/news/Partecipazione-al-governo-da-parte-dei-partiti-comunisti-una-via-duscita-dalla-crisi-capitalista/

[38]Risoluzione del IV Congresso dell’Internazionale Comunista, tratto da “I Fronti Popolari in Europa” Edizioni Movimento Studentesco

[39] Da ”Storia dell’Internazionale Comunista, attraverso i documenti ufficiali”, a cura di Jane Degras, tomo terzo 1929/1943. Editore Feltrinelli, Milano, 1975. Biblioteca di Storia Contemporanea. L’Internazionale comunista 1919-1943. Documenti. Estratti dalla risoluzione del settimo congresso del Cominter sul fascismo, sull’unità della classe operaia e sugli obiettivi del Cominter. 20 agosto 1935. Risoluzioni e deliberazioni, pp.381-402. Paragrafo II. Il fronte unico della classe operaia contro il fascismo, cit. pp.389-390

[40] Ibidem. Paragrafo VI.Il rafforzamento dei partiti comunisti e la lotta per l’unità politica della classe operaia, cit. p.393

[41] Georgi Dimitrov, “Rapporto presentato al VII Congresso dell’Internazionale Comunista il 2 Agosto 1935. L’offensiva del fascismo e i compiti dell’internazionale comunista nella lotta per l’unità della classe operaia contro il fascismo”. Tratto da Giorgio Dimitrov, “Questioni del Fronte unico e del Fronte Popolare” – Cooperativa Editrice Nuova Cultura, maggio 1973 Milano, confrontato con il testo in lingua francese tratto da: Georges Dimitrov – Oeuvres choisies, pubblicato sul sito www.communisme-bolchevisme.net

[42] Pietro Secchia, Relazione sulla situazione italiana presentata a Mosca nel dicembre del 1947, tratto da Archivio Pietro Secchia, 1945-1973, Feltrinelli, Milano, 1979, pp.. 609-627

[43] « This paper argues that, however unappetising the latter proposition may sound in the ears of the radical thinker, it is the Left’s historical duty, at this particular juncture, to stabilise capitalism; to save European capitalism from itself and from the inane handlers of the Eurozone’s inevitable crisis. » («Questo articolo sostiene che, per quanto poco attraente possa sembrare questa affermazione alle orecchie del pensatore radicale, è dovere storico della sinistra, in questo particolare momento, di stabilizzare il capitalismo; per salvare il capitalismo europeo da se stessa e dagli inani gestori della inevitabile crisi della zona euro.» Trad nostra da http://yanisvaroufakis.eu/2013/12/10/confessions-of-an-erratic-marxist-in-the-midst-of-a-repugnant-european-crisis/ )

[44] Lenin, “Tempi nuovi, errori vecchi in forma nuova”, Opere Complete, vol. 33, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 9-17

[45] Il Partito Comunista del Venezuela (PCV) ha sostenuto fin dal principio il processo avviato da Chavez e dal 2011, anno di fondazione, è parte integrande del Grande Polo Patriottico (GPP) che raggruppa le varie forze politiche (una quindicina di partiti) di orgine proletaria-popolare e piccolo-borghese, che sostengono il “Governo del Potere Popolare” unendo vari orientamenti politici: dai socialisti, ai socialdemocratici, ai marxisti-leninisti. Il PCV è la seconda forza del GPP per peso elettorale dopo il PSUV ma non partecipa con propri ministri al Governo.

[46] Dichiarazione pubblica del 21° Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista del Venezuela: http://www.resistenze.org/sito/te/po/ve/poveeg15-014817.htm

[47] “Partito Comunista del Venezuela: 84 anni di lotta per il potere insieme alla classe operaia”: http://www.resistenze.org/sito/te/po/ve/povefc04-015928.htm

[48] Lenin, “L’Estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere Complete, vol. 31 [aprile-dicembre 1920], Editori Riuniti, Roma, 1967, p.11

[49] Ibidem

[50] Stalin, “Principi del Leninismo”, Nuova Biblioteca Marxista-Leninista, soc.editrice “L’Unità”, Roma 1945, p.43

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